Molfetta, 4 novembre 2026
Cari Vescovi e sacerdoti concelebranti, Rettore e formatori, seminaristi, fratelli e sorelle tutti,
Il centenario della Dedicazione della Chiesa del vostro Seminario Regionale e dell’inaugurazione di questa Istituzione si presenta come un’occasione provvidenziale per guardare con sincera gratitudine al passato e per volgere con speranza lo sguardo verso il futuro. Cento anni di storia vi stanno alle spalle ma speriamo che molti di più si dischiudano davanti a voi e alle vostre Chiese Diocesane, che in questo Seminario ripongono la loro fiducia.
Per me è una grande gioia potere incontrare i seminaristi, sia a Roma, sia quando accompagno il Santo Padre nei suoi viaggi, sia quando il servizio alla Santa Sede mi porta in varie parti del mondo. Personalmente provo un grande senso di affetto e di stima per ciascuno di voi e sono convinto dell’importanza strategica della cura per le vocazioni di speciale consacrazione, anche se oggi è un po’ più complessa rispetto al passato. Mi consola moltissimo incrociare lo sguardo dei seminaristi e intuire entusiasmo e desiderio di servire la Chiesa. Si vede se un seminarista è contento, perché ha gli occhi sorridenti: sta sperimentando dentro di sé la straripante presenza di Dio. Anche per questa ragione ho accettato molto volentieri l’invito per questa circostanza.
Perché celebrare questo centenario? Uno dei motivi può esserci indicato dallo stesso Rito della Dedicazione della Chiesa e dell’altare, in cui si mette in evidenza il rapporto che l’edificio sacro intrattiene sia con la Gerusalemme celeste, sia con l’assemblea riunita in preghiera. In qualche modo si risponde alla seguente domanda: ma Dio dove abita? Nella prima lettura abbiamo sentito Salomone affermare: «Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!»; eppure è proprio dal tempio che questo saggio re di Israele innalza la sua preghiera a Dio.
Nel suo intuito spirituale, quindi, la Chiesa, ha sempre percepito questo duplice rimando: l’edificio di culto rinvia idealmente da una parte all’assemblea degli angeli e dei santi in cielo, e dall’altra è il segno tangibile, realizzato in muratura, di quel legame comunitario che unisce i fedeli qui in terra nell’edificio spirituale che è la Chiesa. A questi due riferimenti vorrei accostarne un altro: quello strettamente individuale. Credo, infatti, che la Dedicazione dell’area celebrativa e dell’altare potrebbe alludere simbolicamente anche alla cura che ciascuno di voi, seminaristi ed educatori, deve riservare per la dedicazione del tempio della propria interiorità e dell’altare del proprio cuore.
In fondo sappiamo che ad attraversare l’intero Rito di Dedicazione è la dimensione battesimale. Infatti, non si realizza solo la consacrazione di un edificio in muratura, ma avviene quasi una trasposizione architettonica di ciò che accade al cristiano nel sacramento del Battesimo. Come il singolo credente viene purificato, unto, rivestito di luce e incorporato a Cristo attraverso i segni dell’acqua, dell’olio e della consegna della luce, così l’edificio-chiesa riceve una sorta di “iniziazione cristiana” strutturale, quasi un “battesimo architettonico”, se così si può dire. Le pareti della Chiesa vengono, per l’appunto, asperse, unte con il crisma (assieme all’altare) e poi solennemente illuminate, proprio come il singolo battezzato. Di conseguenza, alla domanda che ciascuno di noi potrebbe rivolgere a Dio: «Dove abiti Signore?», Lui ci risponderebbe: «Io abito nell’alto dei cieli, ho posto la mia dimora tra gli uomini e abito pure nel tuo cuore». Questo è molto consolante e infonde tanta fiducia!
La dimensione battesimale, quindi, ricorda all’intera assemblea dei fedeli – e non solo ai seminaristi e ai ministri ordinati – una verità teologica da tutti conosciuta: il vero tempio di Dio non è fatto di pietre e di mattoni, ma di persone concrete e soprattutto di autentiche relazioni fraterne. Inoltre questa prospettiva ci dice che il sacramento dell’Ordine sacro, conferito ai diaconi, ai presbiteri e ai vescovi, è finalizzato non all’esaltazione del singolo ministro ordinato, ma precisamente all’edificazione di comunità cristiane mediante il Vangelo e i sacramenti, che permettono a Dio di riversare qui in terra la sua santità e il suo fulgore sulla comunità dei credenti. La bellezza del sacerdozio ministeriale è strettamente connessa con il paziente e faticoso prenderci cura delle persone a noi affidate: la Chiesa ha bisogno di preti appassionati della vita, dei dolori e delle gioie della nostra gente!
Immagino che molti di voi fossero presenti al Giubileo dei seminaristi in una basilica di San Pietro affollatissima e allegramente chiassosa (24 giugno 2025). Ebbene, durante questo incontro Papa Leone vi ha rivolto un invito appassionato a prendervi cura del vostro cuore, cercando di lasciare che venga plasmato secondo il cuore di Cristo, e vi ha raccomandato di permettere «che lo Spirito Santo “unga” la vostra umanità prima ancora dell’ordinazione» (sono parole sue!). È davvero molto preziosa questa lenta crismazione nascosta che precede quella pubblicamente conferita nel giorno dell’ordinazione presbiterale. Corrisponde al vostro impegno negli anni di formazione in Seminario – lavoro affascinante e talora arduo dell’intero percorso formativo –, perché realizza il vostro lasciarvi plasmare ad immagine del nostro amato Maestro. Come non ricordare al riguardo le vibranti omelie delle messe crismali pronunziate dal venerabile Tonino Bello? Egli sottolineava il valore simbolico e sacramentale del crisma, che doveva impregnare l’intero popolo di Dio del profumo di Cristo, e di cui dovevano letteralmente grondare i cuori e le mani dei sacerdoti a beneficio di tutti i credenti. Tra le altre cose diceva: «Tutta la Chiesa è un popolo di Sacerdoti. Di persone, cioè, che unte di olio e roride di Spirito, lasciano le impronte di Lui sulla cronaca e sulla storia, sul tempo e sullo spazio, su tutte le fibre del mondo e su tutte le realtà destinate a convergere verso Cristo» (19 aprile 1984).
A proposito di queste impronte il Papa – sempre in occasione del Giubileo dei seminaristi – vi indicava l’occupazione prioritaria della formazione; cito: «Il primo lavoro va fatto sull’interiorità. Ricordate bene l’invito di Sant’Agostino a ritornare al cuore, perché lì ritroviamo le tracce di Dio. Scendere nel cuore a volte può farci paura, perché in esso ci sono anche delle ferite. Non abbiate paura di prendervene cura, lasciatevi aiutare, perché proprio da quelle ferite nascerà la capacità di stare accanto a coloro che soffrono. Senza la vita interiore non è possibile neanche la vita spirituale, perché Dio ci parla proprio lì, nel cuore». Il primo tempio dove Dio abita, dunque, è precisamente il vostro cuore ed è lì che si realizza la prima segreta Dedicazione.
Ma per poter conoscere il proprio cuore e per poterne curare le ferite, la Chiesa, nella sua sapienza, vi ha messo a fianco dei compagni di viaggio nelle persone dei vostri educatori. Cercate di riconoscere sempre in loro i primi alleati per il discernimento della vostra vocazione e per la vostra crescita umana, spirituale, pastorale e intellettuale. Sentiteli come compagni di viaggio che i Vescovi vi hanno donato come fratelli e padri. Inoltre siate voi stessi i primi costruttori e custodi della bellezza della vostra comunità seminaristica!
Penso che tutti conosciamo quella leggenda medievale che racconta dei tre operai che facevano lo stesso identico lavoro in una cava di pietra. Interrogati da un viandante su cosa stessero facendo, fornirono risposte diverse. Il primo operaio rispose bruscamente: «Mi sto ammazzando di fatica»; il secondo disse: «Sto lavorando per mantenere la mia famiglia»; mentre il terzo operaio con gli occhi radiosi affermò: «Sto costruendo una cattedrale». Cari seminaristi e superiori, state affrontando sicuramente diverse fatiche, ma non dimenticate che state costruendo la Cattedrale dei vostri cuori e la Chiesa delle vostre future comunità cristiane.
Mi sia permesso, infine, un pensiero in sintonia con l’ottavo centenario della morte di S. Francesco d’Assisi, che potrebbe offrirsi come la sintesi delle considerazioni che oggi ho condiviso con voi. Il Poverello si è sentito rivolgere dal Signore l’invito che tutti conosciamo: «Va’ e ripara la mia casa». Dapprima lui l’ha interpretato come il restauro materiale della chiesetta di San Damiano, ma poi l’ha compreso come il rinnovamento del cuore e come il “restauro” della Chiesa intesa come comunità di fedeli. Ecco, cari seminaristi, siate anche voi i “riparatori” della casa del Signore: casa che è sia il vostro cuore, sia la vostra comunità del Seminario Regionale, sia le comunità cristiane delle vostre Chiese diocesane.
I vostri occhi sorridenti, che sono felice di incrociare, siano il segno trasparente dell’autenticità del vostro impegno e un’umile traccia del fulgore e del profumo di Cristo.
Così sia.
Cardinale Pietro Parolin
Segretario di Stato di Sua Santità





