Sof 3, 14-17
Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: “Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente”.
L’oracolo di Sofonia che abbiamo ascoltato nella lettura breve di questo Vespro, con il quale apriamo insieme la Solennità della nostra Regina Apuliae, è un invito alla gioia rivolto alla figlia di Sion: “Rallegrati!”. È l’annuncio della gioia messianica. La profezia annuncia il motivo di tanta gioia. Dio stesso, YHWH stesso, viene ad abitare in mezzo al suo popolo. “Il signore è in mezzo a te”: quelle parole antiche – noi lo sappiamo – si sono realizzate nel saluto a Maria, la figlia di Sion, a cui viene dato un nome nuovo, la colmata di grazia. E se l’oracolo annunciava che YHWH stesso sarebbe venuto a risiedere in Sion, come Salvatore, – abbiamo ascoltato – sappiamo che questo è il significato letterale del nome di Gesù, YWHY, Salvatore, Yehoshua. Sì, la venuta del Dio Santo in mezzo alla figlia di Sion, nel suo popolo, è la venuta del figlio di Dio nel grembo di Maria. Mi perdonerete se mi fermo qualche istante a fare un piccolo approfondimento esegetico, ma è per arrivare a dire qualcosa che tengo molto a dire a me stesso e a voi questa sera.
“YHWH, il tuo Dio, è in mezzo a te” nell’oracolo di Sofonia, ragazzi, alla lettera è: “YHWH, il tuo Dio, è nelle tue viscere”. È per questo che Luca con una apparentemente inutile specificazione dice: “Ecco, concepirai nel tuo ventre tuo figlio”. Sembra un pleonasmo inutile; dove altro si può concepire un figlio?
Concipies in utero – traduce San Girolamo. Perché Luca sente il bisogno di sottolineare così tanto l’elemento del ventre, delle viscere, se non per richiamare questo oracolo di Sofonia? Dov’è Dio, fratelli? Dove si rende presente? Nelle viscere. Ma le viscere sono il luogo in cui nasce in noi la compassione, quell’atteggiamento di cui abbiamo parlato molto nella nostra traccia formativa quest’anno. Dio è presente dove ci sono viscere compassionevoli; è lì che nasce. Dove ci sono viscere che si lasciano fecondare dalla sua presenza misteriosa e così diventano capaci di ospitare gli altri nell’amore.
Noi siamo la Chiesa di cui Maria è modello e tipo. Dove si rende presente Dio? Nel mistero materno, nel mistero mariano che siamo noi. Nelle nostre viscere.
Quante volte quest’anno abbiamo parlato di un impegno per il mondo, per i nostri fratelli, per le nostre sorelle, che nasce dalle viscere, nasce da dentro, dal fatto che ciò che accade fuori ci colpisce, ci ferisce, così tanto da entrare in noi. È la vita che attorno a noi diventa vita nostra, respiro che soffia dentro di noi fino a far nascere un legame affettivo che ormai non ci può più lasciare gli stessi e ci fa sempre sentire legati agli altri, responsabili della loro vita e dei loro cammini.
Noi siamo Chiesa, noi siamo Maria, se lasciamo agire nelle nostre viscere il Dio che ha superato ogni distanza quando ha visto la nostra sofferenza. Questo è il segreto che racconta il grembo di Maria, in cui ciò che è più lontano immaginare, Dio e noi, pure si sono incontrati e sono diventati uno.
Le viscere di Maria ci raccontano la compassione di Dio. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti. Conosco le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo”. Lo abbiamo citato nella nostra traccia formativa questo passaggio dell’Esodo: il Signore ha fatto spazio nelle sue viscere per noi e per la nostra sofferenza e per questo è sceso giungendo fin nel grembo di Maria di Nazareth.
Così ragazzi, anche la nostra vita, la nostra vita personale e la nostra vita ecclesiale, può assomigliare a quella di Dio se diventa un grembo, un luogo di vita e di amore. Esso allarga i suoi confini, rende le nostre esistenze abitate e per questo forse anche un po’ confuse, a volte complesse, perché quando lasciamo entrare gli altri nel nostro cuore ne nascono sempre imprevisti, forse anche errori. Si accendono gioie improvvise e ci raggiungono timori sconosciuti.
Tutto si colma, il cuore si ravviva; l’interiorità è abitata, diventa una dimora. E noi assomigliamo alla Vergine Madre diventando madre anche noi, una madre in cui c’è posto per tutti, poiché le viscere, le nostre viscere, sono state fecondate dall’amore di Dio che le ha aperte e rese ospitali. Allora la gioia che porta con sé il messaggero di Dio acquista un volto preciso. È la gioia della presenza in mezzo a noi, in noi, del Signore e questa presenza ci feconda, ci trasfigura, trasforma la nostra povera capacità di amare in una carità senza confini in cui c’è sempre più posto e più incontriamo persone più ci apriamo agli altri, più la gioia si moltiplica, accompagnandosi al centuplo che Gesù ha promesso a tutte le sue discepole e a tutti i suoi discepoli, centuplo appunto di incontri, di madri, di fratelli, di sorelle, di campi, di luoghi di vita. Possiamo andare incontro a tante situazioni nella nostra esistenza, a tante persone, restando nella gioia? Sì, perché il Signore è con noi, in mezzo a noi, in noi, secondo la profezia di Sofonia realizzata in Maria di Nazareth. È così per voi, fratelli amati del sesto anno che lasciate la nostra comunità in questi giorni e che tra poco ci saluterete rivolgendoci le vostre parole amiche. Mille e mille incontri troveranno spazio nel vostro cuore a partire da domani in una complessità che a volte, mentre ve ne andate, ci fa tremare un po’.
Resterete nella gioia? Potrai rallegrarti, figlia di Sion che oggi lasci il seminario? Sì, se non dimenticherai mai che il Signore sarà sempre con te. E così sarà per tutti noi, fratelli, per noi presbiteri, per voi seminaristi, per i giovani del propedeutico. Per tutti si compirà – noi lo speriamo, noi lo crediamo – la profezia del Vangelo. Rallegrati, Maria, sii nella gioia perché il Signore è con te. Amen.
Gdt 15, 9b-10
Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d’Israele, tu splendido onore della nostra gente. Compiendo tutto questo con la tua mano, hai operato per Israele nobili cose: di esse Dio si è compiaciuti. Sii per sempre benedetta dal Signore Onnipotente.
Questo passo del libro di Giuditta ha dato origine a tanti titoli che nel corso dei secoli la devozione del popolo cristiano ha attribuito alla Madre di Dio. Avete sentito riecheggiare molti dei versi del canto del Tota Pulchra. Poi, per ognuno di noi ha i suoi titoli, il suo volto, il modo con il quale la Vergine Maria si è fatta presente nella vita di ciascuno di noi ed è presente. Ecco, io mi sono fatto ispirare da questo: il fatto che sono qui oggi a presiedere le Lodi in occasione del mio 25º anniversario di sacerdozio. E allora ho pensato di condividere con voi una piccola testimonianza di come la Madre di Dio ha accompagnato la mia vocazione, il mio ministero.
Anzitutto, una cosa: la mia generazione – penso a tanti miei coetanei, i miei amici con cui ho condiviso il cammino della parrocchia – dobbiamo molto, siamo debitori, a don Tonino di quella intuizione che Maria poteva essere vista come una compagna di viaggio, una presenza nella vita feriale, il famoso titolo del libro Donna dei nostri giorni, ed era una cosa non affatto scontata per noi; ci nutrì molto quando eravamo ragazzi perché ci ha aiutato a far scendere per un attimo Maria dal piedistallo, dai troni nei quali noi eravamo abituati a vederla. Questa distanza accorciata non ha diminuito la dignità, ma anzi ci ha fatto percepire di più la grandezza e ha dato senso alla nostra vita alla luce della presenza di Maria.
Penso alla scena dell’annunciazione: l’arte ci ha fornito tante immagini che provano a rappresentare il momento dello stupore iniziale o, come nel mosaico che abbiamo qui nella nostra cappella, la consegna finale di Maria nelle mani di Dio. Ma il testo del Vangelo di Luca ci fa intuire che c’è stato un percorso, un tempo necessario per poter capire e per poter accogliere.
“A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo”. C’è stato un dialogo interiore, una maturazione, una ricerca, un desiderio di comprendere.
E poi c’è stato il tempo delle domande. “Come avverrà questo?”
E solo dopo c’è stato il tempo della consegna, dell’obbedienza, della generosità, del dono.
Ecco, alla luce di questa Parola, io rivedo il mio cammino, il cammino di formazione iniziale, il discernimento e poi anche la maturazione in questi 25 anni di ministero, i dubbi, le paure, le risonanze interiori, le domande, le obbedienze semplici e quelle meno semplici, gli accompagnatori che hanno accolto, custodito, le mie domande. Ecco, sempre in questa Parola rivedo anche i volti e le storie che in questi anni in seminario ho provato e provo ad accompagnare con la consapevolezza che ci vuole tempo e che bisogna darsi tempo e non avere fretta. La fretta arriva dopo quando ci si è consegnati nelle mani di Dio: “andò in fretta da Elisabetta” – dice Luca. Quando la scelta è autentica l’amore ti mette fretta, ti spinge fuori a spendere con generosità la tua vita.
Ecco, io vorrei affidare a Maria le vostre pause, le interruzioni, gli imprevisti, le esitazioni e le domande che fanno paura, i cambi di programma perché possiamo sentirci accompagnati dalla fiducia di questa madre, di questa sorella, di questa discepola, che prima di tutti noi le ha attraversate.
C’è una seconda parola: “Maria da parte sua custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Ecco, questa Parola mi ha aiutato molto, soprattutto nel ministero. Penso a tante storie segnate dal dolore, dalla sofferenza, che sembrava spegnere ogni speranza. Penso a tante situazioni che sono difficili da comprendere e tante ferite che attraversano le famiglie, anche le nostre famiglie, e le nostre comunità. Spesso mi è capitato di sentire insopportabile il peso di dover dire una parola – perché sei il prete e devi dire una parola – di dover annunciare il Vangelo in mezzo a tanto buio, di dover predicare quando volevo solo tacere. Ecco, come Maria, a portare tutto nel cuore e permettere che il Signore possa tessere con il suo amore e con la sua Parola, che pian piano rischiara, un filo d’oro che attraversa la trama delle vite, delle storie delle persone, della mia storia, della mia vita. Un filo d’oro che rende preziosa anche una stoffa grezza rabberciata, lacerata. Custodire con Maria e imparare da Maria tutto ciò a cui dare un nome, un senso. In questo è davvero un aiuto potente la preghiera del Rosario: con quella ripetitività, che forse può sembrare noiosa, riusciamo a dare voce a quello che la mente non riesce a capire e il cuore fa fatica a portare.
E poi c’è la terza parola: lo stare, il rimanere. “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre” e poi “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù”.
Ecco, le due statio di Maria: la statio sotto la croce e la Pasqua, nelle pasque, nei passaggi di morte, di vita, dei tuoi fratelli e delle sorelle che il Signore ti fa incontrare. Un rimanere, un restare, un perseverare, che è capacità di esserci sempre, nonostante tutto, perché se è vero che l’amore ti spinge, a volte ti chiede di rimanere. Un restare segnato dal dolore, ma un dolore che è fecondo. In questi anni mi ha illuminato molto nelle mie visite come responsabile dei beni culturali. Ho fatto una visita all’episcopio di Lucera e lì c’è un evangeliario medievale antico del 1300, dove c’è Maria sotto la croce che tiene le mani sul grembo, che è incinta. Il grembo è gonfio perché Maria sotto la croce è incinta. Ecco, come gli alberi d’inverno restano piantati nel terreno e, sopportando il buio e il gelo, quella fedeltà alla terra prepara la fioritura della primavera. Ecco, così Maria nel suo stare sotto la croce mi ha insegnato la fecondità che a volte fa solo avere il coraggio di rimanere, di perseverare. E poi c’è la seconda statio nel cenacolo, in attesa della Pentecoste; proprio in questi giorni celebriamo questo mistero e anche la liturgia della Parola di questa festa ce lo farà riascoltare La presenza di Maria nel Cenacolo ci ricorda che la Chiesa che nasce a Pentecoste è carne di Cristo, come il bambino che ha dato alla luce a Betlemme. E come la Parola si è fatta piccola nel suo grembo, così la Chiesa è luce delle genti, lumen gentium, anche quando sembra oscurata dalle inadeguatezze dagli scandali, dalle lentezze e dall’infedeltà. Rimane sempre carne di Cristo. La Parola – dicevano i Padri – si fa opaca, si fa spessa. Nella carne debole e fragile della Chiesa, ma anche se inspessita e opaca, lo Spirito proprio in questi giorni accende i nostri sensi, accende lumen sensibus, e ci fa vedere la luce che splende nelle tenebre “e le tenebre non l’hanno vinta”.
Ecco, dunque il coraggio di darsi tempo per il discernimento. La fiducia nell’amore di Dio, capace di rendere preziosa ogni storia e rimanere presso la croce e nel cuore della Chiesa. Per questi tre doni rendo grazie al Signore, li ho ricevuti dal Signore attraverso la sua madre e da fratello maggiore con grande gratitudine li condivido con voi oggi. Buona festa!
Es 19, 3-8
Sal 86
At 1, 6-14
Gv 2, 1-11
Carissimo monsignor Gianni Caliandro, stimatissimo rettore, educatori e formatori del Pontificio Seminario Regionale di Molfetta, grazie dell’invito rivoltomi a presiedere la solenne celebrazione odierna di Maria Regina Apuliae. Con particolare affetto e gratitudine, saluto i confratelli sacerdoti che, insieme a me, fanno memoria di un anniversario un po’ più tondo – direi – del ministero presbiterale, coloro che festeggiano i cinquant’anni, il 25º, il 10º, il quinto. Naturalmente questo saluto va anche a coloro che ci seguono dalle loro case, dalle loro diocesi. Con particolare affetto salutiamo anche il personale che, dietro le quinte, è al nostro servizio, al servizio di questa bella comunità. Un affettuoso abbraccio a voi, cari giovani seminaristi, specie a voi di sesto anno che quest’oggi vi congedate dal Seminario Regionale. Mi permetto davvero con molta semplicità di dirvi di non dimenticare questo luogo, nel quale avete trascorso anni belli e fondamentali per la vostra formazione. Mi ha rattristato molto a volte sentire qualche prete, il quale, quasi con vanto, dice: “Io non ho messo più piede in seminario”. Saluto voi tutti, fratelli e sorelle, vi chiediamo di accompagnarci sempre con un particolare ricordo nella vostra preghiera.
Insieme ci tratteniamo a fare qualche considerazione sulla bellissima Parola di Dio appena ascoltata. Dall’Esodo abbiamo ascoltato il Signore che dice a Mosè: “Sarete il mio tesoro fra tutti i popoli […] un regno di sacerdoti ed una nazione santa”. Questa è la promessa che Dio fa al suo popolo per mezzo di Mosè.
Però bella e trainante è la risposta del popolo: “Noi faremo tutto quello che il Signore ha detto”. E sappiamo bene che il popolo ha avuto una memoria un po’ corta perché tante altre volte non farà memoria di questa bella promessa, voltando le spalle al Signore. L’attualizzazione del volere divino è sempre condizionata da quanto il popolo, cioè noi, dichiara o dichiariamo. Questa attualizzazione non può prescindere dall’eseguire e dal dare concretezza al comando del Signore. A ciò non va disgiunto il fatto che molte volte il popolo dimenticherà tale impegno o promessa divina. Tuttavia sappiamo che Dio, ricco di misericordia, mai si pentirà di manifestare tale fiducia.
La pagina degli Atti degli Apostoli ci dà il segreto del compimento di tale opera divina: “Riceverete potenza quando lo spirito verrà su di voi e mi sarete testimoni […] fino all’estremità della terra”. E noi – lo ha ricordato anche il rettore – ci stiamo preparando alla prossima solennità della discesa, della infusione, dello Spirito sulla Chiesa e su tutti quanti noi.
Carissimi, proviamo ancora a soffermarci sulla pagina del Vangelo di Giovanni che riporta l’episodio delle nozze di Cana, dove il Signore ha compiuto il primo dei suoi molteplici segni o miracoli. Padre Davide Maria Turoldo scrive: “È bene rilevare come il Vangelo sia un invito a nozze”. È una bellissima immagine.
Alla festa fu invitato Gesù con i suoi discepoli e c’era anche la madre di Gesù. La figura di Maria è al centro della scena. Non ci sono gli sposi, non ci sono gli invitati, c’è Maria. Possiamo dire che il miracolo a Cana avviene proprio attraverso Maria, la madre di Gesù.
Maria però non è una semplice invitata, non si mette al di fuori di quanto avviene in quella testa, a differenza di molti invitati. È lei a sorvegliare, a guardare dentro e oltre le apparenze. Il fatto che in un banchetto manchi il vino non è di primaria importanza; certamente non si digiuna quando siamo invitati ad una festa nuziale. Possiamo dire che Maria in fondo non mette in risalto l’essenziale, ma quel tanto per cui si rimarrebbe insoddisfatti e delusi in un convivio così importante. Non è forse vero che a volte è assente proprio quel non so che di gioia, di entusiasmo, di fervore, di cui non si può fare a meno perché le cose vadano nella giusta direzione? Oggi anche nella nostra vita, sulla mensa quotidiana, c’è tutto ma forse in alcune circostanze manca proprio l’essenziale, ovvero la gioia di stare insieme.
Maria ci deve aiutare a scoprire ciò che manca, ciò che è assente, ciò di cui molti neppure hanno la percezione perché diveniamo capaci di soffrire con chi soffre e di saper amare di più chi ne ha particolarmente bisogno, che ha fame, più che del cibo, ha fame e sete di amore, di comprensione, di perdono. Maria si immedesima con quella povera gente di cui non si conosce neppure l’identità, a differenza di quelli che pensavano semplicemente a fare sfoggio di abiti firmati, di gioielli ornamentali e di cose di nessun valore. Maria, nella sua profonda sensibilità di madre ci addita il vino buono che è Gesù, il suo figlio e il nostro fratello. Ai servi è lei a dare un vero e proprio comando, un ordine: “Fate tutto quello che egli vi dirà”.
Carissimi, stiamo celebrando il primo centenario, quest’anno, 2026, della vita del Seminario Regionale Pio XI con la sede qui a Molfetta. È questo il luogo più indicato per ascoltare quello che Gesù dice continuamente a noi e a voi, specie giovani, a tutti coloro che incarnano il loro ruolo dei servi di Cana. Siamo qui per ricevere un ordine, un comando, e dipende da noi se rispondere con gioia, con entusiasmo, senza rimpianti a ciò che il Signore ci comanderà.
Questa del seminario è la vera scuola che ci forma e ci prepara a portare l’umanità semplice, ma ferita, da Gesù perché la guarisca, la inebri della sua fragranza e le dia la gioia di vivere. Tocca a noi essere “questi portatori”. Noi tutti siamo stati chiamati dal Signore a dispensare il vino buono della misericordia divina, della sua esaltante carità ed amorevolezza.
Tutti si devono però accorgere che diamo loro il vino buono non alla fine della festa, ma sin dall’inizio del primo giorno in cui noi siamo ordinati, dal primo giorno in cui noi siamo inviati laddove il Signore ci comanda, senza mettere mai alcuna condizione, mai. Mi capite, carissimi giovani? A cosa servirebbe dispensare oro, ma contro voglia? Magari anteponendo i nostri progetti a quelli del Signore?
A volte non basta essere vino genuino perché sia buono. Quanto vale l’arte del coltivare, del mescolare i vari ingredienti della nostra vita con quella giusta dose di amorevolezza e dolcezza, di sentire, di aiutare, di correggere, di guardare negli occhi coloro che sono i nostri commensali? Non diranno che avviene che alcuni invitati a nozze ci sbirciano – “Ecco che c’è qualcuno con il quale c’è qualche conto in sospeso”. Si fa di tutto per essere il più lontani, incredibile! Però gli altri non se ne accorgono? Eccome che se ne accorgono! E questo capita purtroppo anche da noi nella nostra chiesa.
Concludo augurando a me e a ciascuno di voi carissimi un altro invito che Maria sembra sussurrarci all’orecchio, uno ad uno. Maria a noi dice: non siate semplicemente esecutori dei comandi del Signore; dite, anzi gridate, pure agli altri quello che Gesù ha fatto a voi, che sta facendo nella vostra vita, nel vostro intimo, nel vostro cuore. Ditelo, gridatelo. Siate, carissimi, il Vangelo vivente, quello predicato, ma soprattutto praticato da ciascuno di noi. Non siate semplicemente bravi nel praticare i comandi del Signore. Non fate solo ciò che vi dice, ma dite anche ciò che fate. Ditelo, dite apertamente, che il vostro stile di vita per gli altri deve essere un modus vivendi. Dite ciò che riempie il cuore di pace e di gioia ciascuno. Come Gesù, anche noi, anche voi carissimi, cerchiamo di passare, cerchiamo di passare sanando e beneficando quanti incontreremo nella vita. Questo mi sembra essere il vero identikit del giovane e del prete made in Molfetta, come diceva il venerabile Don Tonino Bello. E così sia. Auguri a tutti!
At 1, 12-14
Ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.
“Entrati in città, salirono […] al piano superiore, dove” abitavano. Stasera saliamo anche noi al piano superiore, dove ci sono gli apostoli, le donne, i fratelli, i parenti di Gesù, e dove troviamo Maria. Insieme a loro questa sera ci siamo anche noi, noi che siamo come i discepoli, noi che non sempre abbiamo fede, noi che talvolta proviamo paura, dubbio, timore. Stiamo con loro, ci sentiamo come loro ma non siamo soli. A sorreggerci c’è Maria, lei, la madre della speranza che non viene meno con la sua presenza, che sempre ci accompagna. Lei c’è, lei è presente come sempre. E proprio commentando questo testo durante un’udienza, alcuni anni fa, Papa Francesco ebbe a dire: “Maria non se n’è andata; è lì fedelmente presente ogni volta che c’è da tenere una candela accesa in un luogo di foschia e di nebbia”. E poi aggiunge: “La ritroveremo nel primo giorno della Chiesa nei meandri di speranza, in mezzo a quella comunità di discepoli così fragili”. Uno aveva rinnegato, molti erano fuggiti, tutti avevano avuto paura ma lei semplicemente stava lì nel più normale dei modi, come se fosse una cosa del tutto naturale nella prima Chiesa, avvolta dalla luce della risurrezione, ma anche dai tremori dei primi passi che doveva compiere nel mondo.
Ecco, questa sera con lei, con tutti gli altri, al piano superiore ci siamo anche noi, perché vogliamo perseverare nella preghiera, metterci in ascolto della parola di Dio, essere uniti, concordi nell’invocare il Signore e soprattutto nel chiedere il dono più grande, più bello, più prezioso, il dono dello Spirito. Certo, è vero, lo riconosciamo. Anche noi siamo deboli, fragili, uomini e donne che sperimentano i momenti di buio, di tempesta, nella propria esistenza ma questa sera ancora di più noi riconosciamo di trovare forza nel Signore quando lo invochiamo, quando lo cerchiamo, e riconosciamo anche di poter compiere un passaggio fondamentale, il passaggio dall’io al noi proprio quando preghiamo in Spirito e verità perché ogni preghiera autentica ci fa compiere questo passaggio, non solo l’io davanti al Signore, ma il noi. La preghiera vera è quella che non ci chiude in un intimismo, ma che ci spalanca le porte del mondo, che ci fa portare nella preghiera stessa il mondo e tutti gli uomini.
In fondo questa esperienza di unione, di fraternità, di preghiera, anche di annuncio, l’esperienza vissuta da tutti voi nella Missione Giovani, che si è svolta in diocesi, è stato anche questo un tempo di grazia, un momento di Chiesa, di comunione, per il quale stasera ancora di più noi vogliamo rendere grazie a Dio, ma per il quale vogliamo anche reciprocamente dire il grazie ai seminaristi, al rettore, all’equipe educativa, ai giovani coinvolti, ai sacerdoti, alle famiglie, a tutti e – permettetemi – per me, che sono l’ultimo arrivato, un grazie mio a ciascuno di voi, perché sento che questo tempo non è stato vano e sarà ancora un dono, una grazia per il cammino della nostra amata Chiesa diocesana la missione guidata da uno slogan “Fate luce non scintille”, uno slogan che riprende le parole spesso ripetute da Don Tonino Bello ai giovani, uno slogan usuale, una provocazione. Qualche settimana fa parlavo con una donna di questa città, di nome Lucia, che mi diceva di aver ricevuto direttamente da Don Tonino una dedica su un libro “A Lucia, perché faccia luce e non scintille” e diceva: “Ha visto bene, ha azzeccato, sentivo in quel momento che quelle parole erano dette proprio a me”. Fate luce, non scintille. Sentiamo la forza di queste parole come un mandato che ci ha rinnovato a noi come comunità ecclesiale diocesana, come comunità del Seminario Regionale.
Fate luce, sempre uniti a Cristo, che è la luce del mondo. Noi possiamo fare luce, portare la luce, portare questa luce che non è in noi, ma che è il Vangelo vissuto, incarnato. Fate luce, cioè testimoniate ciò che avete ascoltato e accolto – ora che stiamo chiudendo il tempo di Pasqua – al principio di quel tempo. quando, nella notte santa di Pasqua, abbiamo sentito l’annuncio “Cristo è luce del mondo”. Fate luce, portate questa luce del Risorto.
Luce ma non scintille. Non facciamoci dunque abbagliare da luci fatue, passeggere, illusorie. Non facciamoci abbagliare dalla tentazione degli effetti speciali, gli effetti speciali a cui talvolta ci pieghiamo o possiamo piegarci nella vita pastorale, nell’annuncio cristiano, nel nostro modo di vivere ed intendere il cristianesimo. Gli effetti speciali che però dopo aver abbagliato durano un attimo e subito si spengono. Non scintille, non effetti speciali, piuttosto affetti speciali.
Cerchiamo gli affetti speciali, cioè le relazioni vere, la prossimità, la vicinanza, la fraternità, che è dono e impegno, la fraternità difficile, dura a volte, ma necessaria in questo mondo, in questo tempo, la bellezza ineguagliabile del camminare insieme, perché solo insieme possiamo camminare e se camminiamo insieme allora testimoniamo il Vangelo, testimoniamo questa luce, testimoniamo la grandezza del dono di Dio. Tutto questo lo poniamo ancora una volta sotto lo sguardo di Maria. Con lei stasera ci ritroviamo e, uniti a lei, invochiamo il dono dello Spirito per noi, per questa Chiesa, per il seminario, per la Chiesa e il mondo intero. Chiediamo a Maria che ci guidi, ci orienti, ci protegga, ci conduca in questo cammino ché sia davvero un cammino in cui impariamo a testimoniare, a portare ovunque la luce vera.
Santa Maria Regina Apuliae, veglia sui nostri cammini, anche se incerti e accidentati. Sii per noi madre di speranza. Accanto a te vogliamo rimanere uniti nella preghiera per invocare lo Spirito che ci incoraggia e ci fa testimoni della luce del Vangelo, bellezza che non tramonta e salvezza per ogni uomo. Amen.