La liturgia odierna ci consegna quello che è il cuore pulsante dell’intera narrazione evangelica: il racconto della passione e morte di Gesù Cristo secondo Matteo (Mt 26,14–27,66). Questo lungo dolore, che autori come Agostino definiscono «un esempio di pazienza e di umiltà» (En. in Ps. 61,22), è introdotto dall’accordo stretto da Giuda Iscariota con i capi dei sacerdoti. I versetti iniziali rappresentano infatti una precisa scelta narrativa con la quale Matteo, parlando dell’identità discepolare del traditore (Mt 26,14), farebbe emergere «la odiosità di un tradimento messo in atto da una persona che aveva goduto dell’amicizia intima di Gesù» (R. E. Brown, La passione nei Vangeli).
Proseguendo nella trama, si coglie con facilità il forte climax di violenza e di morte verso il quale Cristo si dirige inesorabilmente. Basti considerare come, a partire dall’Ultima Cena, si susseguano una serie di episodi che gridano solitudine, abbandono e morte: il Getsemani, la fuga dei Dodici, la tortura e la croce. La domanda di senso che sorge spontanea davanti alla vicenda di un Dio che soffre rappresenta il primo passo per intravedere, tra le righe del testo, qualcosa che vada ben oltre quella che a tutti gli effetti sembra una insensata sconfitta.
Una possibile chiave di lettura la si rintraccia in ciò che san Paolo suggerisce alla comunità di Filippi nella seconda lettura (Fil 2,6-11): la kenosi operata dal Figlio di Dio non è altro che un dono fatto a noi, dono del Figlio al Padre, dono del Padre all’umanità, dono di sé fino all’estremo.
Fin dall’inizio del racconto della Passione Gesù appare consapevole di ciò che sta per accadere: «Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori» (Mt 26,45). Il verbo “consegnare” attraversa tutto il testo. Giuda, che Agostino definisce brillantemente «colui che era notte» (Omelia 62,6), consegna Gesù ai capi dei sacerdoti; le autorità lo consegnano a Pilato; Pilato lo consegna per essere crocifisso. Eppure, dietro questa catena di tradimenti e di poteri, Matteo lascia intravedere un’altra consegna: quella volontaria di Gesù stesso. Egli non è semplicemente vittima degli eventi, ma soggetto attivo di un’offerta unica nel suo genere, capace di donarsi, nel rispetto della persona che ha davanti, in modo sempre libero e gratuito.
Dinanzi a Giuda, che non riconosce più Cristo come il vero Messia, l’Agnello che sarà immolato «si comporta come ci si comporterebbe con un uomo libero, leale, onesto, cioè ammonendo, parlando chiaro, cercando di scuotere; però in fondo non pone impedimenti, si offre a Giuda, lascia fare» (C. M. Martini, I Vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana).
Anche il silenzio di Gesù durante il processo è un dono. Accusato ingiustamente, schernito, percosso, egli non si difende con aggressività. Il suo silenzio non è rassegnazione, ma fedeltà alla missione. Alla domanda di Pilato riguardo al suo essere re, la scelta di Gesù di rimanere quasi in silenzio rivela una regalità diversa: non fondata sul dominio, ma sul servizio. La sua corona sarà di spine, il suo trono una croce. È il paradosso del dono, che risponde «di una generosità che non considera l’obbligo […] di ricambiare; una generosità libera dalle regole di equivalenza che reggono le relazioni di giustizia» (P. Ricoeur, Percorsi del riconoscimento): perdere per salvare, morire per dare vita.
La crocifissione è il culmine. Matteo narra l’evento con sobrietà, ma lo circonda di segni cosmici: le tenebre, il terremoto, il velo del tempio che si squarcia (Mt 27,45-51). Questi segni indicano che ciò che avviene è più di una morte individuale: è un evento che tocca l’intera creazione. Lo squarcio del velo suggerisce che, attraverso il dono totale di Gesù, cade la barriera tra Dio e l’uomo. L’accesso al Santo dei santi è aperto: il dono crea comunione.
La Passione non è soltanto memoria di un evento passato, ma invito a entrare nella logica del dono: perdonare, servire, fidarsi, anche quando costa. Nella prospettiva di Matteo, la croce non è sconfitta definitiva, ma luogo in cui l’amore si rivela più forte della morte, apparendo, per usare le parole di Tertulliano, «sacramento dell’umana salvezza» (Adversus Marcionem 2,27). È il dono che fonda la speranza e apre alla vita nuova.
Mattia Marullo, III anno