Celebriamo il Vespro per l’ultima volta insieme, anche se mancano il secondo anno e il quarto anno, che sono impegnati nelle verifiche di fine anno. E quest’ultimo Vespro vorrei dedicarlo a condividere con voi, ragazzi, una riflessione sull’ultimo tema contenuto nella nostra traccia formativa, che, avendoci impegnati a riflettere sul nostro impegno nel mondo nel nome del Signore, ci chiede di considerare come sia necessaria, per un vero servizio al mondo, anche la dimensione della riflessione, della cultura, dello studio, della teologia.
Abbiamo scritto così nella traccia formativa: “la carità pastorale, il desiderio dell’evangelizzazione, la passione che ci fa desiderare di testimoniare a tutti la nostra fede: questi sono i veri motivi che ci spronano a leggere, ad approfondire, ad imparare a sviluppare un senso critico che ci spinga a stare in questo momento storico senza fuggirne la complessità, senza semplificare le questioni difficili che ci sono poste davanti quando ascoltiamo le storie di vita di tante persone”. Sono i nostri fratelli, sono le nostre sorelle, ragazzi, che ci chiedono di trovarci concentrati, attenti, pensosi, non superficiali, non banalizzanti ed è per questo che studiamo.
Ed è per questo che vogliamo che anche una dimensione di pensiero sia al cuore della carità pastorale. Forse, se volessimo trovare un riferimento all’attuale festa, all’attuale solennità liturgica della Trinità, dovremmo dire che sempre Dio va incontro ai suoi figli e alle sue figlie, come direbbe Ireneo, con le sue due mani: il Logos, il pensiero, e lo Spirito, l’amore. Non possiamo essere preti che disgiungono queste due mani del Padre.
Certo, lo so, la prima obiezione che sorge subito nel nostro cuore, nel vostro cuore di giovani — lo facevo anch’io quando avevo la vostra età — è: «Ma la cosa importante è la gente, la cosa importante è stare con la gente, è la vita della comunità ecclesiale. Non c’è nulla di più importante della vita».
Ed è vero, perché la teologia, lo studio, ragazzi, nella vita cristiana sono un atto secondo; l’atto primo è la vita, la vita animata dalla fede, dalla speranza, dalla carità. Siamo noi, i nostri fratelli e le nostre sorelle, le nostre parrocchie. Però, ragazzi, proprio come servizio alla vita c’è bisogno della teologia.
Ve lo dico con un’immagine. È chiaro che nulla può sostituire andare a visitare un posto, stare, passeggiare. È chiaro che nulla può sostituire il posto fisico. Se io mi studio, non so, la cartina geografica di Ceglie Messapica, questo può sostituire andare a Ceglie? O andare a vedere sul navigatore — ai tempi miei c’erano le cartine geografiche, ma adesso si va a vedere sul navigatore — dove si trova? Ma quel navigatore ti dà anche i suggerimenti, le cose belle da vedere, i ristoranti. È vero: un navigatore non può sostituire un posto fisico.
La teologia non può sostituire la vita cristiana. Però, ragazzi, non è forse vero che grazie al navigatore non ci perdiamo? E grazie al navigatore arriviamo prima a Ceglie? Che grazie al navigatore ci può suggerire quali sono i posti importanti? E se noi andassimo subito a Ceglie senza aver mai letto nulla su Ceglie, senza aver mai ascoltato nessuno parlare di Ceglie, senza aver mai studiato qualcosa di Ceglie?
Certo, ragazzi, che il primato è della vita cristiana. Ma senza aver mai riflettuto sulla vita cristiana noi non ci orienteremmo e rischieremmo di confondere le cose importanti con le cose meno importanti.
Allora c’è bisogno di studiare, ragazzi, c’è bisogno di approfondire, c’è bisogno di cogliere la profondità della vita cristiana, se non vogliamo essere preti che banalizzano tutto e semplificano tutto e finiscono per sbagliare tutto, magari anche con le buone intenzioni: le intenzioni del primato della carità, le intenzioni del primato della vita sulla teologia, della vita sullo studio.
E la seconda metafora la vorrei prendere da un autore interessante che forse molti di voi conoscono. Si chiamava Chesterton: era questo letterato, filosofo, intellettuale inglese che a un certo punto si era convertito alla fede cristiana. E lui usa, per parlare dell’importanza della teologia parlando del Credo, la metafora della chiave.
Sentite che cosa dice.
«Il Credo era come una chiave» per tre aspetti.
Primo: una chiave, anzitutto, è una cosa che ha una forma. Il Credo cristiano, noi potremmo dire lo studio cristiano, la teologia cristiana, è soprattutto una filosofia della forma ed è nemico delle cose informe.
«Ecco dove differisce da tutte le altre infinite filosofie che formano una specie di lago notturno nell’oscuro cuore del mondo: l’ideale della non-creazione».
Ragazzi, lo studio serve a comprendere che il reale ha una forma, che la vita cristiana ha una forma. E noi lo sappiamo che forma ha la vita cristiana: è una forma che ha un centro, che è Gesù Cristo, e ha un irraggiamento, che è lo Spirito Santo. E torniamo a una lettura trinitaria della vita.
Allora, non studiare vorrebbe dire non capire qual è questa forma del mondo. E se dobbiamo aiutare i nostri fratelli e le nostre sorelle a non perdersi, a non disorientarsi — Dio solo sa quanto c’è bisogno oggi di non perdersi nella complessità della vita — noi siamo persone che non vogliono rinunciare a studiare perché non vogliono rinunciare a raccontare a tutti che la vita ha una forma.
La chiave, dice Chesterton, è anzitutto una cosa che ha una forma.
Secondo, dice Chesterton, la forma della chiave è, per se stessa, una forma piuttosto fantastica. Un selvaggio, il quale non sapesse che è una chiave, avrebbe le maggiori difficoltà a indovinare che cosa potesse essere. Ed è fantastica perché è arbitraria. Una chiave non è materia di astrazioni, nel senso che una chiave non è materia di ragionamento. Essa è adatta a questa forma perché è adatta a questa serratura, oppure non è una chiave.
Ecco, è arbitraria, dice Chesterton. La teologia, perché noi la dobbiamo studiare, approfondire, ci dobbiamo appassionare, dobbiamo leggere? Perché è adatta alla serratura, alla serratura della vita. È adatta a capire, a stare meglio nella vita. Come il navigatore ci aiuta a capire e a visitare meglio Ceglie, così la teologia è una chiave adatta alla serratura.
E poi il terzo motivo che dice Chesterton.
In terzo luogo, poiché la chiave è necessariamente una cosa fatta secondo un disegno, questa aveva un disegno piuttosto elaborato. Pensate a tutte le arzigogolature; poi, per rendere una chiave diversa dall’altra, si fanno tanti disegni diversi.
Allora questa potrebbe essere un’altra obiezione, soprattutto all’inizio della sessione degli esami: «Ma perché dobbiamo studiare tutte queste cose così complicate?».
E Chesterton dice così:
«Quando la gente si lamenta che la religione si è troppo presto immischiata di teologia e robe simili, dimentica che il mondo era penetrato in un labirinto di vie senza uscita. Il problema era un problema complicato. Era pieno di segreti, di enigmi inesplorati e inesplorabili, di inconsce follie, di pericoli in tutte le direzioni. Se la fede si fosse posta davanti al mondo solo con delle banalità, sarebbe stata il rifugio di alcuni moralisti. Quel che fece, noi cercheremo di descriverlo così».
Sentite che bello:
«Basti dire che nella chiave c’erano senza dubbio molte cose che parevano complicate. Ma c’era una cosa che era semplice: apriva la porta».
Noi studiamo, studiamo tante cose, tante questioni. E lo facciamo perché le questioni della vita sono molte. E lo scoprirete presto quando, andando in parrocchia, ascolterete la storia di vita delle persone, che non hanno bisogno di parole banali, di parole semplificanti; hanno bisogno di una chiave che apra la porta. E spesso questa chiave è arzigogolata e complicata.
Il Signore vi aiuti, ragazzi, a vivere così questa sessione di esami, ad affrontarla con questo spirito. Noi stiamo disegnando una chiave che apre la porta. C’è una chiave che aiuta a dare una forma alla vita, un significato alla vita, che funziona.
E per questo possiamo andare nel mondo, nella missione pastorale, sapendo che il cuore delle persone, il cuore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, intuisce quando ci sente parlare del Vangelo non in maniera banale, ma in maniera seria, in maniera profonda, in maniera articolata, in maniera significativa.
Le persone sentono che quella chiave apre la porta della vita.
Ecco perché vale la pena studiare, anche in mezzo al caldo di Molfetta, alle zanzare di Molfetta.