C’è un’ora della nostra vita in cui arriviamo anche noi al pozzo. Anche noi arriviamo a
mezzogiorno, quando il sole è alto e non c’è ombra sotto cui nascondersi. È l’ora in cui le verità emergono e le ferite bruciano.
Così arriva quella donna di Samaria. Porta con sé un’anfora vuota, ma soprattutto un cuore stanco. Lí, seduto sul bordo del pozzo di Giacobbe, c’è Gesù. Non sta
predicando a una folla, non sta compiendo miracoli spettacolari, è semplicemente stanco.
Quando lei si avvicina, pronuncia parole che sono un abisso di mistero: «Dammi da bere». Dio chiede, Dio ha sete, Dio si fa mendicante dell’amore umano. Colui che ha creato i mari e le sorgenti si mette nella condizione di dipendere da una donna ferita, straniera, giudicata.
In quel “dammi da bere” c’è tutta la logica dell’Incarnazione, in cui Dio non irrompe con violenza nella nostra storia, ma entra chiedendo. Non si impone, si espone. Non domina, si avvicina.
La donna rimane sorpresa. C’è un muro tra loro: lui è giudeo, lei samaritana. Gesù attraversa le barriere senza proclami, semplicemente iniziando un dialogo e, lentamente, sposta la conversazione dalla sete del corpo alla sete dell’anima. «Se tu conoscessi il dono di Dio…». È come se dicesse: tu pensi di venire qui per attingere acqua, ma in realtà sei tu che sei assetata di qualcosa che nessun pozzo terreno può offrire.
Quante volte anche noi torniamo sempre allo stesso pozzo, cerchiamo riconoscimento, amore, sicurezza, e ogni volta beviamo, e ogni volta la sete ritorna. Cambiano le circostanze, cambiano i volti, ma il vuoto resta. Perché la nostra sete è più profonda di quello che osiamo ammettere. È una sete di infinito.
Gesù non umilia questa donna, non la schiaccia sotto il peso del suo passato.
Quando le rivela la verità della
sua vita «Hai avuto cinque mariti…» non lo fa per condannarla, ma per liberarla. È uno sguardo che vede tutto e non si ritrae. È forse questo il momento decisivo: scoprire che qualcuno conosce le nostre ombre e rimane. Che Dio non scappa davanti alla nostra storia, ma la attraversa con noi.
La donna, dopo essere stata toccata nel punto più vulnerabile, lascia la sua anfora. Quel gesto è più eloquente di mille parole, lei era venuta per l’acqua ma ora ha trovato la sorgente. L’oggetto della sua fatica quotidiana resta a terra. Non perché non servirà più, ma perché non è più il centro. Ha incontrato qualcuno che ha cambiato la direzione della sua sete.
Corre in città, proprio lei che probabilmente evitava la città, e da quel momento diventa annunciatrice. Dice semplicemente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto». È la testimonianza di chi si è sentita vista fino in fondo e amata lo stesso. I Samaritani, ascoltandola, si mettono in cammino.
Alla fine diranno: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito». La fede nasce da un incontro raccontato, ma cresce in un incontro personale. Ognuno deve
arrivare al proprio pozzo!
Questo Vangelo ci chiede: qual è la tua sete? Non quella superficiale, non quella che mostri agli altri, ma quella che ti sveglia nel silenzio della notte. Quale anfora porti ogni giorno sulle spalle? E
sei disposto a lasciarla, se scopri che c’è una sorgente più profonda?
In questo non siamo soli perché Cristo è ancora seduto al bordo del pozzo della nostra vita. Non ha smesso di avere sete
perché ha sete della nostra fiducia, della nostra verità, del nostro amore. E continua a dirci, con una tenerezza che disarma: «Dammi da bere».
Se oggi ci lasciamo guardare senza difese, se accettiamo di riconoscere la nostra sete, allora anche dentro di noi può sgorgare una sorgente. Non un’acqua che elimina per sempre la fatica, ma una presenza che trasforma la fatica in cammino. Non un’illusione che anestetizza, ma una vita che zampilla fino all’eternità.
Forse, come la Samaritana, scopriremo che la nostra vergogna può diventare annuncio, la nostra ferita può diventare porta, la nostra sete può diventare preghiera.
Perché il vero miracolo, al pozzo di Samaria, non è l’acqua che disseta. È un cuore che si apre! È una vita che cambia direzione! È Dio che chiede da bere… per poterci donare se stesso!
Antonio Caterino, III anno