Il 10 marzo 2026 la comunità del Pontificio Seminario Regionale Pugliese di Molfetta ha accolto con gioia il Cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso.
Nel corso dell’incontro, svoltosi nell’aula magna del seminario, Sua Eminenza ha offerto una riflessione sull’importanza del dialogo tra la Chiesa cattolica e le altre religioni, sottolineando come tale impegno costituisca una dimensione essenziale della missione ecclesiale nel mondo contemporaneo.
Successivamente, nella Cappella maggiore del seminario, il cardinale Koovakad ha presieduto la celebrazione eucaristica insieme a mons. Nicola Girasoli, nunzio apostolico in Slovacchia, e a mons. Domenico Cornacchia, amministratore apostolico della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.
Durante la celebrazione, il Cardinale ha rivolto alla comunità del Seminario un’intensa omelia, che proponiamo di seguito integralmente.
Cari Fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato,
cari fedeli,
e soprattutto voi, carissimi allievi del Seminario,
la preghiera di Azaria nella fornace, che abbiamo ascoltato dal Libro di Daniele (3,25.34-43) è una delle pagine più sorprendenti della Scrittura: Daniele-Azaria non è tanto preoccupato di uscire dalla fornace, quanto di poter restare fedele all’alleanza.
“Accoglici con cuore contrito e spirito umiliato”. E la preghiera di chi riconosce che, anche nel fuoco, Dio resta giusto e misericordioso. Non c’è vittimismo, non c’è orgoglio ferito: Daniele-Azaria è l’espressione di un popolo che si affida, è un uomo che non perde il ministero dell’intercessione nemmeno nel fuoco. Non chiede privilegi, non rivendica diritti: si mette in mezzo, davanti a Dio, per il suo popolo. Ecco una prima consegna per voi che siete prossimi al sacerdozio: quando sarete dentro le “fornaci” pastorali – incomprensioni, fallimenti, solitudini, tensioni comunitarie – non smettete di stare davanti al Signore per la vostra gente. Il prete non è colui che parla del fuoco dall’esterno, ma colui che prega dentro il fuoco.
La Chiesa oggi ci mette sulle labbra il Salmo 25: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie”. È bellissimo: prima ancora di chiedere di cambiare la situazione, chiediamo di imparare una strada. Il vero dramma non è la vergogna davanti agli uomini, ma smarrire il sentiero di Dio. Questo salmo intreccia tre fili: vergogna, insegnamento, perdono. Siamo peccatori e insieme cercatori di Dio. Siamo a volte piegati, eppure custodiamo nel cuore il desiderio dell’alleanza. E Dio? Dio insegna ai poveri la sua via. Non scarta chi ha sbagliato, non umilia chi è caduto. Guida. Istruisce. Perdona “per il suo nome”.
Carissimi, prima di prendere una decisione, inginocchiatevi. Prima di parlare, sostate in adorazione. Prima di correggere, ascoltate. Il discernimento non è una tecnica pastorale: è un atto di umiltà. È riconoscere che non siamo noi la luce; la luce è Cristo. E ogni scelta importante – un incarico, una parola pubblica, una decisione su una persona ferita – va purificata nel crogiolo della preghiera. Un sacerdote che non discerne, rischia di reagire; un sacerdote che discerne, lascia che sia Gesù a guidare.
Dentro la fornace, prima ancora del canto dei tre giovani, c’è questa certezza: Dio non abbandona chi confida in Lui. E se restiamo nel suo amore, anche il fuoco può diventare luogo di purificazione e di lode.
È allora che la preghiera diventa fiducia ostinata: anche se le difficoltà ritornano, anche se il cuore conosce cicli di luce e di ombra, “ricordati, Signore, della tua misericordia”. Non è una fede ingenua; è una fede che sa che Dio salva non una volta per tutte, ma continuamente. Ogni volta che cadiamo. Ogni volta che ricominciamo. E il Vangelo chiede a noi di fare altrettanto con il nostro prossimo, fino a settanta volte sette, cioè sempre.
Il perdono. Non va concesso a misura del vostro equilibrio emotivo, ma donato a misura del Vangelo. Perdonare sempre, ogni volta. Anche quando vi sembrerà ingiusto. Anche quando sarete stati feriti. Sarete ministri della misericordia, e non potete amministrare ciò che non siete disposti a vivere. Il confessionale, prima ancora che un luogo, deve diventare un atteggiamento del cuore.
Qui risuona forte la voce di Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, quando parlava della “Chiesa del grembiule”. In una sua meditazione del Giovedì Santo scriveva – come ricorderete – che il grembiule è il paramento quotidiano del cristiano, più necessario della stola, perché ricorda che l’autorità nella Chiesa è servizio che si china. E invitava i preti a essere “sentinelle del mattino”, capaci di vedere segni di speranza anche nella notte.
Portate la stola, sì. Ma soprattutto, sotto la casula e la stola non dimenticate il grembiule. Fatevi servi come Maria, che non trattenne nulla per sé e si affidò totalmente al Verbo. Se pregherete, discernerete; se farete discernimento, servirete; se servirete, perdonerete. E la vostra gente, guardandovi, potrà intuire qualcosa del volto mite e luminoso di Cristo.
Sia lodato Gesù Cristo.