Il Vangelo della domenica di Pasqua dell’anno A narra della risurrezione di Gesù, o meglio, del sepolcro vuoto. Il corpo di Gesù non c’è, è assente ed il primo pensiero è che sia stato portato via e posto chissà dove.
La scena inizia il «primo giorno della settimana», con Maria di Magdala che si reca al sepolcro. Il termine greco usato dall’evangelista è lo stesso che utilizzano i redattori della Bibbia dei LXX in Genesi 1,5, ossia μιᾷ e dovrebbe essere tradotto letteralmente «giorno uno»: si tratta del giorno in cui Dio separa la luce dalle tenebre. Con questo richiamo al passo della Genesi, è come se l’evangelista Giovanni volesse consegnarci il fatto che la risurrezione si colloca sotto il segno della creazione, che la risurrezione di Cristo porta a compimento la creazione, come salvezza.
Maria vede che la pietra è stata tolta e allora corre da Pietro e da Giovanni i quali, a loro volta, corrono verso il sepolcro e, entrati dentro, vedono i teli posati.
Poniamo l’attenzione su questi due verbi utilizzati dall’evangelista: correre e vedere.
«Correre» traduce il verbo greco τρέχω (trécho) che sta ad indicare lo sforzo fisico del maratoneta durante una gara. Si può, dunque, immaginare che sforzo fisico abbiano compiuto Maria e i discepoli, angustiati e preoccupati perché non sanno che fine abbia fatto il corpo di Gesù. La corsa, infatti, esprime ansia, desiderio, volontà di non perdere tempo o forse timore che sia già troppo tardi, e il discepolo amato corre più veloce di Pietro. È la stessa dinamica che capita quando i nostri punti fermi vengono meno, quando manca qualcosa che possiamo afferrare con i sensi o con la ragione e quindi corriamo per cercare di giungere verso un qualcosa che ci dia sicurezza, stabilità, che confermi le nostre convinzioni.
Ad ogni modo, è il secondo verbo, ossia «vedere», che presenta delle sfumature di senso particolari. Difatti, l’evangelista utilizza tre verbi dal significato diverso tra loro, che esprimono al meglio l’itinerario di fede dei tre protagonisti: da un vedere che pone l’attenzione sulla pietra ribaltata dal sepolcro e da cui nasce l’ipotesi che il corpo sia stato trafugato (vv. 1-2, il verbo greco adoperato è βλέπω che significa «guardare»), al vedere che si concentra sulle bende (v. 5) e poi sulle bende e sul sudario ripiegato (vv. 6-7, con il verbo greco θεωρέω che indica un qualcosa di afferrabile con i sensi), a un vedere che è un inizio di fede (al v. 8 il verbo è οράω che indica il «vedere della fede» da parte del discepolo amato, cioè Giovanni che vede e crede) che dovrà essere completato dall’ascolto delle Scritture (v. 9).
Il discepolo amato riesce ad avere uno sguardo di fede, che lo porta ad iniziare a credere nella resurrezione di Gesù, senza averne alcuna prova tangibile e nonostante non avesse ancora compreso le Scritture. È un vedere del cuore che Pietro non riesce al momento a compiere, forse perché ancora addolorato dall’aver rinnegato il Maestro tre volte, dopo aver promesso di essere pronto financo a morire per lui.
È a partire dalla risurrezione, quindi, che si vede e si crede. È a partire da questo evento che si può (sia pure con fatica, tentennamenti, deviazioni di percorso) entrare nella stessa esperienza in cui è entrato Cristo.
In questi tempi in cui credere e sperare risultano spesso difficili, spronati dal Vangelo della Pasqua, ci si può domandare: dov’è il Signore? Dove cercarlo? E come possiamo noi, oggi, cercarlo? Come scrive fra’ Luciano Manicardi: «cercare colui che è assente, vedere colui che non è visibile, trovare colui che non ha un luogo identificabile: questi sono gli elementi che caratterizzano la ricerca del Signore anche oggi. Da fuggire è la pretesa di sapere con certezza dove sia il Cristo, dove sia da cercare e dove no».
Possiamo trovare e riconoscere Cristo nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle, nei poveri e nei sofferenti, negli emarginati, nei carcerati, così come possiamo incontrarlo leggendo e meditando la Parola di Dio, partecipando all’Eucaristia e compiendo delle opere di carità.
Giacomo Pezzuto, III anno