La IV Domenica di Quaresima, chiamata Laetare, ci fa intravedere, come un raggio di luce, la gioia della Pasqua. La liturgia della Parola propone un cammino chiaro e coerente che porta dal buio alla luce, dalla cecità alla capacità di vedere, dalla confusione alla fede. Al centro si colloca il racconto della guarigione del cieco nato, tratto dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41), uno dei testi più densi dal punto di vista cristologico e antropologico.
Gesù incontra un uomo cieco dalla nascita, e questa situazione diventa subito un’occasione per rivelare qualcosa di importante. I discepoli chiedono spiegazioni, pensando ancora che la sofferenza sia una punizione. Gesù invece risponde: “Non ha peccato né lui né i suoi genitori, ma questa situazione serve perché in lui si manifestino le opere di Dio” (Gv 9,3). In questa affermazione si apre una prospettiva nuova: il male non è spiegato, ma attraversato; non è giustificato, ma trasformato in luogo di manifestazione della grazia. Il gesto simbolico del fango sugli occhi richiama la creazione dell’uomo dalla terra (Gen 2,7) e suggerisce un atto di nuova creazione. La guarigione non è solo fisica: è un processo di rinascita che coinvolge l’intera persona.
Il cieco guarito intraprende un autentico cammino di fede, progressivo e spesso doloroso. Dapprima riconosce Gesù come “un uomo” (Gv 9,11), poi come “profeta” (Gv 9,17), fino alla professione finale: “Credo, Signore!” (Gv 9,38). Questa crescita interiore avviene attraverso il conflitto con i farisei, i quali, convinti di vedere, si rivelano incapaci di riconoscere l’opera di Dio.
La prima lettura (1Sam 16,1.6-7.10-13) rafforza questa dinamica contrapponendo lo sguardo umano a quello divino: “L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16,7). La scelta di Davide manifesta una logica che attraversa tutta la storia della salvezza: Dio elegge ciò che è piccolo e nascosto per confondere le false sicurezze.
La seconda lettura (Ef 5,8-14) traduce questa rivelazione in appello etico ed esistenziale: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore». La luce non è solo un dono ricevuto, ma una vocazione da vivere. Come ricorda il Concilio Vaticano II, “Cristo è la luce delle genti” (Lumen gentium, 1), e la Chiesa esiste per riflettere questa luce nel mondo.
In continuità con questa prospettiva, Papa Francesco sottolinea che “la fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma una lampada che guida i nostri passi nella notte” (Lumen fidei, 57). Il cieco nato diventa così immagine del credente, chiamato a lasciarsi illuminare progressivamente, senza pretendere di possedere la luce, ma accogliendola come dono.
Questa domenica rappresenta un forte invito al discernimento. La cecità spirituale può assumere forme sottili: l’abitudine al sacro, il formalismo, la paura di lasciarsi interrogare dalla Parola. La Quaresima è tempo favorevole per riconoscere tali zone d’ombra e permettere a Cristo di plasmarci nuovamente. Solo chi accetta di essere guarito può diventare autentico testimone della luce.
La gioia della domenica Laetare nasce dunque da una certezza profonda: Dio continua a operare anche nelle nostre fragilità. Come il cieco di Siloe, siamo inviati a lavarci gli occhi e a tornare vedenti, per confessare con la vita che Cristo è la vera luce che illumina ogni uomo.
Leo Ikenna Igbolekwu, III anno