La domenica che chiude l’ottava di Pasqua porta il nome di “in Albis”, in questo giorno i neobattezzati deponevano le vesti bianche ricevute durante la Veglia Pasquale. Un gesto che non significa abbandono, ma trasformazione: ciò che è stato ricevuto durante la Veglia Pasquale deve ora incarnarsi nell’esistenza quotidiana.
Il racconto giovanneo si apre la sera del primo giorno della settimana, questa indicazione cronologica richiama il giorno liturgico della domenica in cui si riunisce l’assemblea che fa memoria del Signore risorto. I discepoli sono insieme, ma a porte chiuse. Questo dettaglio vale più come rivelatore di uno stato interiore che come spiegazione fisica: la paura blocca e impedisce la crescita nella fede. Il timore ricorre più volte nel racconto giovanneo e rimanda non solo alla situazione dei discepoli, ma a quella della comunità nel momento in cui il vangelo viene redatto.
In questo clima Gesù si presenta. La descrizione è lapidaria: viene, si mette in mezzo, parla. Nessuna speculazione sulla modalità della venuta, nessun dettaglio fisico. La prima parola è “Pace a voi”, già promessa nel discorso di addio (Gv 14,27). Pace e paura sono presentati come due parole contrarie: là dove arriva il Risorto il timore cede. Il secondo augurio di pace apre la dimensione missionaria. L’invio dei discepoli è modellato sull’invio del Figlio da parte del Padre. Segue il gesto dell’alitare e il dono dello Spirito: il verbo greco emphysao, usato solo qui nei testi neotestamentari, rimanda alla creazione di Adamo (Gen 2,7) e alla profezia di Ezechiele sulle ossa inaridite (Ez 37,9): la risurrezione è nuova creazione e lo Spirito è il soffio che la rende possibile. La comunità che riceve lo Spirito è chiamata a rimettere i peccati: non un potere giuridico ristretto, ma capacità di condurre dall’incredulità all’adesione di fede.
Otto giorni dopo si realizza l’incontro con Tommaso. Il discepolo, assente la prima volta, aveva posto come condizione per credere la verifica fisica delle ferite. La sua figura serve a far emergere la problematica dei credenti delle generazioni successive, quelli che non hanno visto. Quando il Risorto si presenta di nuovo, il racconto non dice esplicitamente che Tommaso abbia toccato le ferite. La confessione “Mio Signore e mio Dio” non appare come risultato di una verifica anatomica, ma di un incontro. È la professione cristologica più alta del Quarto vangelo: ciò che nel prologo il narratore affermava del Logos viene ora proclamato da un discepolo. La curva del vangelo si chiude su questo vertice. La beatitudine per coloro che crederanno senza vedere e la prima conclusione del libro (vv.30-31) indicano il destinatario ultimo: il lettore che, senza aver incontrato fisicamente Gesù, è chiamato a credere e a ricevere vita nel suo nome.
La domenica in Albis pone ogni credente di fronte a una domanda essenziale: su quale base si fonda la fede? Non sulla visione diretta né sulla verifica empirica, ma sulla Parola tramandata, sullo Spirito ricevuto nel battesimo, sull’incontro con una comunità che testimonia. La Prima Lettera di Pietro, gli Atti e il racconto giovanneo convergono: la fede post-pasquale è possibile e solida, non meno autentica di quella dei testimoni oculari.
Cosimo Damiano Porcella, III anno