Buona giornata a tutti, buona Quaresima a tutti, buona preghiera per questa giornata, che vogliamo dedicare interamente all’ascolto di Dio e della sua Parola.
Ho scelto per il nostro percorso di riflessione di oggi due brani attinti al profeta Ezechiele. Ho scelto questo documento dall’Antico Testamento perché Ezechiele mi piace in modo particolare e l’amore per Ezechiele è nato nei primi mesi in cui ero a Roma, come studente per la licenza, quando andai a trovare, a San Gregorio al Celio, padre Benedetto Calati, che viveva con padre Innocenzo Gargano, tutte e due del mio paese, proprio pulsanesi come me.
In quel contesto andai a trovare padre Innocenzo e mi disse: «Vai a salutare Benedetto», il quale stava in un giardino di rose con in mano, aperta, la Scrittura. Aveva una barba fluente, era un monaco camaldolese e teneva proprio questo volto beato mentre leggeva Ezechiele. E mi disse così che lui ha raggiunto Ezechiele attraverso san Gregorio e mi disse… Intanto mi colpì vedere quest’uomo che, con un volto beato proprio tra le rose, la Parola… quel volto luminoso mi sembrava di stare in paradiso. Però lui mi disse: «Hai letto Ezechiele?». E io: «Sì, a pezzetti». «No, devi leggerlo interamente. Per la tua vita di prete ci sono molte cose importanti», perché lui mi disse che Ezechiele è nato come uomo di santuario, di tempio, poi è diventato uomo della Parola: «È quello che bisognerebbe fare adesso», mi disse padre Benedetto.
E quindi, da allora in poi, più volte ho scrutato questo testo e devo dire che ho trovato tanto giovamento. Spero che questa scelta porti giovamento anche nelle vostre vite, in questo tempo della vostra esistenza.
Allora, prendiamo il capitolo ottavo del libro del profeta Ezechiele e lo leggiamo integralmente.
1 E il sesto anno, il quinto giorno del sesto mese, avvenne che, mentre io ero seduto in casa mia e gli anziani di Giuda erano seduti in mia presenza, la mano del Signore, dell’Eterno, cadde lì su di me.
2 Io guardai, ed ecco una figura di uomo, che aveva l’aspetto del fuoco; dai fianchi in giù pareva di fuoco; e dai fianchi in su aveva un aspetto risplendente, come di terso rame.
3 Egli stese una forma di mano, e mi prese per una ciocca di capelli; e lo spirito mi sollevò fra terra e cielo, e mi trasportò in visioni divine a Gerusalemme, all’ingresso della porta interna che guarda verso il settentrione, dov’era posto l’idolo della gelosia, che eccita a gelosia.
4 Ed ecco che lì c’era la gloria del Dio d’Israele, come nella visione che avevo avuto nella valle.
5 Ed egli mi disse: “Figlio d’uomo, alza ora gli occhi verso il settentrione”. E io alzai gli occhi verso il settentrione, ed ecco che al settentrione della porta dell’altare, all’ingresso, c’era quell’idolo della gelosia.
6 Ed egli mi disse: “Figlio d’uomo, vedi quello che costoro fanno, le grandi abominazioni che il casato d’Israele commette qui, così che io mi allontano dal mio santuario? Ma tu vedrai ancora altre abominazioni più grandi”.
7 Ed egli mi condusse all’ingresso del cortile. Io guardai, ed ecco un buco nel muro.
8 Allora egli mi disse: “Figlio d’uomo, adesso fora il muro”. E quando io ebbi forato il muro, ecco una porta.
9 Ed egli mi disse: “Entra, e guarda le scellerate abominazioni che costoro commettono qui”.
10 Io entrai, e guardai; ed ecco ogni sorta di figure di rettili e di bestie abominevoli, e tutti gli idoli del casato d’Israele dipinti sul muro tutto attorno;
11 e settanta fra gli anziani del casato d’Israele, in mezzo ai quali c’era Iaazania, figlio di Shafan, erano in piedi davanti a quelli, avendo ciascuno un turibolo in mano, dal quale saliva il profumo in una nuvola di incenso.
12 Ed egli mi disse: “Figlio d’uomo, hai visto quello che gli anziani del casato d’Israele fanno nelle tenebre, ciascuno nelle camere riservate alle sue immagini? Poiché dicono: ‘L’Eterno non ci vede, l’Eterno ha abbandonato il paese’”.
13 Poi mi disse: “Tu vedrai ancora altre abominazioni più grandi che costoro commettono”.
14 E mi portò all’ingresso della porta della casa dell’Eterno, che è verso il settentrione; ed ecco lì sedevano delle donne che piangevano Tammuz.
15 Ed egli mi disse: “Hai visto, figlio d’uomo? Tu vedrai ancora delle abominazioni più grandi di queste”.
16 E mi portò nel cortile della casa dell’Eterno; ed ecco, all’ingresso del tempio dell’Eterno, fra il portico e l’altare, circa venticinque uomini che voltavano le spalle alla casa dell’Eterno, e la faccia verso l’oriente; e si prostravano verso l’oriente, davanti al sole.
17 Ed egli mi disse: “Hai visto, figlio d’uomo? È forse poca cosa che il casato di Giuda commetta le abominazioni che commette qui, perché riempia anche il paese di violenza e torni sempre a provocarmi ad ira? Ed ecco che si accostano il ramo al naso.
18 E anch’io agirò con furore; il mio occhio non li risparmierà, e io non avrò pietà; e per quanto gridino ad alta voce ai miei orecchi, io non darò loro ascolto”.
Sappiamo che il profeta Ezechiele è uno dei grandi profeti nella tradizione giudaica. È un profeta che ha una funzione, ha una missione molto impegnativa; è un profeta in un tempo di crisi. Ezechiele si presenta, leggendo il testo, come un uomo di speranza chiamato a esercitare il suo ministero profetico in un tempo di grande crisi. La crisi è quella dell’esilio babilonese.
Israele si trova in esilio. Lui stesso inizia e svolge il suo ministero in terra di esilio. Leggendo proprio la parte iniziale, la sua storia vocazionale, si capisce.
Ezechiele viene da una famiglia sacerdotale. Per questo conosce bene la liturgia, conosce bene la struttura del tempio. Però è chiamato da Dio a fare questo passaggio: dall’esperienza di Dio che si svolge nel tempio all’annuncio di Dio in esilio, lontano dal tempio. E quindi è chiamato a fare dentro di sé un pellegrinaggio interiore molto importante.
In un certo senso è chiamato a uscire dal tempio per portare la Parola ai disperati che erano in esilio. Dal punto di vista storico, lo sappiamo, la prima occupazione di Gerusalemme viene intorno al 597 a.C. Gerusalemme viene occupata, vengono deportate circa ottomila persone. In questa prima fase dell’esilio viene strappata dalla città l’élite politico-culturale, sociale, finanziaria.
Si prende la classe dirigente e viene portata in esilio. Circa dieci anni dopo, Gerusalemme si era, in un certo senso, rimessa insieme le sue forze per ritornare a essere libera, ma viene ripresa dai Babilonesi, viene distrutta. E quelli che si trovavano già in esilio, che erano stati portati via nel 597, vengono a sapere che quella città nella quale speravano di ritornare non c’è più.
Il tempio, le case, i campi, tutto è stato distrutto. Ezechiele si trova a lavorare, a operare il suo ministero profetico proprio in questo passaggio. Il suo ministero comincia con una dura requisitoria: mette il popolo di Israele davanti alle sue mancanze e poi diventa, piano piano, un ministero di consolazione, di compassione, perché si tratta di rimettere in piedi le persone.
Perché quando un popolo non ha più una patria, non ha più le case, non ha più i campi, i punti di riferimento di una comunità vengono meno. Questo ci aiuta a capire anche le sorti di tanti popoli che oggi vivono proprio così, purtroppo. È un dramma che non sta chiuso nel passato, ma purtroppo si riproduce sistematicamente nella storia.
Nel brano che abbiamo ascoltato, il brano che abbiamo ascoltato ha una funzione importante, perché Ezechiele, lo dice nei capitoli iniziali in cui si racconta la sua vocazione, riceve da Dio questa missione: essere sentinella.
Lui deve mettere il suo popolo davanti ai pericoli seri che, dal punto di vista spirituale, sociale, culturale, vive. Chi ha letto un po’ tutto il percorso del libro si rende conto che Ezechiele mette il suo popolo davanti almeno a tre problemi dai quali è venuta la rovina di Israele.
Il primo problema è l’idolatria, ed è il brano di cui abbiamo ascoltato oggi. Il secondo problema è la perdita della nuzialità; di questo parleremo nel pomeriggio. E poi la crisi degli educatori, i pastori che non hanno fatto quello che dovevano fare.
Quindi, dietro la disfatta di Israele, dietro la crisi, c’è un’eziologia complessa, ci sono cause complesse e, tra queste, l’idolatria, la perdita della nuzialità e il fatto che gli educatori non hanno fatto quello che dovevano fare.
Nel brano che abbiamo ascoltato si mette davanti innanzitutto il fatto dell’idolatria. Per descrivere quanto l’idolatria abbia intaccato la fede di Israele, il profeta usa un linguaggio pieno di metafore. In un certo senso egli descrive quasi un viaggio ideale dentro il tempio di Gerusalemme.
Lui sta in esilio, fa quasi un viaggio spirituale a Gerusalemme, aiutato da Dio, e prende atto del fatto che l’idolatria ha intaccato il cuore della spiritualità giudaica, che è il tempio. L’idolatria non si è fermata ad aspetti periferici dell’esperienza della religione, è entrata dentro il cuore dell’esperienza religiosa di Israele.
Allora sottolineiamo alcuni passaggi di questo testo, che meriterebbe una lunga analisi, però noi sottolineiamo alcuni passaggi che ci possono aiutare.
La prima cosa che mi piace sottolineare è il riferimento cronologico preciso: «nell’anno sesto, nel sesto mese, il cinque del mese». Siamo nel settembre del 592 a.C. Questo è importante non tanto per la storia, ma per farci capire che per Ezechiele le autentiche esperienze spirituali si collocano in un contesto storico preciso. La spiritualità non è fuga dalla storia, è invece entrare in profondità.
Lui racconta un’esperienza che egli ha vissuto nello spirito, un percorso spirituale che Dio gli ha fatto fare. Questa esperienza spirituale avviene davanti agli anziani, probabilmente in esilio; la struttura degli anziani come classe dirigente, come responsabili, non si era completamente persa. Ma a noi interessa il fatto che Ezechiele vive un’esperienza estatica, ma davanti alla comunità.
Una vera esperienza nello spirito si colloca nella storia e dentro la comunità. Un’esperienza spirituale che ti porta fuori dalla storia, stai tranquillo, non è da Dio. Un’esperienza spirituale che ti porta a fuggire dalla comunità, stai tranquillo, non è da Dio.
Le autentiche esperienze spirituali si collocano nella storia e dentro il popolo di Dio, dentro la comunità.
«La mano del Signore si posò su di me». Questa immagine potentemente evocativa ricorre nel testo di Ezechiele più volte; chi lo ha letto sa, proprio a cominciare dal racconto della vocazione.
È importante questa immagine, perché vuole dire Ezechiele che c’è stato un momento in cui lui si è sentito sotto la mano di Dio in modo forte, sotto l’iniziativa di Dio in modo forte.
Nella nostra vita noi sempre siamo sotto la mano di Dio, non c’è dubbio. Più cresciamo nella fede, più ci accorgiamo che non c’è un luogo, non c’è un momento in cui siamo al di fuori della mano salvifica di Dio, e meno male, perché questo ci garantisce, ci aiuta.
Però non c’è dubbio che nella nostra vita ci sono dei passaggi in cui senti proprio il peso, sai che Dio ti sta spezzando le ossa, salvificamente. Sai che Dio ti sta plasmando, sta cambiando qualcosa di significativo nella tua vita.
Egli descrive, con un linguaggio apocalittico quasi, questa figura mezza umana e mezza divina che interviene nella sua vita; insomma, il Signore interviene nella sua vita. E lo prende per i capelli.
Anche questa immagine è potentemente evocativa, perché se veramente uno venisse attaccato per i capelli, quelli che godono del privilegio di averli, alla fine sei completamente in balia, non ti puoi difendere, sei completamente in balia di chi ti tiene.
Ezechiele vive questa esperienza: è completamente sotto l’iniziativa di Dio, è in balia dell’azione di Dio, il quale gli fa fare un viaggio spirituale, perché gli fa vedere il tempio dall’alto.
Gli fa vedere la storia, Dio gli fa vedere la storia come lui la vede. Ci sono dei passaggi della nostra vita in cui Dio, nel discernimento, è come se ci prestasse gli occhi suoi, ci fa vedere le cose come lui le vede, dall’alto.
«Mi sollevò fra cielo e terra e in visioni divine mi portò a Gerusalemme».
Egli guarda dall’alto il tempio; il tempio, lo sappiamo, è in un certo senso il simbolo della tradizione spirituale di questo popolo. E vedendo il tempio con gli occhi di Dio, lui capisce che cosa è avvenuto all’interno del popolo santo di Dio: l’idolatria ha minato la fede.
Guardando dal cielo, cioè come Dio vede le cose, lui si rende conto che all’ingresso del tempio c’è un’immagine, un idolo che suscita la gelosia.
I commentatori dicono che questa immagine può avere una doppia valenza: o è una divinità, alcuni dicono Astarte, che è posta lì a protezione del tempio – pensate un po’: Dio ha bisogno di un’altra divinità che lo protegge – oppure è proprio un’immagine di Dio stesso, quindi contravvenendo al divieto delle immagini il popolo si sarebbe fatto un’immagine di Dio.
Nell’una e nell’altra ipotesi la situazione è drammatica, perché se Dio ha bisogno di una divinità tutelare significa che non è Signore, non comanda lui. Se poi il popolo si è fatto un’immagine di Dio, questo è ancora peggio, perché l’immagine di Dio significa poterlo comandare, costringerlo dentro l’immagine, significa che Dio è in balia del suo popolo.
Sapete che conoscere il nome, conoscere un’immagine del divino secondo l’antico significa poterlo scongiurare, quindi metterlo dentro una formula magica e costringerlo a fare quello che noi vogliamo.
Purtroppo molti aspetti di questo modo di pensare la religiosità sono diffusi nella religiosità naturale e anche in alcune forme della pietà popolare esiste questa idea: «Signore, tu devi fare quello che io dico; le formule… ma tu mi devi fare quello che dico io».
Sono cose sulle quali avrete tanto lavoro da questo punto di vista, anzi ne abbiamo tanto lavoro, per aiutare le persone a uscire da questo.
Il Signore che guida Ezechiele gli dice: «Guarda che questo abominio procura la gelosia divina, la mia gelosia». Dio è geloso, vuole tutto. Non vuole che nel nostro cuore ci siano divinità tutelari. Dio è geloso anche del suo nome, non vuole diventare un idolo che portiamo in tasca da sfregare quando ci serve, perché ci risolve i problemi.
E parlando con Ezechiele gli dice: «Guarda che cosa fanno questi per cacciarmi via dalla loro vita, dalla loro esperienza».
Queste parole dovrebbero essere sottolineate, perché sono proprio quello che Ezechiele dovrà far capire al suo popolo.
Chi legge il libro del profeta Ezechiele si accorge che spesso il popolo dice: «Dio ci ha abbandonato. Dio non si occupa più di noi. Dio non ci vede».
In realtà Ezechiele, facendosi voce di Dio, vuole fargli capire proprio il contrario: non è Dio che se n’è andato, è l’idolatria che ha sfrattato Dio. Dio è stato ricacciato fuori, non se n’è andato di sua spontanea volontà.
Quando ci sono beni creati che prendono il posto di Dio, Dio è costretto ad arretrare. E così è avvenuto nella storia di questo popolo.
Dopo averlo condotto all’ingresso del tempio: «Mi condusse all’ingresso del cortile e vidi un foro nella parete».
Mi disse: «Figlio dell’uomo, sfonda questa parete».
Questa immagine della parete, del foro, è molto importante, perché è una metafora per dire che c’è un’idolatria palese, chiara, e c’è un’idolatria nascosta. Devi abbattere delle pareti per evidenziarla, devi scovarla. C’è un’idolatria che va snidata, tirata fuori.
«Mi disse: “Entra e osserva gli abomini malvagi che costoro commettono”. Io entrai e vidi ogni sorta di animali obbrobriosi e gli idoli raffigurati sulle pareti».
Dicono gli studiosi di questo testo che questi idoli con le teste di animali sono le cosiddette divinità teriomorfe, che sono gli dèi dell’Egitto con le teste di animali.
Questo dato è molto importante: c’è un’idolatria esplicita, quella che sta proprio all’ingresso del tempio, quella di cui parlavamo prima; c’è un’idolatria nascosta.
In che cosa consiste? Israele si è portato dietro ancora gli idoli dell’Egitto. Ci sono degli idoli così resistenti che stanno quasi dentro il genoma di una persona, di una comunità, e questi vanno snidati, vanno tirati fuori. Non è facile, non li vedi a primo acchito.
Questo significa che, se uno non fa attenzione, gli idoli di prima, che erano presenti nella sua vita prima della conversione, se li ritrova anche nella maturità cristiana. Ci sono degli idoli che vanno stanati per essere allontanati dalla nostra vita.
Questo culto agli idoli egiziani avviene nascostamente, perché i Babilonesi odiano gli Egiziani, quindi bisogna stare al riparo anche da loro. Però nella vicenda di questo popolo sopravvivono ancora gli idoli che dovevano essere lasciati prima di uscire dall’Egitto.
Quasi come una coperta di Linus, uno se la porta dietro per tutta la vita. Prima o poi bisogna fare pulizia, bisogna scovarli per diventare liberi veramente.
«Hai visto, figlio dell’uomo, quello che fanno gli anziani della casa di Israele nelle tenebre?».
Chi è schiavo di questa idolatria non è il popolino: sono gli anziani, sono gli educatori, sono i responsabili di una comunità. Da lì comincia la rovina di un popolo: quando gli educatori sono idolatri, da lì in poi tutto il resto si corrompe dentro una comunità.
«Vanno dicendo: “Il Signore non ci vede, il Signore ci ha abbandonato”».
Questa espressione contenuta nel versetto dodicesimo va sottolineata, è molto importante, perché questa espressione è peggio di dire «Dio non c’è». È peggio dire «Dio non si occupa di noi» che dire «Dio non c’è».
Perché se Dio c’è ma fa finta di non vederci, è cattivo. Se un padre c’è e non guarda i propri figli che hanno bisogno… se un papà non c’è, non c’è. Ma se un padre c’è, fa finta di non vederti e si occupa solo di se stesso, questo è gravissimo, è una profanazione della paternità.
E quindi dire «Dio c’è, ma lui si fa i fatti propri, di noi non si occupa» è peggio che dire «Dio non c’è».
Quindi la crisi spirituale di questo popolo è molto profonda e le parole evidenziano i problemi spirituali profondi di questa comunità.
«Poi mi disse – versetto 13 –: “Vedrai che si commettono abomini peggiori di questo”. Mi condusse all’ingresso della porta del tempio che guarda verso settentrione e vidi donne sedute che piangevano Tammuz».
Il viaggio che Dio sta facendo fare a Ezechiele dall’alto è come un drone. Sempre più addentro nel tempio. E qui ci sono delle donne che piangono Tammuz: era una divinità orientale alla quale era legato il culto della fecondità.
C’era un pianto rituale: questa divinità moriva durante l’inverno e risorgeva durante la primavera e c’era questo pianto rituale che riportava in vita Tammuz, perché venisse la primavera, la fioritura, il risorgere della vita e della fecondità.
Non è da poco questo: il fatto che dentro il tempio il popolo di Dio annodi la fecondità a qualcosa che non è Dio. Questo popolo cerca la sua fecondità in qualcosa di diverso da Dio.
È terribile, per una persona, per un ministro di Dio, per una comunità, cercare la fecondità pastorale, spirituale, intellettuale – mettetela su tutti i piani – lontano da Dio.
Il culto di Tammuz dice proprio questo: cercare di procurarsi fecondità a prescindere da Dio.
«Vedrai abomini peggiori di questo». Mi condusse nel cortile interno del tempio del Signore ed ecco, all’ingresso dell’aula del tempio, fra il vestibolo e l’altare – siamo proprio nel cuore del tempio – circa venticinque uomini con le spalle voltate al tempio e la faccia verso oriente, prostrati, adoravano il sole.
Nel cuore del tempio ci sono delle persone, sicuramente il numero venticinque indica sacerdoti, che non sono rivolti verso il tempio e l’altare, ma sono con le spalle rivolte all’altare e adorano il sole, una creatura.
Dal punto di vista dell’immagine potentemente evocativa, si può stare dentro il tempio, nella parte più santa del tempio, con le spalle rivolte a Dio. Non con la faccia rivolta a Dio, non di fronte a lui, ma con le spalle.
Questa immagine potentemente evocativa porta dentro di sé una grande lezione per noi, soprattutto per noi: il fatto di stare dentro un luogo sacro o comunque connotato religiosamente non ti dice che sei rivolto verso Dio.
Tu puoi stare nel luogo più santo di questo mondo con le spalle rivolte a Dio e non con la faccia rivolta a Dio come bisognerebbe stare.
Questo «spalle rivolte a Dio» dice proprio che l’orientamento della persona è contrario a Dio.
Bisogna fare attenzione: il fatto di stare in ambienti religiosi non ci dice che il nostro volto va verso Dio. Anche nei luoghi più santi di questo mondo si può stare di spalle a Dio.
«Hai visto, figlio dell’uomo? Come se non bastasse per quelli della casa di Giuda commettere simili abomini in questo luogo, hanno anche riempito il paese di violenza per provocare la mia collera».
Se c’è una profanazione del tempio, essa viene con l’idolatria; c’è una profanazione del popolo di Dio come realtà sacra che avviene nelle violenze, nelle relazioni violente.
La violenza è una dissacrazione. Così come l’idolatria allontana Dio dal tempio, così la violenza allontana Dio dal suo popolo.
Quali possono essere alcune piste per la nostra riflessione di oggi, per il nostro cammino di questa giornata?
Rapidamente alcuni punti:
È necessario che questa lettura dal basso sia arricchita di una visione dall’alto. Penso che il tempo della Quaresima può essere un tempo nel quale bussare forte al cuore di Dio per ottenere questa grazia: «Fammi vedere la vita mia, quella della Chiesa di oggi, della mia Chiesa particolare, della mia parrocchia, delle persone che mi sono affidate, dall’alto, come le vedi tu».
E per fare una pulizia come si deve bisogna andare a stanare gli idoli nascosti; probabilmente sono quelli che ti porti dietro da una vita, beni creati che per te sono importanti come Dio.
La fecondità è frutto di un lavoro serio. Noi dobbiamo, nei progetti, nel ministero, nelle cose che il Signore ci chiede, metterci tutti noi, proprio giocarci interamente; però la fruttificazione, la fecondità, è un dono.
In alcuni momenti della tua vita ti accorgerai che Dio te lo fa capire in modo forte questo: che magari hai dato il sangue per un progetto e non fiorisce niente; lì ci hai dato un ritaglio della vita e lì si è prodotta la cosa più bella di tutte.
E in quel momento capisci proprio che la fecondità, la sorgente ultima di ogni nostra fecondità, è in Dio. Quando la cerchiamo lontano da lui, commettiamo un grave errore.
Per cui ogni tanto conviene verificare: ma la faccia mia verso che cosa è diretta? Come Gesù, dobbiamo indurire il volto verso di lui, verso Dio. Questo è l’orientamento della vita. Il tempo della Quaresima è un bel momento per riposizionare il nostro volto verso Dio.
Una delle cose che ricaccia Dio è l’idolatria. Una delle cose che ricaccia Dio nella nostra vita, dalla vita del popolo di Dio, è la violenza.
E dobbiamo dirci con franchezza che le nostre comunità hanno bisogno di fare attenzione a questo. Sì, non ci spariamo, non usiamo i droni, non spariamo i missili, ma, nonostante questo, quante volte ci sgomitiamo, ci scontriamo, usiamo linguaggi, calunnie che sono peggio talora delle armi?
La violenza, uno stile di vita, un linguaggio che non è disarmato, allontana Dio dalla vita delle nostre comunità.
E per chiudere vorrei leggere un passaggio del capitolo 10, i versetti 18-22, nei quali è descritto che cosa accade a motivo dell’idolatria.
Se c’è questa situazione di idolatria, se il tempio, il cuore dell’esperienza spirituale di Israele, è intaccato, che cosa accade quando l’idolatria, questa patologia, prende il sopravvento?
18 E la gloria dell’Eterno si allontanò dalla soglia della casa, e si fermò sui cherubini.
19 E i cherubini spiegarono le loro ali e si innalzarono da terra; e io li vidi partire, con le ruote al loro lato. Si fermarono all’ingresso della porta orientale della casa dell’Eterno; e la gloria del Dio d’Israele stava su di loro, su in alto.
20 Erano gli stessi esseri viventi che avevo veduto sotto il Dio d’Israele presso il fiume Chebar; e riconobbi che erano cherubini.
21 Ognuno di essi aveva quattro facce, ognuno quattro ali; e sotto le loro ali appariva la forma di mani d’uomo.
22 E quanto all’aspetto delle loro facce, erano le facce che avevo vedute presso il fiume Chebar; erano gli stessi aspetti, i medesimi cherubini. Ognuno andava dritto davanti a sé.
Quando c’è l’idolatria, Dio viene sfrattato da una comunità; la gloria di Dio, questo farsi presente di Dio nella storia, viene sfrattata dalla vita e gli effetti che l’idolatria produce sono drammatici. L’idolatria costringe Dio a traslocare dalla nostra vita.
Il libro del profeta Ezechiele poi descrive anche il ritorno della gloria di Dio. Però descrive anche drammaticamente come Dio è costretto ad andarsene dalla vita di una comunità quando ci sono altri idoli.
Bene, naturalmente quello che abbiamo descritto è la vicenda unica di Israele, di Ezechiele, in un momento drammatico della loro vita; però penso che, per la perenne attualità della Parola, questo testo parli anche alla nostra vita e ci metta in guardia da pericoli seri che si possono annidare.
Come sentinella, Ezechiele ci ha ricordato che un pericolo serissimo nella nostra vita è l’idolatria: questa va snidata, affrontata, perché altrimenti Dio è costretto ad andarsene, a rimanere lontano dalla nostra vita.
Il compito che abbiamo è quello di riprendere in mano il testo e, nella luce dello Spirito Santo, chiedere: fra tanti frammenti della Parola che abbiamo spezzato insieme, qual è la parte che serve per ciascuno di noi in questo momento della vita?
Buona preghiera.
Ecco ora il tempo favorevole.
Nella seconda lettura che abbiamo ascoltato, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto, abbiamo ascoltato questo annuncio gioioso. Nel testo originale c’è scritto Kairos. E questo è un Kairos, un’occasione di grazia per la comunità. Paolo pronuncia queste parole in un momento drammatico della sua vita.
I rapporti tra lui e la comunità di Corinto si sono rovinati. Alcuni a Corinto lo hanno denigrato, lo hanno offeso. Insomma, una comunità che Paolo ha creato si è schierata contro di lui. Eppure Paolo è convinto che nella crisi si possa vivere un’esperienza di grazia. Il momento della divisione può diventare un’occasione di crescita per riscoprire l’essenziale, per radicarsi nel Vangelo e riscoprire nel Signore Gesù i motivi profondi della comunione.
Quello che Paolo dice a questa comunità avverto oggi nel cuore il desiderio, la necessità di dirlo a ciascuno di voi. Questo tempo, questo momento della nostra vita è un Kairos. È un’occasione di grazia. Questa storia drammatica che stiamo vivendo, da tanti punti di vista, può costituire un’occasione di crescita per diventare migliori, per scoprire l’essenziale della vita, per rimettere Dio al centro delle nostre esistenze.
La parola che abbiamo ascoltato nella sua globalità ci mette davanti ai due movimenti essenziali del tempo di Quaresima, che poi sono gli elementi essenziali di ogni tempo della nostra vita come discepoli del Signore. Dunque due movimenti e un atteggiamento del cuore.
Innanzitutto il movimento di tornare a Dio. Di questo parla il brano attinto alla letteratura profetica che abbiamo ascoltato come prima lettura. Il secondo movimento, permettere a Dio di riconciliarsi con lui. È questo il secondo movimento della Quaresima, quello che abbiamo ascoltato nella seconda lettura. E da ultimo un atteggiamento, una postura: quella di persone che evitano l’ipocrisia. Non fate come gli ipocriti. L’invito a vivere una Quaresima non da ipocriti, cioè non da teatranti, ma come persone che fanno sul serio con Dio.
Soffermiamoci su questi tre aspetti.
Vorrei partire però dal secondo atteggiamento che abbiamo menzionato, perché dal punto di vista storico-salvifico è più corretto. Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, li invita ad approfittare della grazia di Dio e questa grazia è la riconciliazione che Dio in Cristo ha donato all’umanità. Ecco la bella/buona notizia di cui Paolo si sente ambasciatore. Lui e gli altri ministri di Dio hanno la responsabilità di andare nel mondo e raccontare la buona notizia che Dio ha fatto pace con l’umanità, che Dio si è accostato all’umanità.
Quello che il profeta si augurava – “chissà che non si ravveda” – per due volte l’abbiamo ascoltato. Dio si è ravveduto. Lui è tornato a noi, lui si è accostato a noi in Gesù. Il perdono di Dio è stato consegnato a noi. Ricordo, ero studente di teologia, mi fecero impressione quelle parole che Karl Rahner usa per descrivere l’identità di Gesù: “Gesù è l’autodonazione libera e perdonante di Dio”. In Gesù il perdono di Dio è stato consegnato all’umanità.
Paolo vuole far capire ai cristiani di Corinto che non dobbiamo comprarci l’attenzione di Dio e nemmeno dobbiamo convincerlo a essere misericordioso nei nostri confronti. Lui lo ha già fatto. Lui ha preso l’iniziativa, lui si è convertito a noi, lui nel suo Figlio ci ha perdonato. Tutta la nostra responsabilità è spalancare le braccia, aprire la nostra vita al perdono di Dio, lasciarci perdonare da Dio. Questo è il centro del cristianesimo.
La penitenza cristiana, lo sforzo ascetico, non può essere compreso come il tentativo per renderci amabili agli occhi di Dio. All’inizio del cristianesimo c’è la grazia, c’è il primato della grazia. Lui ha fatto il primo passo verso di noi. Lui in Gesù ci ha perdonati. Noi abbiamo la libertà e la responsabilità di spalancare le porte della nostra vita al perdono di Dio.
Paolo avverte che dentro questo messaggio c’è in nuce tutto il ministero apostolico. Tutto il ministero apostolico consiste nel gridare al mondo, come ambasciatori, questa volontà perdonante di Dio nei confronti dell’umanità.
Carissimi fratelli, questa verità è piena di responsabilità per noi. Noi che abbiamo nel ministero l’oggi della nostra vita, noi dovremmo essere ambasciatori del perdono di Dio. Ma se sei ambasciatore del perdono di Dio, come puoi non essere impegnato in una prassi di perdono? Un ministro di Dio deve raccontare al mondo l’azione di Dio che ci ha perdonati in Cristo, ma se il ministro non perdonasse, come sarebbe credibile agli occhi del mondo, agli occhi della gente, un ministro di Dio con il cuore chiuso al perdono?
Non voglio scandalizzarvi, ma i nostri presbiteri portano ferite per questo. Ci sono ministri di Dio che hanno il cuore chiuso al perdono. Ci sono ministri di Dio che scelgono i posti nella celebrazione per non capitare accanto all’altro, perché poi “devo scambiare il segno della pace con lui”. È un fallimento, è una profanazione del nostro ministero. Non sto qui a dire che sia facile. Non è facile essere un segno dell’amore perdonante di Dio, non è facile, ma è quello che la grazia di Dio ci chiede.
Per questo mi permetto oggi, qui nella cappella del seminario, di dire che il seminario è una scuola di perdono. Proprio per questo è una scuola ministeriale. Perché se oggi imparate l’arte umanamente ricca e spiritualmente meravigliosa del perdonarsi, dell’accogliersi, quest’arte vi dispone a essere ambasciatori della misericordia di Dio.
Noi non siamo solo ministri di misericordia, siamo ministri per misericordia. E per questo dobbiamo avere tra di noi, nei confronti della gente, lo sguardo perdonante e misericordioso di Dio.
Il primo grande atteggiamento, dunque, spalancare le porte al perdono gratuito di Dio, diventando ambasciatori credibili del perdono e della misericordia di Dio.
Il secondo grande atteggiamento: tornare a Dio. Per comprendere questo appello del profeta conviene tornare all’ambiente vitale in cui queste parole sono nate. Le parole del profeta nascono in un momento anch’esso drammatico. Chi legge le pagine precedenti a quelle che abbiamo ascoltato trova il racconto di una grande carestia prodotta dalle cavallette che hanno mangiato tutto. Nel mondo antico una delle peggiori calamità erano proprio le cavallette, che divoravano tutti i raccolti. Si dice nel libro del profeta che addirittura anche le cortecce degli alberi sono state divorate dalle cavallette e quindi si va incontro alla carestia, non si avrà da mangiare. Nel mondo antico non c’erano le serre, non c’erano i veleni per tenere lontani i parassiti. Quando accadevano queste cose non si mangiava, non si aveva da mangiare.
E in un momento drammatico, in cui manca l’essenziale, il profeta capisce che quella situazione può diventare un Kairos perché il popolo si interroghi su come sta vivendo, su che cosa sta costruendo la sua vita. E il profeta fa capire al popolo che, immersi nel benessere, nell’abbondanza, ci si è dimenticati di Dio. Non che la carestia sia una punizione, sarebbe fuorviante, ma la crisi può essere un’occasione straordinaria per ripensare all’essenziale della vita.
Immersi nel benessere ci si è dimenticati di Dio. Quello che Mosè dice al popolo nel libro del Deuteronomio, al capitolo ottavo, prima di entrare nella terra promessa. Mosè dice al popolo: mi raccomando, quando starete comodi nelle case, quando avrete le pentole piene, non vi scordate di Dio. Non vi scordate di Dio, perché da lui viene ogni cosa.
Ritornare a Dio, dunque, significa riscoprire la fonte teologica di tutto il bene che è nella nostra vita, non vivere nell’ingratitudine, non vivere nell’autosufficienza, ma scoprire in tutte le cose un dono di Dio. Per cui Dio non è periferia e non è nemmeno centrale nella nostra vita. Dio è il centro. Non centrale: è il centro, è l’essenza, è la fonte di ogni cosa buona che è nella nostra vita.
Ritornare a Dio, nella luce del messaggio profetico che abbiamo ascoltato, significa riscoprire le sorgenti teologiche della nostra vita, di tutto quello che abbiamo di bello dentro la nostra vita. Questo apre alla gratitudine. E il profeta dice che questo va fatto con tutto il cuore, lo dice due volte, perché è lì che si gioca la partita decisiva: nel cuore, cioè nella coscienza. È lì che bisogna tornare a Dio, è lì che bisogna riscoprire la gratitudine di chi trova in Dio la sorgente di ogni cosa.
Ritornare a Dio nella coscienza e riscoprirlo insieme ai fratelli. Il profeta, da buon educatore, indica una strada: vivere questo tornare a Dio come un cammino di comunità. La conversione, la riscoperta dell’essenziale, lo spalancare le porte a Dio non è questione da individualisti. Noi siamo raggiunti dall’amore perdonante di Dio all’interno di una comunità ed è all’interno di una comunità che io torno a Dio, ed è all’interno di una comunità che accolgo con stupore la grazia del suo perdono.
Spalancare le porte al perdono di Dio e ritornare a lui riscoprendo in lui la sorgente di ogni cosa. Ma come vivere questo? Senza ipocrisia.
Ecco una postura decisiva con la quale vivere questo tempo di Quaresima. L’ipocrisia ci rende dei teatranti, persone che recitano la commedia della vita. Quello che Dio si aspetta da noi per questo tempo è che noi facciamo sul serio con lui. Quanto mi piace questa espressione: fare sul serio con Dio. L’ho ascoltata in questi banchi, l’ho ascoltata qui, l’ho imparata qui questa lezione. Con Dio non si bara. Bisogna fare sul serio con lui. Dove? Nella preghiera. Cercarlo veramente, non per atteggiarsi a uomini di grande religione o spiritualità, ma cercare in Dio la sorgente come si cerca la sorgente della vita. Cercare Dio. Vivere una relazionalità nei confronti degli altri piena di condivisione e di giustizia. L’elemosina: questo era: condivisione e giustizia.
E da ultimo cercare Dio, fare sul serio con lui, vivendo un rapporto curato con le cose. Quello che Gesù nel Vangelo ci propone è una relazione equilibrata e vera con Dio nella preghiera, una relazione vera ed equilibrata con i fratelli, nell’elemosina, nella giustizia, nella condivisione, e una relazione ordinata con le cose, con il cibo, con i beni della terra che rendono bella la nostra vita.
Insomma, il Vangelo ci chiede di vivere l’accoglienza al perdono salvifico di Dio e il ritornare a lui facendo sul serio nella relazione con Dio, nella relazione con gli altri, nella relazione con il mondo.
Prego il Signore insieme con voi e per voi, perché questo tempo sia un importante Kairos nella nostra vita. Il Signore ci aiuti a essere persone che si scoprono perdonate da lui, cambiate da lui e chiamate a essere nel mondo banditori di questa buona notizia di un Dio che ha perdonato nell’amore il mondo intero.
Amen.
La pagina che guiderà questa riflessione pomeridiana è attinta al capitolo 16 di Ezechiele (vv. 6-37). Si tratta di un testo forte della scrittura. quindi lo ascoltiamo con grande attenzione.
6 E io ti passai accanto, vidi che ti dibattevi nel sangue, e ti dissi: ‹Vivi, tu che sei nel sangue›, e ti ripetei: ‹Vivi, tu che sei nel sangue›.
7 Io ti farò moltiplicare a miriadi, come il germoglio dei campi; e tu ti sviluppasti, crescesti, giungesti al colmo della bellezza, il tuo seno si formò, la tua capigliatura crebbe abbondante, ma tu eri nuda e scoperta.
8 Io ti passai accanto, ti guardai, ed ecco, il tuo tempo era giunto: il tempo degli amori; io stesi su di te il lembo della mia veste, e coprii la tua nudità; ti feci un giuramento, stabilii un’alleanza con te, dice il Signore, l’Eterno, e tu fosti mia.
9 Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue che avevi addosso, e ti unsi con olio.
10 Ti misi delle vesti ricamate, dei calzari di pelle di tasso, ti cinsi il capo di lino fino, ti ricoprii di seta.
11 Ti fornii di ornamenti, ti misi dei braccialetti ai polsi, e una collana al collo.
12 Ti misi un anello al naso, dei pendenti agli orecchi, e una magnifica corona in capo.
13 Così fosti adorna d’oro e d’argento, e fosti vestita di lino fino, di seta e di ricami; e tu mangiasti fior di farina, miele e olio; diventasti sommamente bella, e giungesti fino a regnare.
14 E la tua fama si sparse fra le nazioni, per la tua bellezza; poiché essa era perfetta, avendoti io coperta della mia magnificenza, dice il Signore, l’Eterno.
15 Ma tu confidasti nella tua bellezza, e ti prostituisti in virtù della tua fama, e prodigasti le tue prostituzioni a ogni passante, a chi voleva.
16 Tu prendesti delle tue vesti, ti facesti degli alti luoghi adornati di vari colori, e lì ti prostituisti: cose tali che non avvennero mai e non avverranno più.
17 Prendesti pure i tuoi bei gioielli fatti con il mio oro e il mio argento, che io ti avevo dato, te ne facesti delle immagini d’uomo, e ad esse ti prostituisti;
18 e prendesti le tue vesti ricamate e ne ricopristi quelle immagini, dinanzi alle quali tu ponesti il mio olio e il mio profumo.
19 Parimenti il mio pane che ti avevo dato, il fior di farina, l’olio e il miele con cui ti nutrivo, tu li ponesti davanti a loro, come un profumo di soave odore. Questo si fece, dice il Signore, l’Eterno.
20 Prendesti inoltre i tuoi figli e le tue figlie che mi avevi partorito, e li offristi loro in sacrificio, perché li divorassero. Non bastavano forse le tue prostituzioni,
21 che dovesti anche scannare i miei figli e darglieli facendoli passare per il fuoco?
22 E in mezzo a tutte le tue abominazioni e alle tue prostituzioni, non ti sei ricordata dei giorni della tua giovinezza, quando eri nuda, scoperta, e ti dibattevi nel sangue.
23 Ora dopo tutta la tua malvagità — guai, guai a te, dice il Signore, l’Eterno —
24 ti sei costruita un bordello, e ti sei fatta un alto luogo in ogni piazza pubblica:
25 hai costruito un alto luogo al capo di ogni strada, hai reso abominevole la tua bellezza, ti sei offerta a ogni passante, e hai moltiplicato le tue prostituzioni.
26 Ti sei pure prostituita agli Egiziani, tuoi vicini dalle membra vigorose, e hai moltiplicato le tue prostituzioni per provocarmi ad ira.
27 Perciò, ecco, io ho steso la mia mano contro di te, ho diminuito la razione che ti avevo fissato, e ti ho abbandonata in balia delle figlie dei Filistei, che ti odiano e hanno vergogna della tua condotta scellerata.
28 Non ancora sazia, ti sei pure prostituita agli Assiri; ti sei prostituita a loro; e neppure allora sei stata sazia;
29 e hai moltiplicato le tue prostituzioni con il paese di Canaan fino in Caldea, e neppure con questo sei stata sazia.
30 Come è vile il tuo cuore, dice il Signore, l’Eterno, a ridurti a fare tutte queste cose, da sfacciata prostituta!
31 Quando ti costruivi il bordello al capo di ogni strada e ti facevi gli alti luoghi in ogni piazza pubblica, tu non eri come una prostituta, poiché disprezzavi il salario,
32 ma come una donna adultera, che riceve gli stranieri invece di suo marito.
33 A tutte le prostitute si danno dei regali; ma tu hai fatto dei regali a tutti i tuoi amanti, e li hai sedotti con dei doni, perché venissero da te, da tutte le parti, per le tue prostituzioni.
34 Con te, nelle tue prostituzioni, è avvenuto il contrario delle altre donne; poiché non eri tu la sollecitata; in quanto tu pagavi, invece di essere pagata, facevi il contrario delle altre.
35 Perciò, o prostituta, ascolta la parola dell’Eterno.
36 Così parla il Signore, l’Eterno: poiché il tuo denaro è stato dissipato e la tua nudità è stata scoperta nelle tue prostituzioni con i tuoi amanti, e a motivo di tutti i tuoi idoli abominevoli, e a causa del sangue dei tuoi figli che hai dato loro,
37 ecco, io radunerò tutti i tuoi amanti ai quali ti sei resa gradita, e tutti quelli che hai amato insieme a quelli che hai odiato; li radunerò da tutte le parti contro di te, e scoprirò davanti a loro la tua nudità, ed essi vedranno tutta la tua nudità.
Questo testo è un testo drammatico, ma anche uno dei testi più belli della Scrittura. Un testo nel quale tutta la storia della salvezza è letta in termini nuziali. Sappiamo che il linguaggio umano, quando deve parlare di Dio e del suo amore ricorre a delle metafore e la metafora nuziale è una delle più efficaci. Per descrivere l’amore folle di Dio per il suo popolo è molto efficace paragonarlo a quello dell’innamoramento, dello sposalizio, del generare insieme i figli. Non si tratta dell’unica metafora, perché ce ne sono altre: la metafora del padre del figlio, l’agricoltore e la vite. Sappiamo, bisogna ricorrere a tante immagini, quasi in modo poliedrico per descrivere l’amore sconcertante di Dio per il suo popolo. Sappiamo anche che l’iniziatore di questa metafora è Osea. È il profeta Osea che ha inventato il simbolismo nuziale e da allora in poi è diventato un tema, un cavallo di battaglia. All’interno della letteratura profetica, quando si tratta di descrivere l’amore nuziale di Dio, l’amore di Dio per il suo popolo si ricorre al simbolismo nuziale. Noi non abbiamo la possibilità di entrare nel testo e attraversare tutta la metafora, però sicuramente il testo si divide in due parti:
La prima parte è bellissima perché descrive la storia nuziale di Israele nei confronti di Dio, come la storia di un Dio che si prende cura di un popolo abbandonato. Con immagini vividissime è descritta la vicenda di questo popolo abbandonato nel sangue, appena partorito. Non era nemmeno reciso il cordone ombelicale. Si tratta di una metafora, però potentemente evocativa. Questo popolo si trova in una condizione drammatica. Penso che tutti possiamo comprendere un bimbo abbandonato alla nascita e essere abbandonati alla nascita è una delle cose peggiori che possa capitare a un individuo della specie umana. Perché quando noi nasciamo, veniamo gettati nel mondo e il mondo non sappiamo come sarà: sarà ostile? Sarà accogliente? Il bimbo piange per questo, perché ha perso il paradiso del grembo della madre e non sa come andrà a finire. E poi, quando la madre lo prende in braccio si accorge che l’odore è lo stesso, che il battito del cuore è sempre quello e sente che c’è continuità. Ma quando non c’è nessuno che fa questo, è terribile. E quindi Israele è come abbandonata, non amata. Ed è lì destinata a morire, perché è una bimba a cui non viene nemmeno annodato il cordone ombelicale, destinata a morire. Eppure Dio si prende cura. Fa crescere questo popolo, si prende cura di questo popolo abbandonato. Provvede all’alimentazione, provvede che non manchi niente. Quando questo popolo è diventato come una giovane donna, Dio celebra un’alleanza nuziale con questo popolo: “Ti ricoprì con il mantello”. Vi ricordate nel libro di Ruth? Obed e Ruth che cosa fanno? Questa è un’immagine nuziale. E quelle parole che nel testo Dio dice: “Divenisti mia”. È il grande sogno di Dio rispetto al suo popolo, no? “Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo”. Questo è il grande sogno di Dio. È un sogno nuziale, una mutua appartenenza. Questa metafora così bella, così piena di evocazione, è capace di descrivere tutta la vicenda, tutto quello che Dio ha fatto per il suo popolo.
Nel testo si dice che questa nuzialità celebrata tra Dio e il popolo ha prodotto frutti incredibili, ha portato dei doni meravigliosi. In questa nuzialità Israele è stata riempita di doni. Tutto viene descritto come doni nuziali che si fanno a una sposa. Però tutte le cose preziose che questa sposa ha vengono dal suo sposo. Al di là della metafora, il testo vuole far capire che in questa alleanza il popolo riceve doni grandissimi. L’alleanza tra Dio e il suo popolo ha una fecondità incredibile. I doni nuziali che si sono riversati sulla sposa sono senza numero. È diventato uno splendore, una comunità che vive una nuzialità vera con Dio. Una comunità fiorisce, diventa bella, una bellezza perfetta si dice nel testo, quando vive una vera nuzialità con il Signore.
Subito dopo però cominciano i guai. Questa sposa comincia a essere infedele a Dio. È la storia della salvezza, però è anche la storia della Chiesa, perché noi leggiamo questo testo cristologicamente. Questo sogno nuziale di Dio si è consumato quando è venuto lo Sposo. E anche allora i doni pasquali, i doni dell’alleanza pasquale, hanno arricchito e arricchiscono la Chiesa. Tutte le vocazioni, pure la tua, sono un dono dentro questa nuzialità. Tutte le cose belle, anche i carismi che hai, sono doni nuziali per la Chiesa.
Però il tutto comincia a rovinarsi quando la sposa è infatuata di se stessa. Comincia da lì. L’egolatria, l’amore disordinato per sé, è la peggiore delle idolatrie. Quando io amo me stesso, amo il mio io anziché Dio. E bisogna fare molta attenzione, perché è solo una lettera che cambia, però c’è un abisso tra l’amore disordinato per sé e l’amore vero per Dio. Un grande padre spirituale che ha fatto la storia di questo seminario, don Franco Castellana, spesso ci diceva: “attenzione che tra io e Dio c’è solo una lettera che cambia”. Quando le persone, quando le comunità cominciano a essere autoreferenziali, quando perdono il collegamento con la sorgente di tutto il bene nuziale che hanno ricevuto, cominciano i guai. Uno perde la consapevolezza che quello che ha è donato e si innamora di quello che ha, perdendo il legame che gli permette di comprendere che quello che ha viene da Dio, è tutto dono, è tutta grazia, tutto viene da questa nuzialità. Che cosa accade a questa sposa infedele? Cade nella prostituzione e nell’adulterio: sono le infedeltà. Nel testo spesso si parla di alture, erano i luoghi dei riti pagani. E quindi questo sincretismo all’interno della fede, questo mettere insieme fede autentica nel Signore e sacrifici da fare agli idoli, è il succo di quello che nel testo si chiama prostituzione o adulterio. È interessante notare nel testo che c’è una sottile ironia: normalmente le prostitute si fanno pagare, invece Israele, la prostituta, paga i suoi avventori. Per farci capire che in questa infedeltà non ci si arricchisce, si perde. Nell’infedeltà a Dio non diventiamo più ricchi, ci impoveriamo, si dilapida tutto il bene che si è ricevuto. Come risponde Dio a questa vicenda? La risposta di Dio è da una parte prevedibile, dall’altra sorprendente. È prevedibile: Dio reagisce male, perché quando uno sposo si dona totalmente nel progetto di vita nuziale e questa donazione viene buttata alle ortiche, uno rimane male. Però Dio risponde con una spogliazione pubblica: ti metterò alla berlina davanti a tutti. Ci sono dei momenti in cui Dio ci mette al nudo davanti agli altri per farci capire come siamo diventati. Anche la storia della Chiesa è piena di queste spogliazioni. Non è un guaio, è pedagogia. Certe volte capisci chi sei sotto lo sguardo di un altro.
La seconda strategia che Dio pone in essere è ancora più sorprendente e sta alla fine del capitolo sedicesimo (vv. 60-63). Dice così:
60 Nondimeno io mi ricorderò dell’alleanza che stabilii con te nei giorni della tua giovinezza, e stabilirò per te un’alleanza eterna.
61 E tu ti ricorderai della tua condotta, e ne avrai vergogna, quando riceverai le tue sorelle, quelle che sono più grandi e quelle che sono più piccole di te, e io te le darò per figlie, ma non in virtù della tua alleanza.
62 E io stabilirò la mia alleanza con te, e tu saprai che io sono l’Eterno,
63 affinché tu ricordi, e tu arrossisca, e tu non possa più aprire la bocca dalla vergogna, quando io ti avrò perdonato tutto quello che hai fatto, dice il Signore, l’Eterno».
Che cosa intende fare Dio di questa sposa infedele? Intende rinnovare un’alleanza eterna con questo popolo. È paradossale: Dio risponde all’infedeltà con la fedeltà. E perché vuole fare questo? Perché la sposa infedele, vedendosi amata nonostante le sue infedeltà, si vergogni e cambi la sua condotta. È veramente paradossale questo rispondere con la fedeltà all’infedeltà. Siamo abituati a peccato-pentimento-perdono. Qui è peccato-perdono-vergogna-cambiamento di vita. Ciò che cambia veramente le persone e le comunità è fare i conti con un perdono disarmante di Dio. Nonostante la tua infedeltà, Dio è fedele ed è disposto a giocarsi un patto eterno con te. Quando questo lo avverti, ti vergogni e provi a cambiare qualcosa dentro la tua vita. È l’amore che cambia le persone, non la paura dell’inferno, l’amore.
Che cosa possiamo dire per noi?
Ricapitolando, ci siamo confrontati con la parola di una grande sentinella di Israele che è Ezechiele e ci ha messo in guardia da due grandi pericoli che hanno rovinato il cammino di Israele e che potrebbero rovinare anche il nostro: l’idolatria e la perdita della nuzialità. Chiediamo al Signore, nella perenne attualità della Parola, che queste indicazioni continuino a guidare salvificamente le nostre vite.
Buon cammino a tutti.