Traccia formativa

La vocazione è una creazione

Traccia formativa per l’anno 2019 - 2020

 

Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: "Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare". Ma egli rispose loro: "Voi stessi date loro da mangiare". Gli dissero: "Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?". Ma egli disse loro: "Quanti pani avete? Andate a vedere". Si informarono e dissero: "Cinque, e due pesci". E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.             

(Mc 5, 35-44)

 

 

Perché la preghiera di don Tonino Bello “L’ala di riserva” è così conosciuta e nessuno la dimentica? E perché, dopo tanti anni da quando è stata scritta, l’immagine usata dal grande Vescovo molfettese è ancora così eloquente al cuore di tutti noi? E il grande dipinto di Rembrandt, conservato all’Hermitage di San Pietroburgo, che ha colto in un’immagine straordinaria l’abbraccio tra il padre commosso ed incredulo di quanto stava avvenendo e quel figlio che lo aveva tradito allontanandosi per godersi la vita ed era ritornato affamato e lacerato nel cuore e nelle vesti, perché basta alludervi affinché nella nostra mente sia di nuovo presente in tutta la sua intensità? Da dove viene nell’animo umano la capacità di creare parole e immagini, e perché un dipinto, una metafora, una poesia, stringono tanta complicità con il nostro animo?

È a queste domande che quest’anno vogliamo tentare di rispondere, per provare a comprendere come la creatività sia una dimensione fondamentale di ogni vita umana, e sia decisiva anche per una vita cristiana e presbiterale riuscita. Sì, il mistero della vita, e perciò quello della vocazione, è un mistero di creatività.

 

  1. Dio ci ha creati creatori.

Le prime pagine della Scrittura ci insegnano che a fare di noi degli esseri viventi è l’alito divino. Il soffio che il creatore dona alle narici dell’Adamo fatto di terra per farne un essere vivente è il soffio della libertà, l’aria comune al respiro divino e a quello umano.

Ma parlare della libertà umana come di un dono originario, creato da Dio nell’uomo, vuol dire anche che essa si ricollega ad un desiderio di Dio, ad un suo auspicio riguardo a noi, vuol dire che la libertà è la nostra vocazione: è l’aspetto dinamico della libertà. Facendoci aiutare da un’immagine cara ai padri greci, diciamo che l’immagine deve tramutarsi in somiglianza, che il dono originario deve dispiegarsi, che esso in un certo senso è acquisito e in un certo senso è da acquisire. L’immagine di Dio nell’uomo in quanto già costituito in libertà è atto di Dio, la somiglianza con Dio nell’uomo che deve diventare libero è il nostro compito. L’uomo è stato creato libero, dice la rivelazione biblica, l’uomo è stato creato creatore[1], e questo è un dono. In questo anno che dedichiamo alla dimensione di creatività della nostra vita cristiana, dobbiamo forse partire da una domanda spirituale, che ci spinge alla ricerca del vero volto di Dio: quale Dio è il Dio che lascia essere l’uomo creatore, capace di inventare il nuovo, e di andare verso lo sconosciuto? Quale Dio ha donato all’uomo la libertà di inventare il proprio essere? Un tale modo di creare può lasciarci intravedere qualcosa del mistero di Dio? Ha scritto la poetessa francese Marie Noel:

 

“Io non desidero d’essere perfetta come l’uomo perfetto lo è... Io vorrei essere perfetta com’è perfetto il Padre. In Lui è la legge, ma in Lui è anche il gioco. L’opera sua è il serafino ma anche la farfalla. Essa è cielo, stelle, obbedienza d’astri ma anche fuoco, vento, e capricci di nubi. Egli si diverte con i fiori, ha inventato per ridere (e perché mai se non per ridere?) le code di scoiattolo, le penne di pavone, le zampe di cicogna, le proboscidi d’elefante, le gobbe di cammello e di dromedario. E s’egli forse si compiace quando un santo monaco tentato si flagella, di notte, con la disciplina, però benedice anche, con un sorriso, il capretto che danza, la gallina che fa l’uovo e il capro dalla lunga barba che corre sopra alla sua capretta. Io vorrei che anche la mia anima fosse ordine e fantasia.”[2]

Se restiamo su questo piano contemplativo, possiamo affondare il nostro sguardo ancora più in là. Quando pensiamo al Dio creatore, con un linguaggio più filosofico che biblico diciamo che egli ha creato ogni cosa dal nulla. Ma:

“Dire che Dio fa uscire il mondo dal nulla è un linguaggio incomparabilmente meno ricco di quando si afferma che Dio crea ex plenitudine, dalla straripante pienezza del Figlio nella sua infinita generazione”[3].

La nostra creazione, e quella del mondo intero, da parte di Dio, dobbiamo pensarla come tutta all’interno di un incessante, infinito movimento di vita che da sempre è in Dio stesso: la generazione del Figlio da parte del Padre. Il primo movimento creativo dell’amore del Padre è di uscita, il Padre genera il Figlio nell’eternità del suo amore con una tale incessante intensità che è dalla pienezza di quell’amore che viene creato il mondo, il quale resta fondato per sempre in Dio. E il secondo respiro di quell’amore è un movimento di attrazione: il Padre genera il Figlio per mezzo di un’attrazione a sé. Più attrae e più fa essere. In questo movimento incessante il Padre continua a creare anche noi: ci attrae fino al giorno in cui il mondo e Cristo coincideranno nel regno di Dio. Sì, anche il giorno ultimo, l’ottavo, sarà la radicalizzazione compiuta di questo dinamismo creativo che il Signore ha immesso in ogni essere: “e vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi, e il mare non c’era più” (Ap 21, 1). Questi due movimenti dell’amore creatore del Padre, uno di uscita e uno di attrazione, costituiscono il doppio respiro anche di ogni creatività umana. Noi diventiamo persone creative nella misura in cui usciamo da noi stessi, diamo tutto, scegliamo di non vivere più chiusi, di non restare con il cuore sordo all’infinito fascino della vita e delle persone, rendendoci invece disponibili all’incontro, al dialogo e alle novità che sempre ne nascono, e nello stesso tempo sperimentiamo che questa disponibilità del nostro cuore attrae, fa sorgere cose nuove prima di tutto in noi stessi, ci tira fuori tante potenzialità, e suscita altri incontri e altri progetti, attira l’attenzione e coagula le energie attorno e dentro le situazioni che viviamo. È l’amore a renderci persone creative. Ad immagine del Padre, più usciamo e più favoriamo processi che generano: si tratta di aprire il cuore, di non farci vincere dalla pigrizia, dalla coltre di abitudini che rischia di opacizzare e spegnere tutto; di diventare capaci di sentire il fascino delle idee nuove che ci nascono dentro, e di dare loro spazio, senza soffocarle sul nascere, credendo che la vita ha sempre ragioni più forti della morte, e che restare sempre negli stessi schemi, non rischiare mai, non provare a fare cose nuove, significa in fondo accontentare la morte sin da ora. E Come il Padre, anche noi possiamo provare a coinvolgerci, ad amare fino a dare tutto, donando ad altri di poter cominciare cammini nuovi, e questo renderà la nostra vita, anche dal punto di vista ministeriale, attraente. Sarà la dimensione creativa del nostro servizio la prima testimonianza vocazionale, che saprà parlare al cuore di altri giovani uomini e rendere ai loro occhi affascinante il ministero presbiterale. Più saremo creativi e più saremo attraenti, e questo sia come cristiani oggi sia, se Dio vorrà, come presbiteri domani.

Al cuore di questo mistero di radicamento e di fascino, c’è il mistero della nostra libertà. Non dobbiamo concepire la potenza creatrice di Dio come un potere alla cui volontà siamo soggetti e quindi chiamati ad immolare noi stessi rinunciando alla nostra identità. A volte abbiamo predicato il mistero della vocazione in questi termini. Il Padre invece esprime tutta la sua forza creatrice nella libertà assoluta che ci porta ad essere davanti a lui nella libertà, senza paura. Solo una libertà filiale, che è donata da un Padre che non vuole vivere al posto del Figlio, che distoglie lo sguardo, perché liberamente lo lascia essere, è una libertà compatibile con la fede in un Dio personale. Solo se io sono figlio di un tale dono di una Libertà che mi ama, posso dire contemporaneamente di essere figlio, appunto, e di essere libero. La radice di ogni creatività umana, di ogni nostra capacità di creare qualcosa di nuovo, viene da qui: dall’atto divino creatore della libertà, un atto così infinitamente ricco che al suo interno contiene già la possibilità della libertà umana.

Questo è il miracolo della creazione divina, che si è dispiegata nella creazione di un essere libero, la cui bellezza non è un ostacolo al pensiero della potenza di Colui da cui è sgorgata, ma piuttosto ne è l’espressione più alta, come ci ricorda la famosa e sempre affascinante pagina kierkegaardiana, scritta nel Diario del pensatore danese nel 1846:

“la cosa più alta che si possa fare per un essere, di molto superiore a tutto ciò che un uomo potrebbe fare, è di renderlo libero. Per poter fare ciò, bisogna avere appunto l’onnipotenza. Ciò può sembrare strano, poiché l’onnipotenza dovrebbe rendere le cose dipendenti. Ma quando si vuole comprendere con esattezza l’onnipotenza, si vede che essa comprende precisamente questa proprietà di recuperarsi nella manifestazione di questa onnipotenza... È per questo che un uomo non può mai rendere completamente libero un altro. Colui che possiede la potenza, è legato precisamente da essa, e avrà sempre un falso rapporto nei riguardi di colui che vuole rendere libero... solo l’onnipotenza può ritrovarsi mentre si dona, e questo rapporto costituisce precisamente l’indipendenza di colui che riceve”[4].

Allora pur in mezzo alle tante dipendenze che caratterizzano la nostra vita - e che fanno di noi degli esseri che devono accettare di vivere in una dimensione inevitabile di ricevere – noi siamo figli di questo amore del Padre che suscita libertà. Si, certo, noi dipendiamo come creature da Dio, ma in Lui siamo radicati nella libertà che crea uno spazio di possibilità in noi. Proprio perchè dipendiamo da Dio, abbiamo una grande energia creatrice in noi, una forza trasformante che ci porta al largo. Ecco: la vera potenza creatrice di Dio in noi ci spinge, ci porta verso il mare aperto, ci rende creativi:

“la vera presenza di Dio alla nostra libertà è che essa è lì senza essere lì. <Dio era lì, ma io non lo sapevo> (Gn 28,16). È di lasciarci in una beata indecisione perché siamo noi a poter decidere”[5].

Il Padre che ci tiene nella sua mano perché non ci perdiamo, è anche colui che ci tiene per mano e ci incoraggia a percorrere le strade del mondo in un atteggiamento di libertà creativa. Più restiamo nelle mani di Dio, più saremo persone creative e libere. Si aprono qui davanti a noi due strade: la prima è eminentemente spirituale: si tratta di custodire in noi la presenza del Padre, attraverso il Figlio e lo Spirito, perché sarà essa a fare di noi dei creativi. La seconda è più pedagogica: negli anni di formazione in seminario dobbiamo imparare a diventare sempre più autenticamente liberi, per far fiorire le energie creative che Dio ha posto in noi.

 

  1. La nostra vocazione è un mistero creativo.

A) Più coinvolgiamo tutto di noi nella relazione con il Signore, più si crea una situazione nuova prima di tutto in noi stessi, a partire dalla personale intimità con Cristo. Questa novità che sgorga in noi, si radica in quel luogo di incontro intimo che è il nostro cuore, ma ha i suoi effetti concretissimi e visibili nella nostra vita quotidiana. Noi cambiamo, creiamo noi stessi a partire dall’incontro con Cristo. In fondo la vita spirituale non è che il lasciar agire Dio dentro di noi. In questa intimità noi facciamo esperienza della presenza dello Spirito di Cristo in noi. Il Padre è fonte di ogni dono attraverso lo Spirito Santo, che chiamiamo “dator munerum”, Colui da cui sgorgano tutti i doni. Grazie alla presenza dello Spirito nei nostri cuori la stessa creatività divina prende dimora in noi. Nel nostro cuore di credenti lo Spirito Santo, l’amore che unisce il Padre e il Figlio, continuamente mette in noi energie di creatività. E il primo campo in cui si esprime questa capacità spirituale di “fare” siamo noi stessi: proprio perché radicati in Dio, non creatori di noi stessi, ma resi liberi da colui che ci sostiene nell’esistenza, possiamo farcene qualcosa di noi, possiamo dare un volto ai nostri giorni, possiamo dare una forma alla nostra esistenza. Nella preghiera noi possiamo trovare la forza per non subire passivamente i pur reali condizionamenti dell’ambiente in cui viviamo, ma sentendo la voce di Uno che ci chiama possiamo alzarci e provare ad elaborare una risposta personale, che nasce dall’incontro tra ciò che ciascuno di noi è e Colui che abbiamo incontrato. Nel cammino vocazionale di ciascuno c’è bisogno di essere inventivi, creativi, perché la voce del Signore si posa sulle particolarità di ciascuno, e ciò che accade in questo incontro è diverso per ciascuno di noi. La preghiera personale, la sera in adorazione, è un dialogo che assume dei veri tratti vocazionali: io porto il mio desiderio davanti a Dio, lascio che si incontri con il suo, e se ne faccia trasfigurare. Sera dopo sera, momento dopo momento, i due desideri si incontrano, la mia umanità aderisce alla divino-umanità di Gesù, la mia volontà e la sua diventano una cosa sola, e il mistero dell’incarnazione rivive in me, certo in senso analogico, ma reale. Questo è il mistero della mia vocazione: un dialogo creativo! Ma nella preghiera possiamo anche imparare a trovare la forza per non subire passivamente gli stimoli e i limiti che la vita ci ha messo addosso, e persino le nostre passioni possono essere educate, elaborate. Sì, persino i nostri limiti hanno bisogno di creatività, perché non ci riduciamo mai a dire: “io sono così, questi sono gli impulsi che ho, e basta”. Rifletterci, esaminarli, imparare a distinguerli, trovare ognuno la propria via per non farcene bloccare: anche in questo ci serve la creatività, che spesso assume il nome aspro della lotta interiore. Scegliere di amare Dio e il prossimo, ci chiede di saper indirizzare creativamente anche i nostri limiti verso lo scopo che stiamo scegliendo come senso della nostra vita. Tutti abbiamo una possibilità di vivere consapevolmente i nostri condizionamenti e di modellare una nostra personale risposta in maniera creativa. Sarà la nostra creatività spirituale a farci trovare una via interiore personalissima per restare fedeli alla chiamata di Dio, una via che non sia quella semplicemente di proteggere noi stessi o di piegare a noi tutto e tutti, ma quella di riuscire ad amare con tutto noi stessi Dio e i nostri fratelli. Nei dialoghi con il padre spirituale, il primo compito è quello di riuscire a trovare insieme questa via creativa, ed è per questo che non c’è bisogno di nascondere i propri limiti e le proprie mancanze, ma piuttosto di metterli in luce perché siano creativamente elaborati da ognuno di noi. Lasciamoci creare da Dio sempre di nuovo, lasciamo che in noi agisca l’inventiva dello Spirito. Il discernimento non è solo questione di imparare a leggere, nella nostra vita, la presenza del Signore, ma anche di assecondare la sua spinta creativa in noi! Lasciamo che la sua potenza creatrice e la nostra libertà creativa si sintonizzino: è il mistero dell’incontro tra la grazia di Dio e la nostra libertà.

B) Dove cresce in noi questa capacità di lasciarci andare all’azione dello Spirito? Essa si incarna in quella che possiamo chiamare neuro-plasticità cerebrale. L’incontro con lo Spirito Santo, il lasciarlo fluire in noi, è favorito dal punto di vista umano da quella che possiamo chiamare un’esperienza di neuroplasticità. La rigidità al contrario è quella di chi resta bloccato nelle forme della sua personalità, blocchi che, ognuno di noi ne fa esperienza, sono condizionati dalla nostra biografia.

Che cosa significa nella carne e nel quotidiano lasciar agire la creatività di Dio in noi? Significa imparare a spostare, mescolare, provare nuove strade, tendere nuovi fili, operare salti da un contesto ad un altro provando a vedere che cosa accade, in quella che gli studiosi chiamano bisociazione: la capacità cioé di unire due oggetti, o due schemi, che normalmente sarebbero ritenuti non compatibili, non omogenei. Ecco gli atteggiamenti a cui già oggi in seminario ci possiamo abituare per riuscire domani ad essere evangelizzatori in un mondo che cambia continuamente.

Una plasticità creativa della nostra mente è innanzitutto quella che consiste nel connettere elementi (parole, numeri, colori, concetti. Ecc.), cercando di superare regole già esistenti, per cercare una più appropriata e migliore regola. Infatti ciò che è nuovo, è sempre anche utile, conveniente, appropriato. Ecco perché abbiamo bisogno di creatività anche nella pastorale: ciò che è creativo è anche utile. Dobbiamo cercare ciò che è più appropriato ed efficace oggi, e per farlo dobbiamo accettare la sfida della creatività pastorale. Riuscire domani ad essere preti così ci chiede di essere oggi seminaristi che sanno assumere uno stile quotidiano fatto di flessibilità, di curiosità verso il mondo, di capacità di stabilire relazioni tra concetti o elementi diversi e di operare sintesi ampie, di disponibilità a mettersi in discussione, di resistenza interiore a farsi ingabbiare in routine o abitudini troppo ripetitive e alla fine inefficaci. Questo modo di stare nelle situazioni della vita è da un lato umanissimo, é legato alla sopravvivenza, perché è ciò che ci rende capaci di adattarci ai cambiamenti dell’ambiente attorno a noi, ma d’altro canto è un dinamismo che, a partire dal cuore, ci fa restare volti sempre verso una crescita continua, ci mantiene aperti verso la vita, e disponibili verso la presenza del Signore: se siamo creativi, siamo aperti verso la trascendenza. Non dobbiamo pensare alla creatività come ad una caratteristica delle persone speciali, che possiedono solo i geni, gli artisti, o i leader carismatici. No, c’è una dimensione umana normale della creatività, che appartiene a tutti. Nè per forza, se diamo spazio a questo modo di vivere, finiremo per avere una vita sregolata come a volte hanno avuto alcuni grandi spiriti creativi. Si tratta piuttosto di far convergere le nostre energie vitali verso il bene, verso l’amore, verso il desiderio di evangelizzare, verso il Signore. E dobbiamo farlo restando con uno sguardo fresco sul mondo e sulla vita.

C) Una ulteriore scelta formativa che possiamo fare per sviluppare la nostra creatività è quella di non sottovalutare e anzi di coltivare la nostra fantasia, la nostra capacità di immaginazione. Dentro di noi esiste una capacità di generare immagini mentali, rappresentazioni figurali, ma anche la capacità di manipolarle, di compararle, di trasformarle. All’inizio ricordavamo la preghiera di don Tonino che ci fa immaginare ognuno di noi con un’ala, e bisognoso di volare abbracciato ad un’altra persona che ha una seconda ala. Nella nostra memoria ha una grande importanza il codice visivo, ecco perché noi ricordiamo meglio ciò che abbiamo appreso secondo il doppio codice, verbale e visivo. E le parole spesso hanno anche un valore di immagini, così come le immagini spesso le etichettiamo con delle parole. La Scrittura è piena di parole che ci fanno balenare nella mente delle immagini. Ci parla di deserti nei quali improvvisamente appaiono dei fiori e si aprono strade, di torri costruite il più in altro possibile, di mattoni impastati di superbia per tentare di arrivare al cielo, di un velo che mentre Gesù muore si squarcia e rende definitivamente accessibile il Santo dei santi.

Anche noi come discepoli missionari oggi siamo chiamati ad usare immagini, metafore, parole poetiche che alludono senza descrivere compiutamente, perché così riusciremo a dire ai nostri fratelli che per misurarsi con se stessi e con il senso della propria vita hanno bisogno di una realtà, un’idea, un’intuizione che proviene da altrove.  Dobbiamo far sentire alle persone il brusio di questo altrove, che non è nella razionalità, non è nel comportamento, non è nelle idee, ma è altrove. Noi parliamo di Dio, ma parlare di Dio significa parlare da un punto di vista che è quello di nessuna parte. Usare nella pastorale la fantasia, le immagini, le metafore, un linguaggio poetico, significa arricchire le nostre proposte pastorali di grandi tesori, aiutando i nostri fratelli a dischiudere nuove stanze della vita, nuovi spazi nella propria autocomprensione. Per noi è chiaro che Dio è più di un’idea. E allora perché usiamo sempre e solo il linguaggio concettuale? Pascal diceva che “perché una religione possa dirsi vera, bisogna che abbia conosciuto la nostra natura” (pensiero 433). Ebbene, una religione vera deve aver conosciuto anche le zone misteriose ma umanissime del sogno, della fantasia, dell’immaginazione, della sorpresa. O la nostra fede arriva a toccare anche la nostra fantasia, o non è una vera fede.

In questo anno formativo, impegniamoci insieme a coltivare questo dinamismo creativo. Nello studio potrà significare provare ad ampliare le nostre letture (sicuri che senza la fatica della lettura difficilmente avremo occhi nuovi per guardare la vita da un altro punto di vista); nelle veglie comunitarie potrà significare provare ad usare altri linguaggi e stili rispetto a schemi che ripetiamo stancamente ogni anno da tanto tempo (se nella liturgia è sempre importante la fedeltà alle norme della Chiesa per non farne il teatro della nostra soggettività, in altri momenti come le nostre veglie per i ministeri possiamo essere più creativi?); nella quaresima l’elemento tradizionale dell’ascesi dello sguardo potrà significare una scelta di allenarsi a guardare ogni persona, ogni immagine, davanti a Dio, come un suo riflesso, e quindi come una possibilità di raccontare il suo amore, non un oggetto da cui trarre un guadagno personale o una risposta ai nostri bisogni immediati; nella formazione, a cui dedicheremo l’intero pomeriggio del venerdì, potremo avere la possibilità di sperimentare ed utilizzare metodologie nuove, linguaggi più efficaci, coinvolgendoci personalmente con coraggio e fantasia, superando il monopolio dell’incontro frontale, pur necessario in alcuni momenti e in riferimento ad alcuni contenuti.

      3. Abitiamo da creativi il nostro futuro.

Possiamo così comprendere come ci sia un importante significato pastorale della creatività. Viviamo tempi nei quali tutto sta cambiando, e probabilmente la situazione che abbiamo lasciato, nelle nostre comunità cristiane, quando siamo entrati in seminario, non sarà già più la stessa quando lasceremo Molfetta. Basteranno pochi anni, infatti, perché il volto delle nostre parrocchie e delle nostre diocesi viva dei mutamenti profondi. Non dobbiamo e non possiamo ignorare quanto sta avvenendo, anche se ci spaventa un po’. Potremmo fare tanti esempi: quante comunità religiose stanno scomparendo dalle nostre città e dai nostri paesi? Quanti bambini non battezzati stanno iniziando a frequentare le nostre parrocchie pur non essendo iniziati alla vita cristiana? In estate sempre più turisti visitano le nostre chiese (o forse si imbattono nelle nostre porte chiuse!); il web mette a disposizione di tutti tante offerte spirituali, e diventa difficile per le persone orientarsi tra di esse; i social diventano per i nostri ragazzi ma anche per gli adulti un ambiente sempre più vitale. E potremmo continuare ancora a lungo. Resta una domanda: come dobbiamo porci davanti a tutti questi cambiamenti? Forse nessuno di noi ha la risposta, ma tutti siamo chiamati dalla voce del Signore che sempre risuona negli eventi della storia a lasciare che la nostra coscienza credente diventi un luogo creativo: sarà nel nostro cuore, in quello di tutti i credenti e in quello dei pastori, che il grande orizzonte del vangelo e la stessa persona di Gesù, con i suoi insegnamenti, potrà incontrare la vita dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, caratterizzata appunto da tanti inediti fenomeni. Possiamo ammettere, con semplicità, che tutto questo ci intimorisce, e che non sappiamo bene cosa fare. Sin dagli anni del seminario, però, possiamo chiedere a noi stessi di tenere aperto il cuore sui due poli di questo incontro: il Signore, vivo e presente in noi col suo Spirito, e la realtà, con tutto ciò che la caratterizza oggi. Non credere alla possibilità di questo incontro significherebbe mancare gravemente di fiducia nel Signore, che sa aprire strade sempre, in ogni epoca e in ogni cultura, anche in quella secolarizzata che caratterizza il nostro territorio. Papa Francesco, nel mese di giugno scorso, parlando alla diocesi di Roma riunita in convegno ha incoraggiato tutti a aper stare in questo non facile equilibrio che ci vuole per tenere insieme tutto, arrivando a parlare di uno squilibrio nel quale dobbiamo imparare a stare:

“Non si tratta di <risistemare>. Abbiamo sentito [negli interventi precedenti] gli squilibri della città, lo squilibrio dei giovani, degli anziani, delle famiglie ... Lo squilibrio dei rapporti con i figli... Oggi siamo stati chiamati a reggere lo squilibrio. Noi non possiamo fare qualcosa di nuovo, di evangelico se abbiamo paura dello squilibrio. Dobbiamo prendere lo squilibrio tra le mani: questo è quello che il Signore ci dice, perché il vangelo – credo che mi capirete – è una dottrina <squilibrata>. Prendete le Beatitudini: meritano il Nobel dello squilibrio! Il Vangelo è così [...]. Lo Spirito santo non capisce l’equilibrio, non lo capisce.”[6]

Riuscire a vivere in questa situazione di “squilibrio” - in cui ogni giorno dobbiamo andare incontro alla novità della vita e alle incertezze della storia – riuscendo ad essere persone felici e serene sarà possibile solo nella misura in cui oggi ci costruiamo una radice santa nel nostro rapporto con il Signore. Ma accanto a questa radice spirituale occorrerà imparare a non stringere in un controllo razionalistico quel dono, a lasciarlo scorrere anche attraverso quelle regioni interiori da cui ognuno di noi è abitato, e che ribollono di immagini, intuizioni, di quello che Pascal chiamava “spirito di finezza”, che supera e completa la comprensione geometrica e definitoria della realtà, quasi vivisezionatoria, per accedere ad una completezza di visione, più limpida, interiore, che passa per il cuore. Sì, la parabola del figliol prodigo la leggiamo, l’analizziamo, la sappiamo anche spiegare agli altri, ma Rembrandt con la sua arte ci fa arrivare dove il nostro pensiero e le nostre parole possono solo affacciarsi.

È per questo che non è una questione da bambini imparare a far arrivare la luce del vangelo fin dentro questa capacità immaginativa che ognuno di noi possiede, per arricchire la nostra vita e la nostra testimonianza cristiana di immagini, intuizioni, simboli, metafore. Sentite come un grande padre della Chiesa siriaca, Efrem, parlava del mistero dell’Incarnazione:

“Se essa poteva portarti, era perché Tu, la grande montagna,

avevi alleggerito il tuo peso; se essa ti nutre, è perché

hai affrontato la fame; se essa ti dà il suo seno

è perché Tu, di Tuo proprio volere, hai provato la sete; se ti accarezza

Tu, che sei il carbone ardente, hai preservato il suo seno incolume.

Tua madre è causa di meraviglia: il Signore è entrato in lei

ed è divenuto servo; Egli, che è la Parola, è entrato

ed è divenuto silenzioso dentro di lei; il tuono è entrato in lei

e non ha emesso suono; là è entrato il Pastore di tutto,

e in lei è diventato l'Agnello che bela non appena esce fuori”[7]

Nel grembo della Vergine è entrato il Pastore ed è diventato agnello, Maria è stata abitata dal tuono, ma esso ha rinunciato ad emettere il suo boato: subito ascoltando queste metafore noi cogliamo qualcosa dell’umiltà dell’incarnazione, senza troppe spiegazioni, e senza aver bisogno di un gran numero di parole. In questo tempo che ci ha disabituati ai lunghi discorsi, davanti ai quali non riusciamo più a restare troppo concentrati, non potrebbe essere una grande opportunità pastorale ed evangelizzante riscoprire la bellezza della parola poetica, breve ed efficace, densa e leggera allo stesso tempo? Noi abbiamo dentro questa capacità simbolica, ce l’ha messa nel cuore il nostro creatore, si tratta solo di risvegliarla, di esercitarci ad essa, di non ignorarla come se fosse infantile o incompleta[8].

È una formidabile sfida davanti a noi: dobbiamo dire oggi le grandi, antiche parole della nostra fede, quelle che ci hanno preso il cuore e hanno aperto davanti a noi una strada che vogliamo percorrere con tutto noi stessi, consacrandoci al Signore. Ma dobbiamo dirle in modo nuovo, dobbiamo inventarcele combinandole in modo che siano udibili ancora oggi, anche dalle orecchie così ostruite dei nostri contemporanei? Ci riusciremo? Sì, se sapremo sviluppare la nostra creatività. In realtà già lo facciamo quando per parlare ai bambini dei misteri della fede cerchiamo immagini ed esempi, raccontiamo storie o facciamo vedere immagini. Forse quello che facciamo con i bambini potrebbe diventare più usuale nel nostro modo di parlare e predicare, di insegnare e spiegare. Abbiamo già l’esempio di alcuni dei docenti della nostra facoltà che con genialità e coraggio stanno iniziando a percorrere questa strada, accostando le parole tradizionali della teologia ai simboli dell’arte. Lo stesso Papa Francesco usa spesso immagini, tratte dalla sua grande capacità di ascolto dei giovani, riuscendo ad arrivare al cuore di tutti in modo straordinario ed universale. Quanto tempo perdiamo a lamentarci, anche nei week end di iniziazione pastorale, del fatto che mancano tante cose, non ci sono le condizioni, le situazioni sono molto carenti... ma a partire dalla realtà così com’è, possiamo essere creativi, con quello che abbiamo, con le persone che ci sono. Dobbiamo diventare predicatori più creativi, catechisti più fantasiosi, preti capaci di immaginazione! Ce lo chiede il Signore, che ci vuole evangelizzatori e missionari in questo tempo bello e difficile. Come il profeta, anche noi dobbiamo trovare parole che pronunciate ai morti ridanno vita:

"Egli aggiunse: "Profetizza allo spirito, profetizza, figlio dell'uomo, e annuncia allo spirito: "Così dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano"". 10 Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi” (Ez 37, 9-10a).

Come i profeti, anche noi vediamo morire tante cose a cui siamo affezionati, e invece crediamo che la vita vincerà ancora. Ci sembra di dover dire che la fede è morta nel cuore di tanti di noi, soprattutto i nostri coetanei giovani, e invece come per la fanciulla del vangelo (cf. Mt 9,24), noi sappiamo che la presenza del Signore nel cuore di tanti non è morta, ma dorme. Non è forse così che possiamo rileggere quanto avviene nei dialoghi a scuola durante le missioni giovani? Ma siamo noi a dover trovare le parole giuste per risvegliarla. Le vecchie forse non bastano più, il nostro compito è di crearne delle nuove, che abbiano il sapore della vita. Esse sgorgheranno sulle nostre labbra solo se nel nostro cuore noi abbiamo incontrato il Verbo della vita. Ha scritto un antico predicatore, Antonio Vieira:

“Le parole di quanti non videro sono mere parole; mentre le parole di quanti videro sono profezie”[9].

Se noi parleremo dopo aver visto, dopo aver fatto una vera personale esperienza di fede, riusciremo ad essere ciò che il battesimo ci ha resi, e cioè profeti.

Ma la creatività dovrà toccare non solo il nostro modo di dire la fede, dovrà farci mettere mano anche all’organizzazione pastorale. Oramai 15 anni fa, i nostri Vescovi ci hanno chiesto, in una famosa ed ancora interessante nota pastorale, di saper affrontare creativamente i cambiamenti in atto nel nostro territorio italiano:

“Una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più. È necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società.”[10]

Queste parole lasciano già intravedere l’esortazione che papa Francesco, qualche anno dopo, rivolgerà a tutta la Chiesa chiedendoci di diventare discepoli missionari. Anche noi che ci prepariamo a diventare preti accogliamo volentieri queste indicazioni, e creativamente ci mettiamo a disposizione del futuro che Dio ci sta preparando, fiduciosi in lui e gioiosi nel provare ad esprimere le energie creative che abitano in noi e renderanno bella la nostra vita domani. Adesso tocca a noi, con ordine e fantasia!

 

Letture consigliate

F. Rosini, L’arte di ricominciare, San Paolo, 2018.

G. Rodari, Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, Einaudi, 2010.

P. Brock, La spiritualità nella tradizione siriaca, Lipa, 2006.

A. Alves, Parole da mangiare, Qiqaion, 1998.

Sarthou-Lajus, L’arte di trasmettere, Qiqaion, 2018.

Zanchi, Rimessi in viaggio. Immagini da una Chiesa che verrà, Vita e Pensiero, 2018.

Cucchetti, Homo creativus. Nuove sfide per la bioetica, in Il Regno. Attualità (16/2019) pp. 475-481.

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[1] Cf A. Gesché, L’homme crée créateur, in Revue Théologique de Louvain, 22 (1991), pp. 153-184.

[2] Cit. in Avvenire, 27 maggio 2018, p. 19.

[3] F. Xavier Durrwell, Il Padre. Dio nel suo mistero, Citta Nuova, Roma, 19995, p. 115.

[4] S. Kierkegaard, Reflexionen über Christentum und Naturwissenschaft, in Id., Gesammelt Werke, 17, Düsseldorf, 1954, p. 124.

[5] A. Gesché, Il senso, Edizioni San Paolo, 2005, pp. 29-30.

[6] Incontro con il Sano Padre Francesco con i partecipanti al convegno della diocesi di Roma, Basilica di San Giovanni in Laterano, 9 maggio 2019.

[7] Efrem il Siro, Inni sulla natività 11, 56.

[8] Una delle possibili definizioni di creatività è quella di una vera e propria ars combinatoria. Umberto Eco in un suo brillante excursus sulle varie definizioni di creatività, ne parla partendo da una definizione di Pascal:“un passo fondamentale di Pascal: <qu’on ne dise pas que je n’ai rien dit de nouveau: la disposition des matières est nouvelle>. Che non si dica che non ho detto niente di nuovo. La disposizione delle materie è nuova. Quando si gioca alla pallacorda è la medesima palla quella con cui giovano l’uno e l’altro, ma uno la lancia meglio. Sviluppando questo pensiero, si può arrivare all’idea di creatività  come combinatoria inedita di elementi pre-esistenti, o ab aeterno o da gran tempo. [...] per ora mi interessa considerare il fatto che una creatività che porta alla luce quello che era potenzialmente contenuto in una materia preeesistente procede per trial and error, e mette in opera, come suggeriva Pascal, un’ars combinatoria. [...] ecco allora una proposta che mette sullo stesso piano la creatività scientifica e quella artistica. Come tutte le scoperte scientifiche a venire dovrebbero in qualche modo essere contenute negli algoritmi che reggono eventi naturali,così tutte le creazioni artistiche  dovrebbero già essere contenute in potenza negli elementi fondamentali, suoni, lettere, intervalli, tinte, linee e figure geometriche  di cui la nostra specie dispone. Creativo allora non sarà colui che ha tratto qualcosa di nuovo ex nihilo ma colui che lo ha individuato, per intuizione, per trial and error, per caso – o per quell’infinita pazienza che per Flaubert era segno del genio – dalla ganga che lo racchiudeva e lo nascondeva ai nostri occhi”. (cit. in A. Testa, La trama lucente. Che cos’è la creatività, perchè ci appartiene, come funziona, Rizzoli, Milano, 2010, pp. 100-101).

[9] Cit. in Ruben A. Alves, Parole da mangiare, Qiqaion, 1998, p.185.

[10] Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia. Nota pastorale della CEI, 30 maggio 2004, n. 1

Traccia formativa 2014/2015

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Lorenzo Milani, compagno di strada nel sentire educativo ed ecclesiale di Rocco D’Ambrosio: clicca QUI per il download

Traccia formativa 2015/2016

Un Dio che fa fiorire l’umano
Dal giardino dell’Eden al pozzo di Sicar.

 

Gesù passa ancora e riaccende la vita
e lascia orme lievi sulla polvere del cuore
(e sono le orme di amici nel quotidiano)
come allora sulle strade di Galilea.
E io lo seguirò
perché mi interessa solo un Dio che faccia fiorire l’umano
Ermes Ronchi

Non è una moda quella di adottare il cammino della Chiesa italiana dell’imminente grande Convegno ecclesiale che scandisce da dopo il Concilio, ogni dieci anni, il percorso di vita delle nostre Chiese locali. E’ un esercizio di ecclesialità: si cammina insieme, ci si sente uniti dalla stessa Parola che ci interpella, si condividono analisi e prospettive future. Per dei futuri presbiteri tutto ciò è molto importante, perché il Seminario è un tempo di formazione anche all’ecclesialità. Così, per una felice coincidenza con il nostro “ciclico” ritorno all’approfondimento di uno degli aspetti della formazione, ci ritroviamo a riflettere sulla formazione umana, contemplata nella Pastores dabo vobis nei nn. 43-44 e nella Ratio della Chiesa italiana nei nn. 90-94. Nella traccia formativa vogliamo fare sintesi anzitutto di quello che la Chiesa ci chiede nella formazione nelle circostanze attuali; poi su come tutto questo si inserisce nel cammino delle Chiese che sono in Italia; sul senso delle due icone bibliche di riferimento; sul punto d’arrivo e sui mezzi del nostro cammino formativo. In quell’atto di fede nel Dio che fa “fiorire l’umano” diciamo la nostra fede nel mistero dell’Incarnazione, nella Redenzione che fa sì che la nostra vita sia redenta e trasfigurata. “Far fiorire l’umano”: sono parole sintetiche e belle come solo i poeti le sanno esprimere: ce le ha donate Ermes Ronchi nel suo “ I baci non dati”.
1. Ciò che la Chiesa ci indica per la formazione nelle circostanze attuali
Oggi che siamo più che mai sensibili alle attese e alle istanze di un sinodo, non dovremmo dimenticare che agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, c’è stato un sinodo sulla formazione dei presbiteri nelle circostanze attuali, che ha raccolto e rilanciato l’eredità conciliare su questo capitolo importante di ogni svolta della vita della Chiesa: la riforma del clero. Mai come prima l’attenzione alla formazione umana dei presbiteri è emersa come in un quel sinodo; l’espressione di PdV 43, frutto della Propositio 21 ne è una prova: “Senza una opportuna formazione umana l’intera formazione sacerdotale sarebbe priva del suo necessario fondamento”. E’ davvero un segno dei tempi questa attenzione, già in embrione in PO e OT! Di essa mi sembra opportuno sottolineare alcuni passaggi.
a- Il riferimento cristologico per delineare l’umanità del presbitero. In PdV 43 si dice chiaramente che la perfezione umana risplende nel volto del Figlio di Dio fatto uomo e traspare nei suoi atteggiamenti verso gli altri. Il Vangelo lascia trasparire la modalità con cui Gesù si relaziona con l’umanità e allo stesso tempo traccia una strada nella quale espressioni di tenerezza, compassione, senso di giustizia, condivisione, emanano da tutta la sua persona. Il cardinal de Berulle, teologo dell’umanità di Cristo nel secolo XVII, così scrive: “O Umanità santa di Gesù, tu sei un abisso di meraviglie, un mondo di grandezze, un cumulo di pregi singolari; sei il centro, il Circolo e la Circonferenza di tutta la Rivelazione di Dio. Sei il capolavoro di Dio, l’opera nella quale, come uscendo da se stesso, Egli esaurisce la sua Grandezza, la sua Potenza, la sua Bontà, e nella quale si nasconde Egli stesso per partecipare della sua stessa opera di Creatore, elevarla al di sopra di tutte le opere delle sue mani, impreziosirla e divinizzarla.”
b- L’umanità si esprime soprattutto nella qualità delle relazioni e nella condivisione di valori comuni a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Sono tante le sfaccettature della maturità umana che si richiedono; bastino queste tre espressioni per sintetizzarle: “… i futuri presbiteri devono coltivare una serie di qualità umane necessarie alla costruzione di personalità equilibrate, forti e libere” (PdV 43). L’equilibrio indica la presenza di tanti elementi che tra loro si controbilanciano e permettono alla persona di essere virtuosa; ad esempio l’irascibilità, che è una inclinazione dell’animo umano, se orientata alla giustizia, fa sì che ci si indigni nei confronti del male e dell’ingiustizia, il che è esigito in tante circostanze. La fortezza d’animo fa sì che una persona sappia stare nelle situazioni, anche problematiche, portandone il peso e cercando di uscirne fuori lavorando anzitutto su se stesso. La libertà permette di scegliere il bene e il meglio senza condizionamenti. Perché tutto questo? Dice semplicemente PdV 43: “(per essere personalità) capaci di portare il peso delle responsabilità pastorali”.
c- La formazione umana è formazione della propria affettività, di quel mondo interiore che in modo molto felice Bonhoeffer definisce “la polifonia dell’esistenza”, un mondo che armonizza interiormente i tanti suoni/volti che incontriamo nella nostra vita! Credo che non ci sia persona più matura di chi diventa sposo e padre sul serio, non solo anagraficamente, ma “dentro”. La passione del discepolo di Cristo che è chiamato ad essere presbitero, è la passione della nuzialità e della paternità. Una sana amicizia con una coppia ci rende capaci di “rubargli il mestiere di vivere”, e ci mette in grado di testimoniarle che l’amore verginale “parla” anche all’amore sponsale. Quest’anno è stato pubblicato un libro- di cui alcuni di voi mi hanno fatto dono- che è una lunga conversazione di un uomo sposato con un prete: si intitola Caro prete, questa sera ascolti tu. Colloquio tra un giovane sacerdote e un giovane sposo. L’autore scrive nell’introduzione: “E di che mai vorrei parlarti, prete? Nient’altro che del mio essere marito, perché oggi più che mai, mi sembra per te utile, necessario, vitale, che io ti parli del mio sacramento per dirti qualcosa sul tuo sacramento. Niente di più, niente di meno”. Tutto ciò passa attraverso la riappropriazione della nostra corporeità nel suo “significato sponsale”, tanto caro a san Giovanni Paolo II: la castità è l’esercizio di questa sponsalità del corpo, chiamato a dialogare nella vita di coppia, a donarsi e accogliere l’altro gratuitamente nella vita verginale!
2. Come si inscrive il nostro cammino nelle attese della Chiesa italiana e nell’Anno della Misericordia
Chiamo attese quello che le Chiese che sono in Italia si attendono dal convenire a Firenze. Dispiace constatare che “alcuni profeti di sventura” non si aspettano niente da questo appuntamento ecclesiale: ripetono il fatalistico ritornello che tutto rimarrà come prima, che la traccia ha delle lacune, che “si potevano spendere quei soldi per darli ai poveri”(Cf. Gv 12,5). Ma non siamo poveri di comunione e di speranza? Il “convenire in unum” non può essere un momento di grazia? A dei giovani in formazione poi, non è lecito essere così pessimisti, perché a loro, per età e fase vocazionale, è affidato il futuro! Anche di questo documento, “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. Una traccia per il cammino verso il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale” mi permetto di sottolineare tre aspetti.
a- L’analisi della situazione della cultura italiana focalizza la radice di tutti i mali nell’autoreferenzialità: “In effetti, il male del quale il nostro tempo sembra soffrire è l’autoreferenzialità.(…) Tutto ci spinge a ritenere di essere autosufficienti e che questo poggiare unicamente su noi stessi sia il principio della vera libertà. L’autoreferenzialità è così pervasiva che s’insinua nella vita dei singoli come in quella delle comunità, nella vita del Paese e anche in quella della Chiesa. La pretesa di bastare a se stessi elimina l’altro dal proprio orizzonte, facendone un elemento di supporto oppure una possibile minaccia da cui guardarsi; sicuramente lo esclude come colui dal quale riceversi.” Non è proprio la autorefenzialità che ci fa sentire figli un po’ tristi del nostro tempo?
b- L’umanesimo di cui prendere consapevolezza non è ovviamente una corrente ideologica, un movimento culturale quale è stato quello del XV-XVI secolo proprio a partire da Firenze, ma è un modo di guardare il volto di Cristo e quello degli uomini. Viene definito “umanesimo prismatico”, “dove dall’insieme dei volti concreti, di bambini ed anziani, di persone serene e sofferenti, di cittadini italiani e d’immigrati venuti da lontano, emerge la bellezza del volto di Gesù. L’accesso all’umano, difatti, si rinviene imparando a inscrivere nel volto di Cristo Gesù tutti i volti, perché egli ne raccoglie in unità i lineamenti come pure le cicatrici.” Questo umanesimo è frutto di una lettura di fede e sapiente della nostra realtà, nella quale dietro i singoli volti, lasciandoci illuminare dal Vangelo, scorgiamo il volto di Cristo. Si compie così l’umanesimo di Mt 25: “Ho avuto fame.. ho avuto sete… ero nudo…”
c- Le vie dell’umanità nuova ci riguardano come credenti e come futuri presbiteri. Le “ cinque vie” indicate dalla Traccia di Firenze sono quelle in cui concretamente la nostra umanità sarà chiamata a spendersi e testimoniare la propria vocazione: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Penso ad esempio all’abitare. Come farà un presbitero a vivere “gomito a gomito” con gli altri se non ha capacità relazionali o se addirittura in esse non ha raggiunto un equilibrio che lo libera da atteggiamenti possessivi e invadenti? Come farà ad educare? E come farà a dare il primato a Dio nel trasfigurare della celebrazione dei sacramenti se sarà autoreferenziale e narcisista?
Come vedete, i temi della formazione dei futuri presbiteri sono inscritti in questa storia, in questo tempo, Ci sentiamo davvero uniti a tutto il popolo di Dio in cammino. Sentiamo che il punto d’arrivo del nostro percorso è fortemente provocato dall’Anno della Misericordia, nel quale proprio i presbiteri sono chiamati a dare testimonianza: “La parabola (del padre misericordioso) contiene un insegnamento per ciascuno di noi. Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia”.
3.L’icona biblica di Adamo ed Eva: per avviare un processo di consapevolezza
“Il tempo è superiore allo spazio” ci ha detto papa Francesco in una espressione della Evangelii gaudium n.222, che non dobbiamo avere paura di ripetere, perché è la legge della storia, della formazione, di processi che si avviano in continuazione. La traccia formativa è l’avvio di dinamiche che ognuno deve portare avanti personalmente, ma che ci legano comunitariamente. Se si tiene presente questo processo si “diviene popolo”, come afferma EG 221.
La scelta dell’icona biblica di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden: perché? Enzo Bianchi definisce quelle pagine “kerigma sull’uomo e sulla sua esistenza concreta” , la storia dell’umanità letta teologicamente, nella quale ritroviamo la nostra stessa storia. Le coordinate principali che l’attraversano dicono in maniera profonda quale è la nostra vocazione di uomini.
a- E’ vocazione di uomini iscritta nella grande opera della Creazione. L’enciclica Laudato si’ ci richiama a questa realtà di noi stessi: siamo creature, la nostra vita non si confonde con quella degli altri esseri in modo indistinto, ma rappresenta un unicum. La nostra vita è chiamata ad una ecologia integrale .
b- La nostra identità più profonda è essere creati ad immagine e somiglianza di Dio. Da lì quel roveto ardente della nostra vocazione: siamo esseri umani che in sé hanno questa profonda traccia del divino. L’essere immagine di Dio coincide con la nostra stessa creaturalità umana, definita interamente e radicalmente come relativa a Dio: la relazione con Dio non dipende solo dalla fede, ma è profondamente radicata nell’essere dell’uomo. Il peccato potrà ferirla, ma non cancellarla.
c- La differenziazione sessuale esprime come l’uomo è, come io stesso sono; non è frutto di una scelta autonoma dell’uomo che “si costruisce” come uomo e come donna, ma è nel suo stesso essere: oguno nella crescita psicofisica se ne appropria. Il legame tra maschio e femmina è immagine dell’alleanza di Dio con l’uomo e raggiunge la sua pienezza nel mistero grande di Gesù, il nuovo Adamo, e della Chiesa, la nuova Eva (cf Ef 5).
d- La realtà umana è ferita dal peccato, e ne sente le conseguenze, che sono come profonde cicatrici, nelle relazioni con Dio (l’uomo si nasconde dalla vista di Dio), con la donna (l’accusa reciproca), nella disarmonia con le creature. In Gn 3 noi abbiamo la possibilità di leggere in maniera teologica e perciò autentica, la nostra fragilità: “… vi è rappresentato il dramma dell’uomo, della storia, il dramma di ogni uomo, il mio dramma. Qui ciascuno deve saper riconoscere se stesso in Adam e vedere la propria vicenda altrimenti questa pagian serve solo all’infernale gioco dello scaricamento della colpa su Adam. E soprattutto anche in questa pagina sono sempre preseti la promessa e la benedizione di Dio sull’uomo.”
Rileggere la nostra umanità a partire da queste coordinate sarebbe un esercizio di significato profondo per la nostra vita. Partiremmo dall’umano che sono io non in maniera astratta, ma in ascolto di quella che è la mia storia concreta. Scrive Ricoeur: “La vulnerabilità della vita nella sua fragilità che si apre all’altro, è il luogo da cui prende le mosse l’etica”.
4.L’icona della Samaritana: per avviare processi di redenzione e trasfigurazione
Anche l’icona biblica della Samaritana ci accompagna all’inizio del nostro cammino. Al pozzo di Sicar avviene un incontro che rivela una storia di vita e la segna. Quella donna di fronte a Cristo attinge dal profondo del “suo pozzo” la verità su se stessa e si disseta dell’Acqua viva di Colui che con lei è misericordioso. Cosa le accade?
a- E’ raggiunta nella sua solitudine, nell’ora più calda del giorno, quando escono di casa solo quelli che non vogliono farsi vedere da alcuno. E’ raggiunta anche nella sua distanza perché a lei Samaritana un Giudeo chiede da bere. Il Signore ci attende non ad altri “pozzi”, ma nel “dove” e “quando” della nostra vita.
b- Il dialogo che Gesù instaura con questa donna la rigenera: esce dalla sua solitudine, dal sentire che non ha nulla da dare perché è Samaritana. Scopre che qualcuno “le canta la vita”, per darle la sua Acqua, la sua vita. Al pozzo di Sicar inizia il cammino formativo di questa donna, che non si nasconde, è sincera fino in fondo. Solo quando tocca la verità della sua storia è capace di tornare agli altri, come una persona salvata, che si è sentita accolta nonostante tutto.
c- Ed è mandata, benché samaritana. Come noi, guaritori feriti, inviati ai fratelli benché non più sani di loro, ma semplicemente salvati.
Cosa accade alla umanità di questa donna? Possiamo dire che è trasfigurata in un dialogo che è quello della salvezza. La stessa cosa accade nella nostra stessa avventura formativa, in un processo che si avvia solo quando ci lasciamo raggiungere da Dio nella verità della nostra persona, e non in quello che presumiamo o pensiamo di essere. Quale rapporto tra il prima e il dopo di quella conversazione al pozzo di Sicar? Credo che quel passaggio lo si possa qualificare come l’avvio di un processi di formazione, nel quale troviamo un metodo( una maniera di percorrere la strada) che vale per tutta la vita di quella donna. Ci aiuta a comprendere questo metodo una pagina di don Stefano Guarinelli ne Il prete immaturo. Scrive lo psicologo milanese: “Non si dovrebbe giungere a dire che la vocazione cristiana in una persona specifica, è in continuità psicologica con tutto il suo repertorio di attitudini. Come se, appunto, la vocazione fosse un semplice prolungamento della propria personalità: se sai parlare bene, ecco che farai il prete e magari il predicatore; se sai giocare bene a pallone sarai un salesiano; se invece ti piacciono le donne sarai un cristiano sposato; e così via. Non che debba accadere il contrario, sia chiaro. Quello della continuità, però non può essere il solo criterio, perché la logica cristiana dei carismi suggerisce una relazione più complessa con il repertorio dei propri talenti.” Quello che si dice dei talenti può esser esteso a tutto ciò che è proprio dell’umano: c’è una creatività dello Spirito che fa fiorire i deserti, rende fecondi gli sterili, fa scaturire torrenti nelle steppe. Fa fiorire l’umano. Ma questo senza prescindere dalle proprie libertà e responsabilità.
5.La configurazione all’umanità di Cristo: la meta e i mezzi per il cammino di formazione umana
Cosa accadrebbe se davanti a tutto questo mi fermassi? Credo che ci succederebbe di cadere in quello stato descritto dalla prof.ssa Annalisa Caputo nel suo splendido testo su Ricoeur : entrare nella malinconia, l’acedia, la passività di fronte alla vita. Nel testo è riportata un’incisione di Durer, Melancolia I : l’io chiuso nell’io, la situazione di chi è ripiegato su se stesso. Così viene descritta: “… un genio con ali che non dispiegherà, con una chiave che non userà, con fonde d’alloro sulla fronte, ma senza il sorriso della vittoria.” E ancora: “Non c’è autentico riconoscimento delle possibilità del sé né di quelle dell’altro. Non c’è relazione tra sé e l’altro.” La bella notizia è che ad Adamo ed Eva viene offerta la salvezza; e viene offerta alla Samaritana; e … la Storia continua. La vita del Seminario, la formazione sono questa storia di salvezza, anzitutto, nella quale la nostra umanità fiorisce. Ci sono dei pozzi ai quali il Signore ci attende:
a- La nostra vita spirituale. Deve essere intensa e vera. Deve essere il cantus firmus di tutte le altre relazioni. Questa espressione sta a significare, che l’amore per Dio non cancella l’amore umano, ma è il punto fermo di ogni altra relazione e passione. Scrive Bonhoeffer: “Il rischio implicito di ogni grande amore è quello di smarrire la polifonia dell’esistenza. Voglio dire che Dio e la sua eternità pretendono di essere amati dal profondo del cuore, senza però che l’amore terrestre ne venga danneggiato o indebolito; qualcosa come un cantus firmus, in rapporto al quale le altre voci della vita formino il contrappunto." Chiediamoci: quando la vita spirituale fa “fiorire l’umano”?
b- L’accompagnamento delle figure educative: rettore ed educatore, padre spirituale. In una relazione autentica, che richiede che entrambi ci si “metta in gioco”, si sia “presenti” ad una relazione vera che ha la sua unicità, ci si lasci guidare con verità e si accompagni con l’amore di un padre.
c- Le relazioni di amicizia, di fraternità, quelle che ci aiutano a vivere la nostra affettività. La fraternità sono chiamato a viverla con tutti: è il dono che cresce nella comunità dei discepoli e si allarga alle dimensioni del mondo. L’amicizia nasce e cresce in una vita che comunica, che non giudica, ma che non ha la pretesa di possedere, lascia libero l’altro di voler bene. La relazione e l’amicizia con le donne è un ambito in cui matura la nostra umanità e la nostra affettività: castità e celibato non devono portare ad una rimozione della presenza femminile, molto pericoloso per l’equilibrio della persona, ma a instaurare una relazione serena e amabile, non senza la lotta interiore, che non spegne le passioni, ma le converte: “Se spegni le passioni diventerai solo un eunuco, non un santo.”
d- Gli aiuti che mi vengono dalle scienze umane. Non essere sospettosi nei loro confronti… avere più diducia in chi ci aiuta a leggere e gestire le nostre inconsistenze. Vi ricordo semplicemente alcuni passaggi dei nn. 93 e 94 della Ratio italiana
e- Un rinnovato rapporto con le cose, con il creato, una pagina inedita della nostra formazione, a cui ci sollecita la Laudato sì.
Tutto questo perché la nostra umanità sia la “normale mediazione quotidiana dei beni salvifici del Regno”.

1 ottobre 2015, memoria di santa Teresina, donna in cui è fiorito l’umano

 

 

 

Molfetta 2 ottobre 2015 

da giardino dell’eden al pozzo di sicar:

né santi né peccatori. Salvati.

 

Nel 1967 Paolo VI nell’enciclica Sacerdotalis celibatus scrivendo relativamente alle possibili crisi nella vita ministeriale le riconduceva anche alla mancanza di una formazione integrata cioè coinvolgente la persona nella conoscenza, volontà e nel cuore. Il papa parlava esplicitamente di “un tipo di formazione sacerdotale che, dati i grandi cambiamenti di questi ultimi anni, non è più completamente adeguata per la formazione di una personalità degna di un uomo di Dio (1Tm 6,11)”[1].

Sono passati quasi cinquant’anni dalle parole di Paolo VI e la formazione è diventata sempre più integrata a livello disciplinare e attenta alla persona nella sua complessità. Una domanda però a mio avviso resta pregnante: come deve essere, quali caratteristiche deve avere una personalità degna di un uomo di Dio?

Le risposte possono essere tante quanti siete qui e dipendono certamente da molte variabili quali l’età, gli anni di ministero, la storia personale, le circostanze concrete di vita.

Credo però sia importante non fermarsi a quelle che facilmente sono caratteristiche esterne, operative, legate al “fare” cioè all’efficienza nel ministero. Per rispondere sinceramente a questa domanda bisogna andare al cuore della questione e chiedersi: chi è l’uomo e chi sono io e, prima ancora, chi è Dio e qual è la relazione che realmente vivo con lui.

Si dovrebbe partire, se si seguisse l’ordine logico-mentale, da chi è Dio. Il rischio di questa partenza è cadere in un certo spiritualismo disincarnato che, in realtà, non aiuta a scendere nel profondo: non chi dice Signore Signore fa necessariamente la volontà del Padre mio (). Dunque, per ragioni strategiche, meglio partire dal chi sono io per poter cogliere realisticamente il rapporto con Dio.

Detto diversamente conoscere chi e come siamo aiuta a comprendere come Dio ci chiede davvero di seguirlo.

Proviamo ad esprimere questo attraverso tre passaggi

  • La dimensione antropologica (chi sono io, come sono fatto?)
  • Il rapporto tra umano e spirituale (creatura tra l’umano e spirituale)
  • Alcuni aiuti nel cammino

 

 

  1. Chi sono io? Come sono fatto?

L’essere umano è caratterizzato da due mondi -finito e infinito- che coesistono in lui.

Occorre imparare ad integrarli non a combatterli.

Proprio perché siamo così c’è spazio per la salvezza.

 

Io sono un uomo dotato di autocoscienza[2]. Non sono una pecora che, comunque vadano le cose, è fornita solo di istinti. E l’istinto è una percezione programmata che determina risposte programmate. Alla pecora, per quanto la si possa allevare e darle un nome, ciò non cambia nulla. Brucava e resta a brucare. Lo faceva migliaia di anni fa e lo fa anche oggi.

Nel mio caso è diverso: posso dire “Io”. Ho un volto, un nome, una storia che sono unici ed irripetibili. Mi posso addentrare nei luoghi più reconditi della mia interiorità e aprirmi alla scoperta dell’universo più lontano e nascosto. Sono  fatto a immagine e somiglianza di Dio… A me Dio chiede: dove sei? Cioè entra in relazione…una prospettiva da togliere il fiato!

Ma, e questo è importante, sono fatto. Cioè sono creatura. Ho una dimensione istintuale. Ho una vita limitata. Mi ammalo, muoio.

Sono libero. Ma già il mio corpo limita questa libertà.

In me ci sono, dunque, due dimensioni evidenti: il desiderio e il limite ed entrambi si fanno sentire.

Trasportando questo in termini spirituali e ritornandoo al giardino dell’Eden: amo la compagnia di Dio che viene a passeggiare con me nel giardino e, al contempo, voglio essere come Dio, anzi, mettermi al suo posto; ho fiducia in lui e nel suo amore e, al contempo, voglio proprio quello che lui mi ha detto di non prendere perché mi fa male… Ognuno può declinare questo nella sua vita… Cantiamo che niente ci turba e niente ci spaventa perché solo Dio basta e poi è sufficiente un cambio di missione apostolica per sentirci spaventati magari persino contrariati e arrabbiati…

Come mai? Dove siamo veri: quando diciamo di credere all’amore di Dio o quando ci arrabbiamo perché il rettore ci cambia l’apostolato?

Nella nostra stessa vita, dunque, constatiamo la presenza in noi di due mondi così diversi: quello dell’infinito, per cui amiamo Dio e desideriamo abbandonarci alla sua provvidenza e quello del finito per cui abbiamo paura del domani e tendiamo a basarci solo sulle nostre forze. Gli angeli (per eccesso di infinito) e gli animali (per eccesso di finito) non vivono questo paradosso di riuscire a restare in bilico tra questi due mondi.

Questo compito paradossale dell’esistenza umana si può esprimere in termini più scientifici come il compito di integrare la dimensione spirituale con quella umana, la psicologia con la teologia. Integrare ciò che di fatto l’uomo è (dimensione psicologica) con ciò che è chiamato ad essere (dimensione spirituale).

Il rischio sempre presente è di eliminare questo paradosso: sottolineare solo i condizionamenti socio-psicologici negando la possibilità della vita spirituale (solo animale) oppure al contrario, negare il terreno umano per uno spiritualismo onnipotente.

Detto diversamente la persona umana è colta tra desideri e limiti e vive così una tensione ontologica[3] che c’è sempre nella vita e tentare di eliminarla, come spesso si fa, porta a frustrazioni e perdite infinite di energie che potrebbero essere usate in modo più fruttuoso per la costruzione del Regno.

 

Cosa fare?

Occorre partire dal dato di fatto: in noi abita sia un processo per così dire in espansione, senza limiti, il mondo dei desideri, della continua ricerca, dell’immaginazione, degli ideali, delle aspirazioni che non è mai sazio, si spinge sempre oltre, sia un restringimento progressivo del mondo dei limiti: corporali, naturali, decisionali… questi due movimenti (uno centrifugo ed uno centripeto) sono sempre presenti in noi anche se uno può prevalere sull’altro in base alle diverse trappe della vita.

Per stare bene non basta fermarsi al punto in cui ci si trova, al contingente che è il mondo del limite ma trovare il fine per cui vivere cioè il mondo dei desideri.

Il punto è vedere come i desideri si concretizzano nel quotidiano cioè come viviamo.

Infatti i grandi ideali della chiamata come, per esempio, il dono di sé, l’amore di Dio, il voler fare la sua volontà si vedono non solo nei momenti liturgici, nelle scelte eroiche ma si manifestano nello stile delle piccole azioni e scelte quotidiane, nel modo di fare il nostro dovere, nel modo in cui parliamo o sparliamo degli altri, nei giudizi interiori che diamo a persone e cose… In tutto questo si esprime il cammino di  integrazione tra limiti (ciò che siamo) e desideri (ciò che vorremmo essere) cioè il nostro percorso di crescita che implica cambiamento e, in termini spirituali, conversione. Una crescita e una conversione che sono continue perché la distanza tra ciò che si è (cioè l’io attuale) e ciò che si vorrebbe essere (cioè io-ideale) non si elimina mai.

 

Ma come può accadere questo?come funzioniamo?

Le fonti energetiche che rendono possibili le decisioni si chiamano bisogni e valori. Si agisce spinti dal bisogno e attratti dal valore. I bisogni sono innati sia come tendenza che come contenuti e spingono affinchè siano soddisfatti. Solo così la persona si sente appagata. I valori sono innati come tendenza (tutti cercano il bene, bello, buono) ma dipendono dall’educazione e dalla cultura come contenuti. La loro logica è quella dell’attrazione: ci attraggono ma non si esauriscono mai per cui come li raggiungiamo un po’ si spostano.

Occorrono entrambi e la chiave è ordinarli nella stessa direzione per cui bisogni e valori siano sempre più in sintonia e non in opposizione. Questo è un processo inesauribile perché siamo umani e nessun valore può essere posseduto in maniera statica e perfetta ma, nella misura in cui lo si internalizza un po’ di più si coglie che non lo si esaurisce e implica  un riaggiustamento anche dei bisogni. Ecco perché la conversione è sempre in fieri e così pure il cammino di crescita spirituale.  Il punto è mettersi in cammino non essere già arrivati perché non si arriva mai!

Da qui deriva il modo di cogliere le diverse opportunità e dar loro valore per poterle scegliere. In concreto, quando si comincia ad avvertire che un oggetto diventa significativo, qualunque sia, dalla scelta banale ad una scelta di vita, si hanno a disposizione due modalità di approccio: l’importante per me (qui al centro c’è il soggetto e il suo benessere) e l’importante per sè (il centro è dato dall’oggetto desiderabile in sé, indipendentemente dall’effetto che produce in me).

Il primo è automatico, il secondo richiede una certa formazione perché, anche se come capacità è di tutti, in realtà per emergere i sentimenti relativi a qualcosa che è intrinsecamente importante hanno bisogno di una certa capacità contemplativa che sa cogliere l’oggetto per quello che è. È grazie a questa modalità che possiamo desiderare cose come, per esempio, l’accogliere ogni giorno la propria croce, le persecuzione sofferte per Cristo, persino il martirio che non potremmo mai desiderare con i soli sentimenti del per me.

Del resto le nostre motivazioni sono sempre miste

 

  1. Creatura tra l’umano e lo spirituale

Se conosci come sei fatto sei più libero di rispondere meglio alla chiamata di Dio ma non è detto che tu lo faccia e lo faccia secondo il cuore di Dio

 

In questa prospettiva, allora, quando una persona può dirsi di avere una personalità degna di un uomo di Dio cioè maturo umanamente e spiritualmente?

A questa domanda ora credo sia evidente quanto sia difficile rispondere.

Azzardiamo una risposta: quando accoglie nel profondo la sua realtà ontologica di essere umano caratterizzato da desideri e limiti, da un cuore che è ad un tempo grande e piccolo, si impegna non solo a conoscersi ma anche ad allargare gli spazi della libertà internalizzando i valori del vangelo. Detto diversamente: è colui che gioca lo spazio della sua libertà, attualmente disponibile, per Dio.

 

Infatti sapere come si è fatti e come si funziona (dimensione psicologica) è importante perché amplia di molto lo spazio della propria libertà dai condizionamenti psichici (libertà da) ma non basta: per cambiare occorrono motivazioni superiori. In altre parole: una volta coscientizzati (e perciò meglio controllabili) i condizionamenti a livello psichico, dunque con una migliore capacità di rispondere alla chiamata, non è detto che il soggetto usi questa libertà per Dio e il suo regno.

In sintesi: se conosci come sei fatto sei più libero di rispondere meglio alla chiamata di Dio ma non è detto che tu lo faccia e lo faccia secondo il cuore di Dio.

I vari elementi psichici regolatori della maturità o immaturità psicologica sono predisposizioni alla risposta vocazionale cioè l’assecondano o la contrastano anche se non sempre il soggetto ne è consapevole questo non inficia la presenza della grazia.  Infatti la presenza della grazia non ha relazione diretta con la maturità umana.

 

Chi chiama è Dio.

Il chiamato risponde mettendo in gioco la sua libertà.

Le caratteristiche psichiche più o meno mature rendono la risposta vocazionale più o meno efficace perché predispongono o meno il soggetto ad internalizzare i contenuti della chiamata, a rispettarli e ad essere contento.

Ciò si vede meglio con il passare del tempo, le delusioni, gli insuccessi e il logorio di una fedeltà nel quotidiano: le immaturità psicologiche lasciate a loro stesse tendono ad estendersi e pian piano inficiare sempre più le aree della personalità.

La psicologia non serve per essere bravi preti, aiuta ad esserlo meglio oggi per continuare ad esserlo anche domani e per non fare pagare agli altri il prezzo delle proprie immaturità[4].

 

Cambiare e convertirsi…perché?

Evidentemente io posso sapere benissimo quale è la mia area debole (la psicologia mi aiuta a conoscerla) ma non necessariamente voglio e/o riesco a cambiare. Per farlo occorrono motivazioni più forti, spirituali appunto. Posso sapere di essere dipendente da persone e cose ma dove trovo la forza per iniziare un vero cammino di autonomia sull’esempio di Gesù? Come la Samaritana che sapeva bene di avere avuto cinque mariti e che non era una bella cosa (tanto è vero che va al pozzo a mezzogiorno) ma solo nell’incontro con Gesù prende davvero in mano la vita.

La volontà è importante ma da sola e alla lunga non basta.

E poi, perché cambiare? Perché l’essere dipendenti come pure l’essere dominanti – per fare solo un esempio – è sbagliato? Questo non lo dice la psicologia. Infatti il punto centrale non è l’entità del problema ma la presenza di motivazioni profonde per cambiare[5]. Se la persona non ha un sistema valoriale internalizzato e, nel nostro caso, non ha internalizzato la figura di Gesù come centro vitale è difficile rispondere. Allora si può dire che più si è maturi spiritualmente e più di ha la forza ed i motivi per cambiare per una maggior unione con Gesù.

Ma il cambiamento è un processo inesauribile.

Pensare di cambiare miracolosamente la vita sbarazzandosi del proprio passato è un pensiero magico e anche poco rispettoso della presenza di Dio nella nostra vita: quasi che il «Io sarò con voi fino alla fine del mondo» (Mt 28,20) sia un flatus vocis e nulla più.  Avviare un cammino di ricerca di Cristo includendo il proprio passato ed ascoltandolo (mi ha detto tutto quello che ho fatto v39) apre la strada ad un incontro con Dio nel quotidiano della vita e dice il bisogno reale della salvezza. In concreto se è difficile cambiare temperamento tuttavia conoscendoci possiamo adottare qualche stratagemma per aiutarci. Del resto «il limite non è solo negativo. (…) Essi fanno parte della nostra vocazione personale fanno sì che io sia me stesso e non un altro»[6]. Ed essi sono lo spazio per la salvezza.

 

  1. Quali mezzi?

Di cosa si ha bisogno per un cammino così?

Tra i molto aiuti possibili ne indico due, uno interno e uno esterno: gratitudine accompagnamento.

 

Dalla perfezione ricercata alla povertà offerta: la gratitudine

La gratitudine viene dal latino gratia ed esprime il sentimento e l’atteggiamento interiore di chi sa di ricevere gratuitamente qualcosa. A livello esistenziale esprime la riconoscenza di colui che si sente posto nel mondo senza alcun merito e tutto gli è donato senza richiesta di contraccambio[7]. È direttamente collegata all’umiltà[8] di non credersi del tutto indipendenti, autonomi, sganciati da ogni bisogno di relazione con gli altri e alla fiducia che il bene vissuto è promessa di bene futuro.[9]

Dunque un guardare la realtà nei termini di ciò che si è ricevuto e si riceve e non di ciò che non si ha e si vorrebbe da cui consegue uno sguardo sul proprio futuro in termini promettenti poiché la persona grata per il molto ricevuto da Dio sente di avere buoni motivi per sperare: so in chi ho posto la mia fiducia (Paolo).

Più si è grati, più si è sereni rispetto a se stessi e alla propria vita e più si sente la pace del cuore. Ciò accade poiché la gratitudine sembra conferire bontà alle cose: le cose percepite come doni ricevuti sembrano migliori e si impara a vivere Dio non come un concorrente della propria felicità. Ciò è importante anche di fronte a «eventi stressanti o difficili perché chi ha coltivato uno spirito di gratitudine trova più forza interiore per poterli affrontare proprio perché lo sguardo di chi è grato tende a rivolgersi fuori di sé, rendendosi attento alle difficoltà altrui, sperimentando la sensazione di essere utile a qualcuno; questo modo di porsi protegge dalla autocommiserazione e dal ripiegamento su di sè»[10]. Molto diverso è il rancoroso che cova rancore andando e riandando ai presunti suoi diritti violati o ai presunti soprusi subiti. Questo è molto pericoloso a livello sia psichico che spirituale… in fondo è ciò che fanno i farisei nei confronti di Gesù fino a che giungono alla decisione di farlo fuori…

Gratitudine come antidoto alla pretesa di possesso e come libertà di accogliere ogni dono come occasione di salvezza. Per il cristiano questa riconoscenza si collega alla generosità di Dio che lo ha chiamato per cui la gratitudine è un invito anche nei momenti di buio e di prova.

Diventa importante imparare a rileggere la propria vita (ma anche alla sera la giornata) in termini di doni ricevuti cogliendo il filo rosso che la tiene unita: solo chi riconosce che Dio da sempre agisce dentro la sua storia, attraverso le circostanze e le sue stesse caratteristiche psichiche, si può aprire alla fiducia e all’abbandono in Colui che ha dato se stesso per me (cf Paolo).

 

La fiducia di non essere soli: l’accompagnamento

Cogliere che è impossibile fare tutto il percorso descritto da soli appare come un’evidenza.

Eppure accettare di lasciarsi accompagnare è difficile. Giocano tanti sentimenti che possono inficiare un vero e serio accompagnamento per cui non ci si affida, non si è trasparenti, si racconta quello che si pensa l’altro voglia sentirsi dire, si svaluta l’accompagnatore quando dice qualcosa che non piace o suggerisce variazioni alle decisioni prese…

Oppure, al contrario, si delega, si chiede implicitamente che sia l’accompagnatore ad indicare la strada, a dire cosa fare e cosa no, si preferisce lasciare la responsabilità della propria vita a qualcuno che, qualora si fallisse, diventerebbe il solo responsabile da accusare…

Vivere realmente l’accompagnamento significa aver capito e accolto (non solo accettato) che non si è onnipotenti e onniscienti per cui ci si affida realmente all’azione di Dio che si manifesta attraverso le sue mediazioni storiche. Ciò implica prima di tutto la fiducia e il riconoscimento di averne bisogno perché in noi si agita piccolo e grande cuore e discernere la volontà di Dio nel guazzabuglio dei nostri sentimenti ed esperienze non è sempre facile (cf regole del discernimento ignaziano).

Ci si mette davvero a disposizione di Dio che può anche indicare una via diversa da quella che si vorrebbe…

Cosa si cerca: l’importante per me e per ciò che io ho deciso oppure l’importante per la vivere nell’amore di Dio e costruire il suo regno?

 

[1] Paolo VI, Lettera enciclica Sacerdotali coelibatus, 24 giugno 1967, n.60.

[2] Cf Manenti A., Comprendere e accompagnare la persona umana. Manuale teorico e pratico per il formatore psico spirituale, EDB, Bologna 2013. Più volte nella presente riflessione si fa riferimento al testo di Manenti anche senza citarlo esplicitamente.

[3] Cfr GS n. 10: In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell'uomo. È proprio all'interno dell'uomo che molti elementi si combattono a vicenda. Da una parte infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; d'altra parte sente di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe. Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società.

[4] Manenti A., Comprendere e accompagnare…, cit., 124.

[5] Cucci G., «La dimensione psicologica e affettiva dell’esperienza di fede», in La Civiltà Cattolica (2014) 3933, 263-272.

[6] Leonard A., Il fondamento della morale. Saggio di etica filosofica, San Paolo, Cinisello Balsamo1994, 53.

[7] Cf Papa Francesco, Laudato sì, Lettera enciclica sulla cura della cosa comune, 24 maggio 2015, n. 220.

[8] Cf Papa Francesco, Laudato sì, Lettera encilcica…, cit., n. 224

[9] Cucci G., «La gratitudine, radice del benessere», in La Civiltà Cattolica (2008) 3806, 466-473, 466.

[10] Cucci G., «La gratitudine, radice del benessere», cit., 469-470.

Traccia formativa 2016/2017
Traccia formativa 2017/2018
“IL SIGNORE MI DONÒ DEI FRATELLI” Ecco, com'è bello e com'è dolce che i fratelli vivano insieme! È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull'orlo della sua veste. È come la rugiada dell'Ermon, che scende sui monti di Sion. Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre. (Sal 133) INTRODUZIONE Le parole del testamento di Francesco a cui ci ispiriamo quest’anno sono lapidarie: è il Signore che dona i fratelli. Quando alla fine della sua vita egli fa memoria di tutto ciò che Dio gli ha concesso, non può che riconoscere che la presenza accanto a sé di fratelli è stato un dono della misericordia divina. Così è per noi: essi non sono il frutto di una nostra scelta, né la loro presenza attorno a noi si modula sull’affinità di una elezione soggettiva come invece avviene per i nostri amici. La fraternità è un dono che scende dall’alto. In seminario ci sono due luoghi più precisi - rispetto alla grande comunità che pure dobbiamo edificare come una fraternità - in cui siamo chiamati a vivere questa che potremmo chiamare, esprimendo così il primato del dono di Dio rispetto ai nostri sentimenti, fraternità “oggettiva”: il gruppo di coloro che camminano con noi nella stessa tappa formativa, e il gruppo dei fratelli che provengono dalla nostra stessa Chiesa locale. Nessuno di noi ha potuto scegliere chi fa parte di questi due gruppi, perché essi sono a ciascuno affiancati grazie ad un dono che ci precede tutti: la vocazione comune, che Dio ha donato ad ognuno e che ci costituisce appunto in fraternità. Questo legame che ci precede, non è creato da noi ma ci è dato in dono, fa di noi dei fratelli, lo sappiamo o no, lo vogliamo o no, lo alimentiamo o no. Semplicemente non dipende da nulla di ciò che noi facciamo e scegliamo. Dio ci ha già costituiti fratelli. La fraternità che ci lega gli uni gli altri in Seminario è, del resto, un frammento dell’orizzonte infinito nel quale ogni uomo è fratello dell’altro uomo. Il Padre, scegliendo di crearci e di amarci nel Figlio suo Gesù, mentre ci lega a sé come figli suoi attraverso lo Spirito Santo ci costituisce tutti fratelli gli uni degli altri. Il dono della figliolanza divina, che rende bella la vita di tutti noi, è contemporaneamente dono di prossimità fra di noi. Sin dalle prime pagine della Scrittura (Gn 4) ci viene ricordato come la fraternità sia una dimensione fondamentale dell’essere umano, e allo stesso tempo ci dice come essa sia una possibilità che costituisce uno snodo delicato per ciascuno di noi, perché può diventare via della nostra umanizzazione o della nostra disumanizzazione. La fraternità è infatti anche un compito, e quelle pagine antiche di Genesi ci ricordano una verità che spesso noi vogliamo ignorare, e cioè che colui con il quale facciamo più fatica a vivere è il più prossimo, il più vicino a noi. Sì, come ogni dono di Dio, anche la fraternità è affidata alla nostra libertà, e costituisce il punto di partenza di un cammino umano che non di rado è lungo, non facile, richiede il nostro coinvolgimento serio e responsabile. Questo dono è affidato alla custodia di ciascuno. Caino, il forte, il primogenito, avrebbe dovuto essere il custode del fratello debole, e invece vede in lui la minaccia al suo primato, un possibile nemico che avanza per togliergli tutto lo spazio, e per questo decide di eliminarlo. Ancora oggi, e sempre di nuovo, la questione è la stessa, anche per noi: i miei fratelli sono una minaccia, un limite al mio volere tutto (tutto lo spazio, tutto l’affetto, tutte le possibilità, ecc.), o essi con la loro presenza mi aiutano ad umanizzarmi proprio mentre segnano un argine al mio impulso di onnipotenza e voracità? A Caino sembra di perdere tutto perché l’altro ottiene qualcosa: alla radice dell’omicidio c’è l’incapacità a gioire per il bene dell’altro, perché appare una sottrazione al proprio bene e non un suo accrescimento. Questa incapacità corre fatalmente verso il tradimento dell’unico atteggiamento che un essere umano deve avere nei confronti del fratello: la custodia. “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn 4,9b). Come Dio è il custode di Israele, anche noi siamo chiamati ad assumere, ad imitazione di Dio, la stessa postura nei confronti dei nostri fratelli. Quest’anno, ispirandoci agli scritti di Francesco d’Assisi, vogliamo iniziare il nostro cammino formativo lasciando risuonare questa domanda dentro di noi: sono disposto a custodire colui che Dio mi ha donato come fratello? Dobbiamo lasciare che questo interrogativo diventi una sfida per noi quest’anno, ma non in senso teorico, astratto, né virtuale: esso sia uno stimolo all’incontro concreto con gli altri in comunità, viso a viso, resistendo alla tentazione di vivere relazioni solo on line che ci illudono di poterci risparmiare la fatica dell’esercizio concreto del rapporto con le altre persone. Chi sta accanto a me off line, è davvero la mia grande sfida, egli mi chiede di saperlo accettare cosi com’è, senza che io lo possa cambiare, con il mio stesso diritto di stare al mondo. Accogliamo questa sfida tutti insieme, accettiamoci gli uni gli altri nello starci di fronte, faccia a faccia . 1. LA NOSTRA FRATERNITÀ RIVELA IL MISTERO DI DIO E DELLA CHIESA. “E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro.” (Regola bollata, VI, 7) Nella Regola francescana si chiede ai frati di “mostrarsi” familiari, di far vedere che sono fratelli. Questa espressione ci richiama al fatto che la fraternità ha un carattere epifanico, rivelativo, sia perché indica la trasparenza e la spontaneità che dovrebbero avere le relazioni tra i fratelli, che dovrebbero essere eloquenti davanti a tutti, sia perché essa diventa un racconto vivo del Dio in cui crediamo. Nelle parole di san Francesco le relazioni fraterne vengono concepite nel senso della familiarità. L’espressione familiari è una eco e si richiama al tema paolino della Chiesa come famiglia spirituale e casa di Dio: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietre d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.” (Ef 2, 19-22) Si tratta di un tema che dà fondamento teologico alla nostra fraternità. Come futuri presbiteri siamo chiamati a collaborare con i nostri Vescovi nel costruire le nostre comunità come delle famiglie. Lo stesso termine, “familiari”, è usato dal Concilio Vaticano II per sottolineare quale clima debba esserci nei rapporti tra i pastori e i fedeli laici: “Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all'opera dei pastori. E questi, aiutati dall'esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo.” (LG 37). È questo l’orizzonte nel quale vogliamo vivere tutto quest’anno, preparandoci a tale compito. Ad essere richiamato qui è il volto stesso della Chiesa, nella quale siamo chiamati a costruire un tipo di relazioni improntate all’uguaglianza e alla reciprocità. A questo scopo è importante imparare a tenere distinte, seppur non completamente separate, la fraternità e l’amicizia. Confonderle infatti porta a commettere tanti errori. Se io, ad esempio, dai fratelli seminaristi della mia stessa diocesi mi attendo che diventino tutti miei amici, tenderò ad escludere coloro con i quali ciò non avverrà. E se mi aspetto che nella fraternità in cui vivo avvenga ciò che accade tra gli amici, la mia attesa potrebbe diventare frustrazione amara. Nel cammino della vita ciascuno di noi vive entrambi questi piani, e non deve escluderne uno a scapito dell’altro. Con i fratelli siamo chiamati a vivere relazioni di vicinanza, di rispetto, di ascolto, di premura, anche se non c’è quella affinità elettiva che caratterizza l’amicizia. E con i nostri amici dobbiamo gustare la dolcezza e la consolazione che viene dal sentirsi in consonanza ma senza escludere i fratelli, quasi che dobbiamo trattare come nostri fratelli solo i nostri amici! Certo la fraternità quando viene vissuta fino in fondo e in maniera autentica assume i tratti di un’amicizia spirituale, ma è sapiente, soprattutto all’inizio, saper tenere distinte le cose. La fraternità discende dalla capacità di cogliere la presenza di Dio tra di noi, che fa di ciascuno un figlio e ci stringe in un profondo legame reciproco. E si radica sulla consapevolezza della comune umanità che ci rende tutti vicini, simili più di quanto immaginiamo, in un costante cammino verso la nostra maturazione che non possiamo mai dare per scontata, e lungo il quale siamo disposti a cogliere quanto proprio la presenza degli altri ci aiuti e faccia posare tanto bene sulle nostre esistenze. Senza questo cammino di maturità umana e senza questo sguardo di fede è difficile accedere al piano della fraternità. Il pericolo di confondere amicizia e fraternità rischia di farci commettere errori anche nel servizio pastorale. I vari componenti di un gruppo, di un’associazione, o della stessa comunità parrocchiale, non sono chiamati a parteciparvi solo nella misura in cui diventano amici tra di loro. E le cose non vanno male a motivo del fatto che non cresce subito un’amicizia reciproca. La ragione della presenza in una comunità è proprio la comune figliolanza divina, e quindi la fraternità fra le persone. Se noi perdiamo di vista questo dato fondamentale, rischiamo di isolare chi non è nostro amico, o di lasciare ai margini chi non ha affinità con noi. Quante volte un prete rischia di creare distanze con una persona solo perché non la pensa come lui... e così finiamo per mettere ragioni umane, non di fede, alla base dell’edificazione ecclesiale! Impariamo a stare lontano da questi errori oggi, quando nel gruppo di fratelli seminaristi stiamo insieme per ragioni di fede, e non di affinità elettive, radicati nella comune sequela del Signore, e non sulla simpatia umana che ci rende piacevole o spiacevole stare con gli altri in base a quanto ci intendiamo, escludendo coloro con i quali non condividiamo stile, sguardi, visione delle cose. Nel nostro gruppo di condiocesani, le cose vanno bene non se diventiamo tutti amici tra di noi, ma se come fratelli sappiamo accoglierci, rispettarci, diventando premurosi e sapendoci perdonare, anche se magari non riusciremo mai a stringere una vera amicizia tra di noi. Se non ci mettiamo su questo piano finiremo per escludere chi non è nostro amico, oggi in seminario e domani in parrocchia, oggi tra i condiocesani, e domani nel presbiterio! Se invece sappiamo fondare il nostro rapporto sulla fraternità, sarà più facile anche camminare verso l’amicizia. L’invito a vivere rapporti fraterni è risuonato, negli insegnamenti del Concilio, non solo in riferimento al rapporto tra i pastori e i fedeli laici, ma anche descrivendo la bellezza che può nascere tra i presbiteri dal condividere lo stesso sacramento dell’ordine: “Tutti i presbiteri, costituiti nell'ordine del presbiterato mediante l'ordinazione, sono uniti tra di loro da un'intima fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo. Infatti, anche se si occupano di mansioni differenti, sempre esercitano un unico ministero sacerdotale in favore degli uomini. Tutti i presbiteri, cioè, hanno la missione di contribuire a una medesima opera [...] Inoltre, per far sì che i presbiteri possano reciprocamente aiutarsi a fomentare la vita spirituale e intellettuale, collaborare più efficacemente nel ministero, ed eventualmente evitare i pericoli della solitudine, sia incoraggiata fra di essi una certa vita comune o una qualche comunità di vita.” (PO 8) Sin da questi anni di formazione iniziale dobbiamo convincerci della bellezza della vita comune tra presbiteri, che, secondo queste parole dei nostri Padri nella fede, è luogo di aiuto reciproco, collaborazione e sostegno perché il celibato non diventi una pericolosa solitudine. Quest’anno tutti insieme dobbiamo scegliere di prestare una particolare attenzione a far crescere i rapporti tra condiocesani, proprio per prepararci ad accogliere il dono della fraternità sacramentale futura. Non si tratta solo di edificare, attraverso l’esercizio della fraternità e di tali rapporti familiari, la Chiesa. Più in profondità noi comprendiamo che solo rapporti di tale qualità riusciranno a raccontare, senza parole, il Dio in cui crediamo. Nel discorso della montagna, Gesù fa una distinzione tra il comportamento relazionale dei suoi discepoli e quello dei pagani: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?” (Mt 5, 43-47) Agire come i pagani e i pubblicani, nelle parole di Gesù, non ha una connotazione morale, ma vuole sottolineare come agire in un certo modo, senza perdono, senza fraternità, non rappresenta più Dio, dice invece la non-relazione con Lui. Un certo tipo di rapporti, improntato alla mancanza di perdono, di rispetto, di asimmetria che ci aiuti ad uscire da una logica solo retributiva – quella dell’occhio per occhio dente per dente - racconta di noi che siamo pagani, che non poggiamo su Dio le nostre esistenze. Una qualità relazionale veramente fraterna, che riproduce tra di noi il modo di agire che il Signore ha nei nostri riguardi, diventa un silenzioso ma luminoso annuncio di Dio. Il nostro cammino formativo, o arriva qui, o non serve a niente. Anche il nostro diventare preti, se non giunge a questa meta che è la carità fraterna, non ha nessun senso. Man mano che passano gli anni in Seminario, sto diventando più caritatevole e fraterno, o più egoista e anzi acido? Più generoso nei servizi comunitari, o più pronto a defilarmi? Lo stile fraterno dice il Dio di Gesù! Non dimentichiamo che nel cristianesimo è l’amore che rivela Dio, la vera liturgia a Lui gradita. Pensiamo all’eucaristia che celebriamo insieme ogni mattina: se improvvisamente venisse uno sconosciuto a guardarci dalla porta mentre insieme la viviamo, in una delle nostre cappelle, senza sapere il significato di ciò che vede, che cosa comprenderebbe vedendoci cantare insieme, chiedere di pregare gli uni per gli altri dopo aver confessato davanti a tutti che abbiamo peccato, poi sederci ed ascoltare tutti insieme le stesse pagine delle Scritture, e poi ancora pregare insieme benedicendo Dio e mangiando tutti dall’unico vassoio lo stesso pane? Dobbiamo avere, usciti dalla liturgia, uno stile di comunione fraterna che aiuti quello sconosciuto a cogliere il senso profondo di ciò che ha visto, e cioè che siamo fratelli legati gli uni agli altri, che al mattino iniziano le loro giornate trovando il nutrimento di questa carità fraterna in ciò che ascoltano insieme e insieme mangiano, e cioè nell’amore di Dio manifestato in Gesù Cristo che si è donato a noi ed è presente oggi attraverso il suo Spirito nella Parola e nel Pane: “Il culto fa appello a un’etica che realizzi nella quotidianità ciò che esso significa. Ciò trova presso i cristiani una duplice e forte espressione: da una parte, quest’etica, in quanto radicata nella fede in Cristo e nella comunione con lui, costituisce la liturgia, l’offerta, il sacrificio spirituale che Dio attende (cf. Rm 12,1; Eb 13,15-16; 1 Pt 2,4-5); dall’altra, la ricezione del corpo eucaristico del Signore chiede di trovare compimento nell’agape del corpo ecclesiale.” 2. LA FRATERNITÀ CI CHIEDE DI SAPERCI COINVOLGERE AFFETTIVAMENTE E CONCRETAMENTE Proprio la dimensione teologale della fraternità richiede di fiorire in una maturazione umana che conduce ad acquisire il senso positivo dell’alterità, la capacità dell’incontro, della relazione e quindi dell’amore. Quando san Francesco, nella sua Regola, parla della fraternità, si esprime così: “… e ciascuno manifesti all'altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale? E se qualcuno di essi cadrà malato, gli altri frati lo devono servire come vorrebbero essere serviti essi stessi.” (Regola bollata VI, 8-9) Francesco invita ad aprire il cuore, a manifestare le proprie necessità e debolezze. La giovane età di tanti di noi, e l’entusiasmo vocazionale, ci spingono facilmente a condividere i nostri talenti, le risorse di ciascuno, le energie dei nostri giovani passi. Ma la fraternità ci chiede anche di imparare ad aprire il cuore e condividere le debolezze e i bisogni, apprendendo l’umile arte del saper chiedere aiuto gli uni agli altri, del saperci incoraggiare, consolare, sostenere... e perché no? ... anche piangere insieme. Questo, in realtà, è un segnale molto alto della maturità affettiva di una persona, perché solo chi sta camminando verso la pacificazione interiore sa chiedere aiuto. Farsi aiutare, infatti, tocca le corde più sensibili di ciascuno di noi, e ci fa mettere allo scoperto le nostre debolezze e i nostri limiti. Dobbiamo chiederci, tutti insieme, educatori e seminaristi, che cosa possiamo fare per contribuire a creare un clima in cui sia possibile condividere con gli altri le proprie difficoltà, i propri bisogni, i propri desideri e le proprie speranze. Potremmo a lungo descrivere gli atteggiamenti attraverso i quali ciascuno di noi può contribuire a far crescere un simile clima in Seminario, ma qui ne richiamiamo almeno alcuni. Impegniamoci insieme a far crescere l’ASCOLTO profondo dell’altro. Il vero gesto dell’ospitalità è questo: riuscire a fare spazio in me ai pensieri e ai sentimenti di chi incontro. L’ascolto è accoglienza di una presenza, relazione con un altro che è mio fratello, ma non nel senso astratto e generale, quanto in termini relazionali e dialogici: mio fratello è anzitutto colui che parla, che pensa, che vive dei sentimenti, e se io voglio entrare in un vero contatto con lui sono innanzitutto chiamato ad ascoltarlo. E se l’ascolto fa accadere dentro di me ciò che l’altro sta vivendo, il secondo passo da fare è accoglierlo senza giudizio, senza condizioni. Rispetto, interessamento, SOSPENSIONE DEL GIUDIZIO, accoglienza di tutti i sentimenti di mio fratello, sia quelli positivi che quelli negativi, senza alcun giudizio di valore su di essi, è ciò che veramente favorisce la possibilità di avvicinarci gli uni agli altri. E poi siamo chiamati a diventare tutti un po’ più gentili gli uni nei riguardi degli altri. La GENTILEZZA è il contrario della fretta, della superficialità, di quella durezza comunicativa e relazionale che ci fa ignorare quanto gli altri stanno vivendo. Se ognuno di noi prova a chiedere a se stesso – quando sta con gli altri - uno stato d’animo positivo, un po’ di calore umano, una cordialità gioiosa e virile, sperimenterà immediatamente che tali posture facilitano la nascita di relazioni interpersonali buone. Il testo francescano usa non a caso l’immagine materna, e i verbi “nutrire” ed “amare”. Di nuovo è il lessico familiare che dice bene queste dimensioni relazionali, il loro calore, la loro capacità di nutrirsi reciprocamente. In questi ultimi tempi molto si sta meditando sulla dimensione della CURA. Dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri, a immagine di Cristo, il buon samaritano che ha caricato quel fratello sconosciuto sul suo cavallo, non limitandosi a soccorrerlo, ma prendendolo con sé, su di sé, dentro di sé. Anzi, di più: dobbiamo diventare cura, perché ciò che diciamo, ciò che facciamo, il nostro modo di stare in mezzo agli altri, di raccontare di noi e di parlare di Dio, tutto costruisca ed edifichi, tutto aiuti a vivere i nostri fratelli: “la domanda di cura scaturisce da una mancanza, o da una ferita. Di fronte a questa domanda noi possiamo rispondere, ovvero esercitare la nostra responsabilità (rispondendo ad altri, ma anche rispondendo di noi stessi). Dire sì, dire I care, come invitava a fare don Milani, significa entrare in un movimento di reciprocità che innesca un processo imprevedibile nei suoi esiti ultimi, accettando di essere sulla stessa barca, fino in fondo. La prima mossa consiste, ancora una volta, di accoglienza, ascolto, riduzione della distanza, silenzio. È un eccomi qui vicino prima ancora che un fare e un dire. Una vicinanza che offre calore umano e che precede ogni accudimento, impedendogli di diventare umiliante per chi lo riceve.” Ma la cura, intessuta di amore che siamo chiamati a vivere gli uni per gli altri nella trama della nostra fraternità, diventando secondo l’immagine francescana “madre” dei nostri fratelli, cammina sempre quando è autentica verso la LIBERTÀ dell’altro. Camminare insieme nell’amore non vuol dire mai trattenere gli altri a sé: il cammino della fraternità percorre strade di libertà e di affrancamento. Se come una madre voglio nutrire chi vive accanto a me, considerandolo un fratello spirituale, devo farlo ricordando quanto si dice riferendosi alle storie di Abramo, ma che vale per ogni rapporto con l’altro: “il figlio che Abramo e Sara ricevono come dono divino, il figlio più amato, l’atteso, il figlio impossibile, è anche quello che rende più difficile la sua perdita. È il centro etico del cosiddetto sacrificio di Isacco: Abramo e Sara sanno rinunciare alla proprietà del figlio, sanno separarsi da lui, sanno perderlo. Ma il dono ultimo di una madre non è proprio quello dell’abbandono, del lasciar andare, della perdita del figlio? L’attaccamento alla vita è surclassato da un’altra Legge che espone il figlio e i suoi genitori a una perdita irreversibile.” Le relazioni che siamo chiamati tra di noi a costruire devono dunque avere il sapore della libertà, non possiamo trattenere il fratello che amiamo, considerandolo solo come il soddisfacimento di un nostro bisogno affettivo o relazionale, perché sarebbe una grave mancanza di rispetto nei suoi riguardi. Ecco perché la nostra fraternità crescerà man mano che matura la nostra affettività, e la capacità umana di non trattenere le persone correrà insieme alla nostra capacità spirituale di contemplare il mistero della figliolanza divina in chi ci vive accanto, quel mistero che ne fa non un oggetto a nostra disposizione, ma un dono davanti al quale dobbiamo imparare a fermarci e a toglierci i sandali. Un fratello spirituale, appunto. 3. LA FRATERNITÀ SPINGE AL PERDONO Che tra fratelli ci sia bisogno di dare e ricevere il perdono lo sappiamo tutti, e ne facciamo esperienza continua nelle nostre famiglie di sangue ma anche nella nostra comunità. Nei nostri rapporti noi spesso feriamo gli altri, e dagli altri siamo feriti. Le nostre relazioni conoscono incrinature, e abbiamo bisogno del perdono, da ricevere e da dare. Abbiamo iniziato dicendo che è per un dono di Dio, che non dipende da noi, che noi siamo legati gli uni agli altri in fraternità. Ma come tutti i doni che vengono dall’amore di Dio, esso ha bisogno di essere scelto, accolto, custodito e fatto crescere. E spesso questo è un cammino lungo e faticoso. Una delle tappe decisive di questo processo di accoglienza della fraternità è proprio il perdono. Nel commento all’inno di san Paolo che Papa Francesco ha inserito al cuore dell’Amoris laetitia, ci sono alcuni passaggi che val la pena di rileggere . In essi si parla del perdono sia come azione che va fatta verso gli altri e che da loro va accolta, ma anche in un senso riflessivo, come capacità di perdonare se stessi. Così scrive il Papa: “Oggi sappiamo che per poter perdonare abbiamo bisogno di passare attraverso l’esperienza liberante di comprendere e perdonare noi stessi. Tante volte i nostri sbagli, o lo sguardo critico delle persone che amiamo, ci hanno fatto perdere l’affetto verso noi stessi. Questo ci induce alla fine a guardarci dagli altri, a fuggire dall’affetto, a riempirci di paure nelle relazioni interpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo. C’è bisogno di pregare con la propria storia, di accettare se stessi, di saper convivere con i propri limiti, e anche di perdonarsi, per poter avere questo medesimo atteggiamento verso gli altri” . Per perdonare c’è bisogno di aver imparato a perdonarsi. È proprio vero che lo sguardo di ciascuno su se stesso fa da filtro percettivo di tutta la realtà, ci fa cogliere gli altri, le situazioni, le relazioni, in un certo modo piuttosto che in un altro. Come ci suggerisce il Papa aver perso l’affetto verso se stessi, aver rinunciato a perdonarsi, riempie il nostro sguardo di timore verso gli altri, e non ci aiuta a saperli perdonare. E allora potremmo quasi dire così: dobbiamo diventare fratelli a noi stessi per imparare a guardare gli altri come fratelli. Una intimità con noi stessi che ci faccia guardare in faccia i nostri sbagli ma senza identificarci con essi completamente, ci rende capaci di una intimità con gli altri, su cui posare uno sguardo misericordioso che veda in loro non degli errori o dei difetti che camminano, ma delle persone! La proposta quest’anno è di dedicare un tempo, durate la Quaresima, per vivere all’interno di ciascun gruppo alcuni incontri a due in cui scambiarsi reciprocamente la correzione fraterna e il perdono. Ci vorrà un po’ di coraggio, certo, (e anche un po’ di tempo...) ma solo così riusciremo a gustare concretamente e personalmente la dolcezza di un perdono dato e ricevuto. Accettare che l’altro veda anche i miei difetti, forse più di quanto li veda io stesso, ma all’interno di un dialogo semplice e fraterno, che mi testimonia come egli voglia relazionarsi con me, stare alla mia presenza anche se è consapevole dei miei difetti, ci aiuterà in questo cammino di perdono di noi stessi e degli altri. Ognuno di noi faccia questa esperienza, per prepararsi alla Pasqua, almeno con alcuni dei fratelli del proprio gruppo. Saremo aiutati a morire all’orgoglio, alla presunzione di noi stessi, ai falsi perfezionismi, e rinasceremo ad una maggiore riconciliazione, con noi stessi e con gli altri. E per fare questo esercizio quaresimale possiamo pregare sin da ora, portando nell’adorazione serale le persone che nello scorrere della vita quotidiana ci fanno del male, perché solo così diventeremo capaci di perdono nei loro riguardi: se li guarderemo con gli occhi di Dio. Non arriveremo a perdonare solo con la forza di volontà, ma con un atteggiamento di fede che guarda l’altro, anche chi ci ha ferito, nel mistero della sua figliolanza divina e, qui in seminario, della sua vocazione. Gesù, infatti, ci ha chiesto di saper pregare per chi ci perseguita: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44). Non si tratta, nella preghiera, di scusare o di arrivare a giustificare. Il perdono è voler incontrare anche colui che ha fatto di tutto per allontanarsi da me con un’offesa, anche grave. Dobbiamo invece proprio mentre consideriamo il male ricevuto, che resta insecusabile e ingiustificabile, comprendere che chi lo ha commesso è nostro fratello, e scegliere di provare a rimanere in una relazione con lui, malgrado ciò che è successo. Ed è nella preghiera che ciò può avvenire. Ricordare il male ricevuto davanti al Signore può prendere due strade: paradossalmente, proprio nella preghiera (almeno in quella che noi crediamo esserlo), possiamo radicarci nel rancore, chiedendo a Dio di far emergere le nostre ragioni, confermarci nell’amarezza; oppure davanti a lui come il pubblicano nel tempio possiamo chiedere a Dio che ci aiuti a vedere nel nostro avversario un figlio suo e un nostro fratello, limitato come noi. Anche le verifiche di gruppo, quelle a metà dell’anno e quelle di fine anno, siano un’occasione in cui scambiarsi il perdono reciproco. Uno straordinario testimone di come si possa guardare con gli occhi di Dio anche chi ci sta facendo del male è Christian de Chergé, il priore dell’Abbazia di Tibihrine, in Algeria, ucciso insieme ai suoi fratelli monaci nel maggio del 1996, che nel suo testamento spirituale ha scritto così: Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese. ... Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. … Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto. In questo “grazie” in cui tutto è detto, ormai della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, insieme a mio padre e a mia madre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo regalato come promesso! E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah. Algeri, 1° dicembre 1993 Tibihrine, 1° gennaio 1994” Oggi in seminario, e domani nel presbiterio, questo movimento dell’animo e questo sguardo di fede sono continuamente richiesti per rimanere nell’obbedienza al comandamento del Signore che ci chiede di amarci gli uni gli altri. E così noi vogliamo camminare quest’anno: come discepoli del Maestro, fidandoci del fatto che quanto ci chiede, anche se arduo, è una via che dilata la vita, dentro di noi e tra di noi. Perdonare ci chiede di perderci per ritrovarci, di morire all’orgoglio e al rancore, alla possibilità della vendetta o dell’indifferenza, per rivivere in una nuova possibilità di fraternità: per questo il perdono ci fa entrare nella dimensione pasquale della sequela di Cristo. CONCLUSIONE La nostra traccia formativa si è lasciata ispirare, sin dal titolo, dagli scritti di san Francesco d’Assisi, che molto ha meditato sulla dimensione della fraternità. Lasciamo di nuovo a lui l’ultima parola, ricordando quanto ha scritto nella sua Lettera a un ministro, redatta con buona probabilità nei mesi che precedettero il Capitolo del 1223, durante il quale fu rivisto il testo della Regola da sottoporre all’approvazione papale. Al ministro, che è provato dalla vita in mezzo ai suoi fratelli (e spesso dagli scontri con essi che il suo ruolo non gli risparmiava), Francesco indica come via da seguire un’immersione totale nella fraternità, priva d’ogni difesa e d’ogni attesa nei riguardi degli altri: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè che non ci sia alcun frate al mondo che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se in seguito mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di tali fratelli» (Lettera a un ministro, 7-10). Come presbiteri dovremo costruire comunità in cui le sorelle e i fratelli avranno bisogno della nostra misericordia, e noi della loro. Così avverrà nei nostri presbiteri diocesani. Il cammino in Seminario, dedicato quest’anno alla fraternità, ci prepari a diventare uomini e preti capaci di tale misericordiosa fraternità. Molfetta, 9 ottobre 2017 Letture consigliate: D. Bonhoeffer, Vita Comune, Queriniana, Brescia, 20156 M. de Certeau, Mai senza l’altro, Qiqaion, Magnano, 1993 G. C. Pagazzi, C’è posto per tutti, Vita e Pensiero, Milano, 2008 J.-M. R. Tillard, Eucaristia e fraternità, Qiqaion, Magnano, 2015
Traccia formativa 2018/2019
“Beati i poveri” Traccia formativa per l’anno 2018-2019 Convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: "Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro". Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni. (Luca 9, 1-6) L’espressione usata da Gesù ci sfida ad essere talmente visionari – con gli occhi della fede - da riuscire ad intravedere il legame che esiste tra felicità e povertà. Le parole del Signore indicano uno stile di vita fatto di umiltà, di fiducia, di abbandono in Dio, che siamo chiamati a condividere tutti noi, come cristiani, come presbiteri e come futuri presbiteri, prendendo lo stesso Gesù come modello e ispiratore. Ma è davvero così? Esiste una relazione tra l’aspirazione del nostro cuore ad una vita beata e la scelta di vivere nella sobrietà? Quest’anno nella nostra comunità dobbiamo sostare un po’ attorno a questo interrogativo, senza correre troppo velocemente - e forse retoricamente - verso la sua risposta. Rimanere con la domanda ci aiuterà a comprendere come possano tessersi quei legami che forse non sono immediatamente evidenti tra povertà e beatitudine, per prepararci ad essere uomini e preti felici proprio perché capaci di scegliere di vivere poveramente. 1. Una crepa che nulla può tenere sotto controllo Sì, siamo davvero nulla. Lo scorso anno abbiamo conosciuto, ospite gradita della nostra comunità, Agnese Moro, testimone di un cammino in cui il bene ha vinto sul male e che l’ha aiutata ad incontrare chi aveva contribuito ad uccidere suo padre fino a diventarne amica. Suo padre era un uomo conosciuto e “ricco” (culturalmente, socialmente, politicamente). Eppure: “quando il mattino del 16 marzo 1978 Aldo Moro si avvia verso Montecitorio, è verosimilmente l’uomo più potente d’Italia: sta portando a termine, con quel prestigio e quell’autorevolezza che egli solo possiede, l’operazione politica più importante della storia della Repubblica italiana: l’alleanza di governo con il PCI. Pochi minuti dopo egli è un uomo finito; abbattuta la sua scorta, strappato alla libertà e agli affetti, affronta il calvario di due mesi di altalenante agonia, prima di essere giustiziato come nemico del popolo. Un abisso separa l’uno e l’altro Moro: la potenza dello statista e l’impotenza del carcerato. Ma è un abisso che cinque minuti bastano a superare, perché Moro, come tutti, ne porta in sé la crepa che nulla può tenere sotto controllo.”[1] Come esseri umani siamo caratterizzati, anche sul piano naturale e biologico, da una povertà radicale. Rispetto a ogni altro essere vivente, nella riflessione antropologica c’è chi ha definito l’essere umano come “essere carente”, o “essere incompiuto”: “dal punto di vista morfologico, l’uomo – diversamente da tutti i mammiferi superiori – è condizionato da una serie fondamentale di carenze, che andrebbero di volta in volta definite nel preciso di significato biologico di disadattamenti, di assenza di specializzazioni, di primitivismi, e cioè di mancanza di sviluppo. Si tratta quindi di un aspetto essenzialmente negativo. All’uomo manca il rivestimento pilifero e pertanto non è protetto in modo naturale dalle intemperie. L’uomo è privo non soltanto di organi difensivi naturali, ma anche di una struttura somatica che lo renda capace di fuggire. Per quanto riguarda l’acutezza dei sensi, l’uomo è superato da gran parte degli animali e manca di istinti efficaci in una misura che mette a repentaglio la sua vita. Durante la prima infanzia e la seconda infanzia l’uomo deve essere protetto per un tempo molto lungo. Si può dire che in condizioni naturali l’uomo sarebbe stato già da tempo eliminato dalla faccia della terra.”[2] Insomma siamo tra gli esseri viventi più fragili dell’universo, tra i più incapaci a difenderci, i più esposti a rischi mortali. Ma questa radicale povertà è il riflesso di una differenza tra gli esseri umani e gli animali che consiste in quella che Max Scheler ha chiamato “apertura al mondo”[3]: cioè la capacità dell’uomo di vivere non in un solo ambiente naturale, ma di riuscire a stare in ambienti naturali diversissimi fra loro, imparando a ricavarne ciò che è necessario a garantirgli sicurezza e vita. Un animale si muove sempre nel suo ambiente specifico, che conosce bene e che non lo sorprende o intimidisce, a cui si è adattato e che riesce a gestire proprio per le sue caratteristiche specializzate. Noi esseri umani invece riusciamo a vivere nel deserto e nelle regioni polari, sulle montagne e nella foresta, in città e in una palude. C’è un’apertura che ci caratterizza come umani, distinta dalla chiusura ambientale che caratterizza gli animali. C’è dunque un interessante possibilità del nostro essere carenti: la possibilità della libertà! Proprio perché non abbiamo molto, siamo messi davanti a ciò che ci resta, e ciò che ci resta è la preziosità del nostro essere umani, la capacità di ripartire sempre da ciò che siamo, da ciò che di più prezioso ci costituisce e siamo veramente. Ecco, la povertà è innanzitutto capacità di andare all’essenziale, e di ritrovare in esso lo spazio della libertà. Persino sul piano biologico. Ma non è forse vero anche esistenzialmente? Nei momenti difficili della vita, quando ci è stato tolto qualcosa o qualcuno su cui poggiavamo le nostre sicurezze, non siamo stati costretti da questo stato di indigenza a ricominciare da noi stessi? Non è stata la povertà con le sue difficoltà a ricordarci quanto eravamo ricchi possedendo nient’altro che la nostra vita, le nostre possibilità, la nostra intelligenza, il nostro amore? La povertà radicale da cui siamo abitati è dunque riconoscimento di quel nucleo essenziale che è l’originale riflesso della vita in ciascuno, riscoperta di quella sorgente viva che è il nostro cuore, luogo delle mille possibilità e della straordinaria capacità di vivere aperti al mondo, sempre. E nella fede noi sappiamo scorgere, in queste mille possibilità del nostro cuore, la presenza di Dio in noi che mai ci lascia soli, mai ci lascia poveri davvero, e cioè senza di Lui! San Giovanni Paolo II così ha descritto la situazione di un uomo che non sa più scorgere il proprio valore in se stesso, ma nelle cose possedute: “... schiavi del possesso e del godimento immediato, senza altro orizzonte che la moltiplicazione o la continua sostituzione delle cose che già si posseggono con altre più perfette... Tutti noi tocchiamo con mano i tristi effetti di questa cieca sottomissione... una radicale insoddisfazione... quanto più si possiede tanto più si desidera, mentre le aspirazioni più profonde restano insoddisfatte, e forse anche soffocate.”[4] Il rischio è quello di vivere così pieni di cose che non entriamo più in contatto con noi stessi, veniamo quasi sbalzati fuori di noi, rischiando di restare uomini mancati, in un profondo vuoto esistenziale. E invece solo un uomo mancante non sarà un uomo mancato. Il catechismo della Chiesa Cattolica cita un passaggio di J. H. Newman, che descrive la ricerca della felicità degli uomini del suo tempo come indirizzata soprattutto alla ricchezza: “La ricchezza è la grande divinità del presente; alla ricchezza la moltitudine, tutta la massa degli uomini, tributa un omaggio istintivo. Per gli uomini il metro della felicità è la fortuna, e la fortuna è il metro dell’onorabilità... tutto ciò deriva dalla convinzione che in forza della ricchezza tutto è possibile. La ricchezza è quindi uno degli idoli del nostro tempo, e un altro idolo è la notorietà... la notorietà, il fatto di essere conosciuti e di far parlare di sé nel mondo (ciò che si potrebbe chiamare fama di stampa) ha finito per essere considerata un bene per se stessa, un bene sommo, un oggetto, anch’essa, di vera venerazione”.[5] E quella che Newman nel suo contesto storico chiamava “fama di stampa”, per noi oggi nell’era dei social network che cos’è? Non presumiamo troppo frettolosamente, solo per il fatto di essere seminaristi o preti, di essere immuni da questi atteggiamenti, perché anche noi rischiamo di trovare la felicità nella ricchezza e nella notorietà, anche se si tratta della piccola notorietà dei like lasciati dagli altri nel nostro profilo[6]. Non possiamo sacrificare anche noi sull’altare della ricerca della ricchezza e della notorietà la nostra ragione, la comunione con i fratelli, le relazioni, la fede! Finiremmo persino noi per estraniarci da Dio, dal prossimo e da noi stessi, pur rimanendo in tutto, esteriormente, persone religiose. Finiremmo per diventare schiavi. La capacità di vivere riconoscendo se stessi come limitati e però preziosi perché guardati dal Padre che ci ama e si fida di noi, capaci di mettere al centro Dio e gli altri e di usare e relativizzare i soldi e i beni materiali, che sono nell’ordine dei mezzi e non dei fini: questa è la via della felicità! L’insegnamento delle beatitudini di Gesù trova così un radicamento in questa dimensione fondamentale della nostra vita umana, che ci chiama a trovare la nostra felicità imparando che non siamo fatti per le cose e per i soldi, anche se ne abbiamo bisogno per vivere. Imparando che siamo chiamati ad essere di più, ogni giorno, e non ad avere di più. Quando varchi questa soglia, e ti si aprono gli occhi, senti una gioia insospettata nascere nel tuo cuore. 2. Gesù, povero tra i poveri. La beatitudine della povertà trova in Gesù stesso la sua ragione ultima. Gesù infatti non si è limitato a lasciarci degli insegnamenti sul rapporto tra felicità e povertà, ma è stato egli stesso un povero, tanto che Paolo ne può parlare così: “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). In realtà non era quello che oggi sociologicamente chiameremmo un povero, visto che era il figlio di un carpentiere e lui stesso (cf. Mc 6,3), forse è stato un carpentiere prima di iniziare il suo ministero. Del suo stile di vita possiamo dire alcune cose a partire dagli scritti del NT: faceva una vita itinerante, che era caratterizzata da una certa precarietà, poteva contare su alcune case dove si appoggiava con i suoi discepoli, e sull’aiuto di alcune persone che lo sostenevano (cf. Lc 8,2-3). Uno studioso del cristianesimo ha descritto così la sua vita: “Gesù ha certamente predicato per se stesso un distacco radicale dalla propria famiglia e ha richiesto la stessa decisione dai suoi discepoli... La famiglia, struttura fondamentale nell’organizzazione sociale dei villaggi di Galilea, e che perciò presiedeva alla ripartizione dei beni, alla organizzazione del lavoro, alle alleanze matrimoniali e politiche in senso lato, aveva il limite ultimo e invalicabile del proprio sistema di valori nel confine del gruppo parentale. Nella famiglia l’interesse di ogni singolo membro è coordinato all’interesse di tutti gi altri membri, secondo il sistema delle gerarchie interne. Ogni problema di relazione tra gruppi familiari va risolto nell’ambito di procedimenti politici che consistono appunto nel coordinamento degli interessi dei gruppi stessi. La predicazione di Gesù entra necessariamente in conflitto con i valori ultimi dell’organizzazione familiare (e perciò economica e lavorativa) palestinese perché rifiuta di accettare come punto di riferimento ultimo l’interesse dei singoli gruppi familiari e quindi di risolvere i rapporti sociali mediante la politica classica delle parentele.”[7] Insomma chi voleva seguire Gesù entrava in una vita fuori dai gruppi familiari, doveva intraprendere una vita comunitaria, e scegliere uno stile che non poteva contare più sulla solidarietà dei parenti, e quindi necessariamente più povera e precaria. Il senso di questa scelta che Gesù ha fatto personalmente e ha indicato ai suoi discepoli lo possiamo comprendere dalla sua predicazione, dagli insegnamenti sul tema della ricchezza e della povertà. Il Signore ha mostrato una grande forza nel manifestare la sua diffidenza nei riguardi della ricchezza, verso la quale aveva come un sospetto, consapevole che essa poteva arrivare a schiavizzare il cuore dell’uomo: “non potete servire a Dio e a Mammona!” (Mt 6,24). Se la fonte della sicurezza e della stabilità della tua vita è il denaro, non sarà più Dio. E’ per questo che la ricchezza finisce per falsare la verità dell’uomo, che invece consiste nella sua radicale povertà, come abbiamo detto, e ci aiuta a metterci nelle mani del Padre. Non si tratta dunque di opporre alla ricchezza la mancanza assoluta di beni, ma la capacità di fidarsi di Dio. Come preti diocesani, del resto, lo sappiamo, senza fare il voto di povertà, dovremo costantemente vigilare su noi stessi perché il possesso di beni e di denaro non ci distolga dalla fiducia in Dio. Il vero motivo della scelta di Gesù era dunque vivere concretamente il primato del regno di Dio. E’ la realtà più importante, che relativizza tutte le altre, che ci aiuta a dare la giusta misura a tutte le cose: “cercate prima di tutto il regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt 6,33). Gesù ha vissuto in questa postura del cuore che la Scrittura descrive negli anawim, i piegati dalla vita, curvati sotto il peso dalla storia, che ormai possono sperare solo in Dio, uomini e donne semplici che vivono in una situazione così difficile che non possono contare su di sé, perché non contano niente per nessuno, e per questo si mettono in un abbandono fiducioso in Dio. E a loro si è rivolto, presentandosi come il Messia che annuncia il vangelo ai poveri (Lc 4,18). Credo che se pensiamo alle nostre comunità parrocchiali, ma anche civili, ognuno di noi può ricordare alcune persone che vivono così anche oggi, i piccoli, i poveri delle nostre parrocchie, coloro che non hanno nessuno e nulla su cui potersi appoggiare. Anche noi educatori, se pensiamo alle comunità che abbiamo servito come preti, possiamo ricordare Maria, donna ormai anziana, nana e curva che ha sempre vissuto negli stenti ma con il sorriso sulle labbra, Donato che ha fatto della malattia la compagna della sua vita, una compagna esigente che non gli ha permesso di studiare né di lavorare, ma non gli ha impedito di scrivere poesie, un po’ sgrammaticate e cariche di vita, Giambattista, che corre sempre per riuscire ad arrivare prima di una malattia che gli ha lasciato in eredità sua madre e che ha già ucciso i suoi fratelli; sono nomi che fanno riecheggiare quelli intessuti nei racconti del vangelo di Luca: Maria, Elisabetta, Simeone, Anna, che nella loro situazione di umiltà e privazione hanno saputo mantenere il cuore aperto a Dio. Questo primato di Dio Gesù lo ha vissuto anche nella sua missione, come si ricorda nel brano che fa da guida a questo scritto e al nostro cammino annuale. Commentandolo, Mons. Vittorio Fusco ha sottolineato come “La proibizione ha sempre per oggetto qualcosa che ci si prepara adesso per poterne disporre all’occorrenza in futuro. La bisaccia è cibo per il domani, la seconda tunica è vestito per il domani, sandali e bastone sono una difesa preventiva contro le insidie improvvise che si celano lungo il cammino, il denaro, poi – per chi vive nella società degli uomini – è potenzialità di beni e servizi di ogni genere in qualsiasi momento se ne abbia bisogno.”[8] Dobbiamo svolgere la nostra azione pastorale diventando noi stessi, con la precarietà accettata fidandoci di Dio, un segno del regno che annunciamo. Una vita pastorale e un annuncio che non siano fatti da preti poveri a persone povere, non sono più segno del regno di Dio che viene. Non ci possono essere regole uguali per tutti, ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di manifestare con le nostre stesse parole, con il nostro modo di vestirci, di presentarci, di vivere, che il primato nella nostra vita è quello del regno, e che la nostra missione è opera di Dio. Un elemento imprescindibile del nostro stile pastorale deve essere quello della fraternità che crea condivisione. I soldi e i beni materiali non schiavizzano il cuore, ma anzi sono un segno di benedizione del Signore, secondo la Scrittura, nella misura in cui invece di essere accumulati sono condivisi, e noi come presbiteri guidiamo la comunità lungo le vie dell’uguaglianza, dell’equità, della solidarietà. Ognuno di noi ha davanti agli occhi o nella memoria figure presbiterali esemplari, che nei nostri presbiteri diocesani vivono la povertà evangelica con grande semplicità e letizia, senza tanti clamori o proclami. E ad essi che dobbiamo guardare, vigilando sul nostro cuore perché non si lasci attirare invece da chi è attento ad avere vestiti sempre all’ultima moda o cambia continuamente cellulare per avere sempre l’ultimo modello. Potremmo approfittare delle serate di diocesi per invitare qualche presbitero che possa raccontarci come vive la povertà evangelica nella sua esistenza e nella sua missione, nutrendoci dei tanti esempi positivi che ci sono nei nostri presbiteri diocesani. Sono queste persone che incarnano quello che Papa Francesco ci ha detto quando il 10 dicembre del 2016 ci ha ricevuti in udienza, donandoci nel suo discorso una prospettiva di crescita e di preparazione al ministero proprio nella povertà: “Hai paura della povertà? Senti, sei hai paura della povertà, la tua vocazione è in pericolo! Perché la povertà sarà quella che farà crescere la tua donazione al Signore e sarà quella – la povertà – che farà da muro per custodirti, perché la povertà nella vita consacrata, nella vita dei sacerdoti, è madre e muro: dà vita e custodisce”.[9] 3. Asceti della vita Nel nostro mondo come cristiani e come preti siamo chiamati a testimoniare un modo diverso di vivere, respirando innanzitutto noi stessi la cultura dell’essere e non quella dell’avere. Una buona qualità della nostra testimonianza oggi si gioca sulla nostra capacità di essere persone che sanno ma non usano il proprio sapere per dominare gli altri, che hanno dei beni ma li usano per tutti, mettendoli sempre in circolo, che usano il proprio ruolo ministeriale nella comunità cristiana come un servizio e non come un potere. Prima che con le nostre parole, e con le nostre attività pastorali, possiamo diventare un annuncio del vangelo della povertà con il nostro modo di vivere quotidiano. In un tempo nel quale esiste una grande sconnessione nella visione del significato dell’esistenza, è già una grande testimonianza imparare a vivere come asceti della vita, mettendo in ordine i nostri bisogni e i nostri desideri, trovando un orientamento attorno al senso che stiamo dando al nostro cammino. Quante volte i padri della Chiesa si sono levati ad ammonire i cristiani ed i pastori quando anche la Chiesa stava rischiando di diventare ricca: “vi è chi, accumulando denaro su denaro, non lascia respiro alle borse delle matrone e si serve di un comportamento ossequioso per dar la caccia ai loro averi; vi sono alcuni che da monaci sono più ricchi di quanto non lo erano da laici e, a servizio del Cristo povero, possiedono più ricchezze di quante non ne possedevano quando erano al servizio del ricchissimo diavolo. La chiesa geme su questi ricchi che il mondo, fino a poco tempo fa, considerava mendicanti”[10]. Non dimentichiamoci che siamo portatori di una grande tradizione spirituale che su questi temi ha ancora molto da dire e può essere di grande aiuto a noi e ai nostri fratelli anche oggi. Il concetto di ascesi cristiana, per esempio, intesa come rinuncia e capacità di vivere nel distacco, interiore ed esteriore, dalla ricchezza, oggi resta estremamente fecondo. Sono straordinari gli insegnamenti dei padri del deserto su questi temi, ancora intatti nel loro valore e nella capacità di aiutarci a vivere una vita più umana. “L’amore per il denaro è la radice di ogni male, e alimenta, come delle maligne ramificazioni, le altre passioni, e non permette che avvizziscano quelle che fioriscono da esse. Chi vuole recidere le passioni, ne estirpi la radice. Se l’avarizia rimane, non serve a nulla tagliare i rami: se anche li spezzi, subito ricrescono. Il monaco che ha molti beni è una nave sovraccarica e facilmente affonda nella tempesta; come infatti una nave che fa acqua è danneggiata da ogni onda, così colui che ha molti possedimenti è sommerso dalle preoccupazioni. Il monaco che non possiede nulla, viaggiatore veloce, in ogni luogo trova dimora. Il monaco che non possiede nulla, aquila che vola in alto, scende a cercare cibo, quando lo costringe la necessità. Perciò è superiore a ogni tentazione, deride le cose presenti, viene innalzato in cielo, si allontana dalle cose terrene, e diventa concittadino degli angeli; infatti ha un’ala leggera... ma colui che possiede molte cose è vincolato dalle preoccupazioni, e come un cane è legato alla catena”[11] Senza infingimenti, Evagrio chiama per nome quella suggestione che in noi esiste e si manifesta come brama di avere tanti soldi, tante cose, tanti beni materiali. Tutto, tutto per me, tutto qui, adesso, subito! Voglio tutto. L’avarizia ha un inizio più sottile, e quindi più subdolo, sul quale occorre essere vigilanti: piccole cose che potremmo condividere, usare non solo per noi stessi, ma anche con gli altri, per gli altri, e invece tratteniamo e nascondiamo solo per noi. Da quel punto in poi può iniziare una corsa inarrestabile, fino a lasciarci prendere dall’ossessione per l’accumulo. Sentiamo ancora Evagrio: “il mare non si riempie mai pur ricevendo un gran numero di fiumi; così il desiderio dell’avaro non si sazia di ricchezze: sono duplicate, ed ecco desidera che ancora si raddoppino, e non smette mai di raddoppiarle, finché la morte lo sottrae a questa inutile preoccupazione. Il monaco accorto si occuperà di ciò che è necessario al corpo, e colmerà con il pane e l’acqua il bisogno dello stomaco; non adulerà i ricchi per il piacere del cibo, né assoggetterà a molti padroni una mente libera; infatti per servire al corpo e soddisfare completamente le necessità fisiche bastano le mani.”[12] Per i padri l’avarizia è un grande peccato contro la Provvidenza di Dio, e quindi essa è, per così dire, il peccato che manifesta il fatto che non crediamo in Dio. Essa è la madre dell’idolatria, e perciò un atteggiamento pagano, assolutamente estraneo ai cristiani, che caratterizza invece coloro che “rifiutano la provvidenza del Signore e rinnegano il Creatore; ma è del tutto alieno ai cristiani, che hanno creduto una volta per tutte che anche due passeri che si vendono per pochi soldi sono sottoposti al governo dei santi angeli.”[13] Come si fa a lottare nel nostro cuore contro questo impulso? Il primo atteggiamento da coltivare è il distacco, cioè la capacità di focalizzarsi su tutte le persone, le cose, gli ambienti, senza attaccamento. Non si tratta innanzitutto e subito di fare scelte materiali, allora, ma spirituali. Esso è un modo di vivere, e in questo senso l’affinamento del distacco in noi è un processo che dura quanto durano i nostri giorni, non è mai terminato. È capace di distacco non chi non vede le cose, o il denaro, chi vive senza saper cogliere il valore delle cose, ma chi sa così tanto cogliere la bellezza delle cose materiali che in esse, al loro cuore, trova quella scintilla di vita che risplende sempre, e sempre nutre, anche se non la si possiede esclusivamente. Si tratta di far diventare i nostri sensi più fini, più raffinati, più capaci di cogliere l’essenziale in ogni cosa, anche se non è nostra, quell’essenziale che invece val la pena di tenere stretto e di non perdere mai. La povertà cristiana implica non insensibilità alle cose o alle persone, ma anzi grande sensibilità. Non si tratta di rendersi insensibili, indipendenti, nè tantomeno sciatti, ma al contrario dobbiamo imparare ad essere più trasparenti, creando spazi di verità e di sincerità, di bellezza nella relazione con le persone e le situazioni, con le cose e i fratelli. Il tema di quest’anno ha molto a che fare con la fraternità, su cui abbiamo sostato nello scorso anno formativo. Aiutiamoci reciprocamente, nel nostro cammino, ad essere sensibili, allora, ma paradossalmente facciamolo imparando a non stringere nel pugno ciò verso cui siamo interessati e sensibili. Dobbiamo lasciare la presa, a partire da noi stessi. Certo, tutti vogliamo mangiare bene, e ci piacerebbe che la cucina invece che essere quella di una grande comunità (in cui la qualità e l’igiene dei cibi ci sono sempre ma il buon sapore qualche volta no), fosse quello di casa, in cui qualità e sapore invece vanno sempre insieme. Ma possiamo passare tutto il tempo a lamentarci, finendo per creare un clima comunitario stanco e pesante, in cui spesso si crea cupezza di cuore e negatività anche negli altri aspetti della vita? Non possiamo provare ad accettare un po’ di più una sobrietà che ci renda più pazienti? La stessa nostra casa, l’edificio del Seminario costruito nel 1926 in tempi molto diversi dai nostri (che da anni ormai stiamo cercando di rendere un po’ più bella ed accogliente), ci chiede di saper accettare uno stile più povero e sobrio. Che cosa significa, nella nostra comunità di Molfetta, vivere un po’ più il distacco dalle cose? Ognuno può impegnarsi, in questi mesi, per elaborare la sua personale risposta, confrontandosi con il proprio padre spirituale, anche sull’uso del denaro, che alcuni di noi hanno come risparmio del proprio lavoro, ma la maggior parte come dono di persone generose che si sacrificano pur di aiutarci, a partire dai propri genitori. Per qualcuno significherà non andare ogni mattina a prendere cornetto e cappuccino al bar accontentandosi della colazione in comunità, per altri potrà significare prestare i propri libri di cui è geloso e da cui non si separa mai, per altri ancora che provengono da famiglie economicamente agiate provare, nel nascondimento e con l’aiuto discreto dell’educatore, ad aiutare anonimamente un fratello di seminario. O rinunciare a comprarsi o a farsi regalare (ma c’è una vera differenza?) una veste liturgica esageratamente costosa, magari tenendola a casa senza portarla in seminario. C’è poi la bella tradizione della decima, che ci fa lasciare nell’anfora davanti alla cappella della Regina Apuliae una parte dei doni ricevuti per l’Ammissione, i ministeri, o l’ordinazione. Obbediamo così all’insegnamento dell’Apostolo: “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9, 7). Lo Spirito Santo saprà suggerire a ciascuno che cosa possa voler dire fare una scelta di povertà nel proprio stile di vita. Come lo scorso anno per la correzione fraterna, anche quest’anno vogliamo porre un segno esterno che ci aiuti a vivere questa dimensione della povertà, e ogni gruppo, in un discernimento fatto con l’educatore e il padre spirituale, trovi il suo modo originale per fare una scelta che inveri il tema della traccia formativa annuale nella vita di tutti i giorni. Come segno forte comunitario, introduciamo la scelta di dedicare il venerdì del primo anno, ispirati a quanto il Santo Padre ha fatto durante tutto l’anno santo della misericordia, a svolgere un servizio con le sorelle e i fratelli più poveri. L’iniziazione alla carità pastorale nelle parrocchie inizierà per i fratelli del primo anno nelle domeniche di primavera. Questo atteggiamento di distacco del cuore ha anche molto a che fare con la preghiera. Solo per questa strada infatti si può arrivare alla preghiera vera, punto di partenza e di arrivo di ogni azione vera. Soltanto quando smetti di mettere al centro te stesso, e non ti consideri il punto focale di ogni cosa e dell’intero universo, puoi iniziare a pregare, e l’anima non è più appesantita dalle preoccupazioni, condizionata dal fardello delle necessità, ma preparata alle sorprese della grazia. La preghiera ti rende libero di servire i tuoi fratelli, e di vivere un po’ più gioioso, sereno, e capace di condivisione: sei diventato un povero in spirito, hai allentato la presa, hai smesso di pensare solo ad assicurarti e a difenderti, hai messo la tua vita nelle mani del Padre che ha cura di te. Nessuno può far diventare povero chi è ricco dei beni del Signore e del suo amore, chi sa radicarsi in Dio, chi sa che “una sola è la tranquillità placida e sicura, una sola la sicurezza stabile e perfetta; è quella di chi si è liberato da questi turbini del mondo e si colloca nella dimora di un porto di salvezza; dalla terra alza gli occhi al cielo, è ammesso a partecipare al dono di Dio, è ormai vicinissimo con la mente al suo Dio.” [14] Non si tratta di trascendere la nostra radicale povertà passando dalle realtà materiali verso quelle più celesti - quasi dimenticando il mondo e la vita per andare a vivere su qualche nuvola -: resteremo sempre esseri mancanti e limitati. Ma occorre che impariamo a mai dimenticare che su di noi veglia l’amore di Dio. Affidiamo a lui la nostra povertà, alzando gli occhi al cielo, e saremo beati. Conclusione In uno dei racconti più famosi di Solzenicyn, si narra di una donna che vive nella povertà, sempre attenta agli altri, pronta a prestare aiuto gratuitamente a tutti, che gode sinceramente della verdura che vede crescere nell’orto del vicino, come del bene e della vita che vede fiorire nell’esistenza degli altri abitanti del villaggio, e senza pensare ad accumulare per sé muore improvvisamente in un incidente. Non è una donna colta, è povera, anagraficamente appartiene ad una società comunista, è atea, eppure l’autore annota così, al termine del suo racconto, riprendendo l’antica leggenda ebraica secondo la quale il mondo si sorregge su trentasei giusti, uomini e donne umili che permettono al mondo di salvarsi perché contrastano il male che altrimenti lo distruggerebbe: “Le eravamo vissuti accanto e non avevamo capito che lei era il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Nè la città. Né tutta la terra nostra”[15]. Sì, c’è bisogno di uomini che, sorretti dalla fede nel Signore, anche oggi scelgano di vivere poveramente coltivando l’unica ricchezza che conta, quella dell’amore, cercando il bene degli altri e non il proprio. Che sappiano trovare nell’amore per Dio e per i fratelli la via della propria felicità. C’è bisogno di noi, che siamo già o diventeremo preti e vogliamo esserlo nella povertà, passando dall’egoismo alla virtù della carità. Il nostro contributo alla lotta contro l’ingiustizia della povertà sarà quello di ispirare la nostra vita personale e il nostro lavoro pastorale alla logica della gratuità, del dono e del disinteresse. Così saremo preti che - insieme alle sorelle e ai fratelli religiosi e laici che scelgono di vivere liberamente e poveramente - controbilanciano il male che altrimenti distruggerebbe il mondo e, senza neanche saperlo, sostengono la società e la Chiesa, anzi “tutta la terra nostra”. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». 67. Il Vangelo ci invita a riconoscere la verità del nostro cuore, per vedere dove riponiamo la sicurezza della nostra vita. Normalmente il ricco si sente sicuro con le sue ricchezze, e pensa che quando esse sono in pericolo, tutto il senso della sua vita sulla terra si sgretola. Gesù stesso ce l’ha detto nella parabola del ricco stolto, parlando di quell’uomo sicuro di sé che, come uno sciocco, non pensava che poteva morire quello stesso giorno (cfr Lc 12,16-21). 68. Le ricchezze non ti assicurano nulla. Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli, né per godere delle cose più importanti della vita. Così si priva dei beni più grandi. Per questo Gesù chiama beati i poveri in spirito, che hanno il cuore povero, in cui può entrare il Signore con la sua costante novità. 69. Questa povertà di spirito è molto legata con quella “santa indifferenza” che proponeva sant’Ignazio di Loyola, nella quale raggiungiamo una bella libertà interiore: «Per questa ragione è necessario renderci indifferenti verso tutte le cose create (in tutto quello che è permesso alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito), in modo da non desiderare da parte nostra più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l’onore che il disonore, più la vita lunga piuttosto che quella breve, e così in tutto il resto» (Esercizi spirituali, 23d: Roma 19846, 58-59). 70. Luca non parla di una povertà “di spirito” ma di essere «poveri» e basta (cfr Lc 6,20), e così ci invita anche a un’esistenza austera e spoglia. In questo modo, ci chiama a condividere la vita dei più bisognosi, la vita che hanno condotto gli Apostoli e in definitiva a conformarci a Gesù, che «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8,9). Essere poveri nel cuore, questo è santità. (dalla Gaudete et exsultate di Papa Francesco) Letture: R. Cantalamessa, Povertà, Ancora editrice, Milano, 1996. D. Negro, Dono e condivisione, I quaderni del Sovvenire, 2015. P. Mazzolari, La parola ai poveri, EDB, 2016. C. Lorefice, Il volto di una Chiesa povera, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2018. Parola Spirito e Vita, Denaro, ricchezza, uso dei beni, fasc. n. 42, EDB, Bologna, 2001/1. Note: [1] A. Rizzi, Dio in cerca dell’uomo. Rifare la spiritualità, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1987, p. 50. [2] A. Gehlen, L’uomo. La sua natura, e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano, 1983, p. 60. [3] M. Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo, Angeli, Milano, 2000. [4] Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, n. 28 in EV/10, EDB, Bologna, 1989, 2598-2599. [5] cit. in CCC 1723, che così riflette prima di citare Newman: “La beatitudine promessa ci pone di fronte a scelte morali decisive. Essa ci invita a purificare il nostro cuore dai suoi istinti cattivi e a cercare l’amore di Dio al di sopra di tutto. Ci insegna che la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore”. [6] Una riflessione a parte meriterebbe la straordinaria fortuna che, più di tutti gli altri social, si sta meritando Instagram, che ci permette di pubblicare le nostre foto e i nostri video. È come se avesse intercettato un insopprimibile bisogno di essere visibili e ammirati: “E’ fin troppo ovvio che la diffusione della moda del selfie rappresenta una protesi della fragilità dell’autostima e racconta della paura di non essere visto e quindi di essere dimenticato; il lenimento degli amici che guardano è veramente un balsamo e celebra, se ce ne fosse bisogno, l’importanza dello sguardo dell’altro, nella speranza che distillandolo si possa estrarne qualche stilla di ammirazione” (G. Pietropolli Charmet, L’insostenibile bisogno di ammirazione, Editori Laterza, 2018, p. 40). [7] M. Pesce, “Discepolato gesuano e discepolato rabbinico. Problemi e prospettive della comparazione”, in Aufstieg und NiedergangderRomischer Welt, II, 25.1, De Gruyter, Berlin, pp. 351-389. [8] V. Fusco, “Dalla missione in Galilea alla missione universale. La tradizione del discorso missionario (Mt 9,35-10,42; Mc 6,7-13;Lc 91-6; 10,1-16)”, in Ricerche Storico Bibliche 1 (1990), p. 118. [9] http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/december/documents/papa-francesco_20161210_pont-seminario-pugliese.html (consultato il 5 settembre 2018). [10] Girolamo, Lettere, 60, 11. [11] Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagità, Edizioni San Paolo, 20062, n. 7, pp. 45-47. [12] Id., n. 8, p. 47-49. [13] Id., n. 6, pp. 81-83. [14] Cipriano, A Donato 14. [15] Solzenicyn, La casa di Matriona, in Id., Per il bene della causa, Mondadori, Milano, 1971, p. 50.
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