Ogni anno, nella seconda domenica di Quaresima, la Chiesa ci invita a meditare sul brano della Trasfigurazione. L’episodio, nel vangelo di Matteo, si colloca esattamente «sei giorni dopo» la professione di fede di Pietro e il primo annuncio della passione.
Ancora una volta Gesù prende l’iniziativa e sceglie tre dei discepoli tra quelli che aveva chiamato per primi: Pietro, Giacomo e Giovanni. Li conduce su «un alto monte», luogo che per la tradizione biblica è ponte di preghiera tra la terra e il cielo, per renderli testimoni di un evento intimo e privato: la sua trasfigurazione.
Avviene una trasformazione: il suo volto brilla più del solito, ma non solo; tutto il suo corpo appare glorioso, simile all’aspetto che avrà il giorno di Pasqua. Per noi è come se già a questo punto del cammino di Quaresima, il Signore voglia mostrarci il suo e il nostro destino ultimo, la risurrezione.
Ad un certo punto, nella scena appaiono Mosè ed Elia. Il primo rappresenta la Legge che Gesù è venuto a compiere; il secondo incarna la profezia che in Lui trova perfezione. I due personaggi anticotestamentari conversano con Gesù. Matteo non ci dice il contenuto del loro dialogo, che apprendiamo dal brano parallelo di Luca: «parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme» (Lc 9,31).
Il dialogo viene interrotto da Pietro che, vista la bellezza del momento, vuole “fermarlo” per sempre costruendo tre tende per Gesù, Mosè ed Elia. Ma mentre questo stava ancora parlando: «una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra». Sembra quasi un ossimoro: come può una nuvola essere luminosa? Questo dettaglio anticipa che quello che sta per accadere è qualcosa di ancora più misterioso e glorioso. Dalla nuvola si sente una voce, quella del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo!». È la stessa che nel Battesimo ha inaugurato il ministero pubblico di Gesù e ne ha svelato l’identità. La voce divina chiarisce la posizione preminente di Cristo rispetto a Mosè ed Elia; è per questo motivo che risulta inappropriata la richiesta di Pietro di costruire tre tende. Gesù non può essere “trattenuto” sul monte, la sua missione richiede di scendere a Gerusalemme, dove farà completo dono di sè.
La reazione dei discepoli? «Caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore». E Gesù comprendendo la loro reazione, si avvicina loro, li tocca e – per la terza volta nel vangelo di Matteo – dice: «Non temete». La quarta ed ultima volta lo dirà alle donne dopo la sua risurrezione (cfr. Mt 28, 10).
Allora i discepoli, riconoscendo il suo tocco e la sua voce, riaprono gli occhi e vedono soltanto Gesù. La rivelazione ribadisce che Gesù è l’unico che i discepoli devono ascoltare e anche noi siamo chiamati a fare altrettanto, grazie alla sua Parola che risuona ancora oggi nella comunità dei credenti.
Infine, nella discesa dal monte, Gesù comanda ai discepoli: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». Perché solo alla luce della Pasqua il popolo comprenderà, senza fraintendimenti, l’esperienza della trasfigurazione.
Questo tempo di Quaresima non sia per noi una salita faticosa, ma un’opportunità per lasciarci raggiungere, come i discepoli, dal tocco rassicurante di Cristo che ci ripete: «Non temete». Allora lo splendore del Tabor illuminerà le nostre zone d’ombra e sarà veramente Pasqua.
Matteo Buccarello, III anno