Eccellenze, fratelli, sorelle e a tutti voi che siete qui, pace e bene; anzi, usando le parole di Francesco, il Signore vi dia pace. Ecco, avevo un debito con Don Gianni di un appuntamento mancato ormai qualche anno fa qui a Molfetta e allora ho pagato il debito. Adesso siamo pari, ma sono contento di essere qui, anche perché venendo in questa terra pugliese si trova sempre molto calore, molta accoglienza, un buon cibo e questo fa piacere. E poi qui Molfetta, legata alla memoria di Don Tonino Bello, sicuramente è un posto molto evocativo anche per me.
Allora, in questi giorni avete riflettuto sull’eredità tra le altre letterarie artistica di Francesco. A me è stato chiesto di dire qualcosa sull’eredità spirituale. Potrebbe sembrare la cosa più facile, perché è chiaro no Francesco è un uomo molto spirituale, ma in che senso possiamo parlare dell’eredità spirituale di Francesco?
Forse ci offre risposte soluzioni ai problemi che abbiamo direi di no, anche perché Francesco cambia le domande che noi gli porremmo in modo naturale. Francesco – vorrei dire subito – appare irriducibile al passato. Viene dal passato, un passato molto lontano, ottocento anni, ma è irriducibile al passato e appare ostinatamente contemporaneo. Più che attuale, perché Francesco non è attuale, se per attuale vogliamo dire che lo capiamo in tutto e per tutto è un uomo del suo tempo. Per esempio, rivela tratti di un pessimismo antropologico riguardo al suo corpo che non è attuale.
Allora, però, Francesco invece è contemporaneo, cioè sa parlare oggi sa toccare le nostre corde oggi. Nella lettera che noi ministri generali francescani abbiamo scritto per questo centenario, abbiamo chiamato Francesco un seme di vita eterna, cioè un seme piantato nella storia ottocento anni fa, ma che continua a germogliare. È “eterna” certamente l’eternità di Dio, ma vuol dire che oggi continua a portare frutto, ma seme di vita eterna mi ha fatto venire in mente questa espressione magnifica di Tommaso da Celano. Nel latino Tommaso lo dice Vir alterius seculi, uomo di un altro tempo, di un altro secolo, di un altro mondo; in questo caso la parola secolo latina a questo senso. Francesco non ci viene incontro dal passato ma dal futuro. Da quale futuro? Il futuro per noi cristiani è il futuro definitivo di Dio escatologico. È il Cristo crocifisso risorto e glorificato il primogenito di ogni creatura lui è il futuro.
Anche Gesù Cristo, infatti non viene a noi appena dal passato. Noi non cerchiamo di riconnetterci solo all’esperienza storica di Gesù di Nazareth, glorificato, vivo presso il Padre per intercedere a nostro favore, come dice la lettera agli Ebrei. Ci viene incontro dal futuro, lui che è il futuro. Ecco, forse non capiamo immediatamente questa espressione, ma non c’è bisogno. Però possiamo intuirla. Perché siamo molto legati al passato, pensiamoci. Francesco ottocento anni fa ha fatto questo. Cosa farebbe oggi? Non lo so. Perché se Francesco vivesse oggi sarebbe a contatto con il presente e con il futuro di Dio in un modo diverso che ottocento anni fa, perché? Perché ottocento anni fa non c’era il continente digitale, per esempio. Cosa farebbe Francesco oggi a contatto con il continente digitale? Come la ricchezza della sua ispirazione, del suo contatto col Vangelo, prenderebbe fuoco, luce, per esempio, a contatto con il mondo digitale e che cosa direbbe il futuro di Dio a Francesco in questo incontro? Ecco, allora il Signore ci viene incontro dal futuro e così i suoi amici. Francesco è un amico di Dio che si è lasciato afferrare da Cristo e si è lasciato attrarre proprio da questo futuro e in questo senso, allora, Francesco ha fatto molto nel suo tempo e noi possiamo studiarlo.
Ho visto alcuni seminaristi con le fonti francescane, la regola. Oggi abbiamo mezzi molto belli per leggere questo ricco patrimonio letterario che Francesco ha lasciato; pensate che figure come Domenico di Guzman non hanno lasciato neanche una parola scritta. Francesco, che si definiva idiota, che non vuol dire stupido nel latino del medioevo, ma vuol dire persona di poco conto, e illetterata, cioè che non sapeva di lettere, ha lasciato un patrimonio scritto pressoché unico nel Medioevo per una figura non di teologo non di intellettuale, come era Francesco.
Ecco, del passato di Francesco sappiamo tanto. Sappiamo tutto. Mai è stato studiato come nel secolo XX Francesco. Però Francesco ha una riserva di senso ancora da aprirci. Siccome viene a noi dal futuro di Dio, ha una riserva di inedito ancora da svelarci. Non ha detto tutto, non ha espresso tutto.
Allora, Francesco, uomo del mondo futuro. Ma chi era? La sua eredità ci arriva dal passato. E come facciamo a cogliere Francesco nella sua realtà storica? Non è facile. André Vauchez, uno storico francese che ha scritto l’ultima biografia storica più monumentale, più documentata di Francesco.[1]
Se qualcuno vuol conoscere bene il tratto storico di Francesco deve leggere questo libro, che è un libro da esame, però ecco si può leggere, si legge molto bene. Vauchez scrive che è difficile cogliere Francesco nella sua realtà storica, forse per il fatto che la sua esperienza è stata ripresentata troppe volte come una riproduzione mimetica di quella di Gesù. Gesù nasce povero, Francesco nasce povero. Gesù predica, Francesco predica e così via. Addirittura questo ha dato luogo alla letteratura delle conformità tra Francesco e Gesù. Allora la sua storia è quasi quasi evaporata perché ha preso forza, ha preso spazio questa somiglianza, questa vicinanza con la vita di Cristo.
Però possiamo e dobbiamo anche dire che Francesco ha fatto qualcosa di originale. Ha dato alla vita di Cristo una interpretazione particolarmente radicale. Non ha imitato appena, non ha ripetuto, non si è solo specchiato con Gesù. Ha permesso alla vita, alla storia, allo spirito, dalla parola di Gesù di Nazareth di dirsi nella sua vita in un modo particolarmente radicale. Iinsomma, ha scritto sempre Vauchez che Francesco ha lasciato esplodere la novità del Vangelo nella sua esperienza di uomo e nella cultura civica e cavalleresca del suo tempo. Ecco come Francesco ci raggiunge.
Lo ha fatto allora e continua a farlo adesso. E quando si impone un ideale evangelico? Quando lo incontriamo è incarnato e vissuto. Nel nostro tempo, madre Teresa e altri testimoni. In Francesco i contemporanei, i suoi contemporanei, hanno visto il Vangelo incarnato e vissuto in un modo unico. Misteriosamente questa realtà continua a parlare in Francesco. Francesco, attraverso la sua umanità, ci parla del Vangelo, ce lo fa vedere. Non solo ce ne parla intellettualmente, ma ce lo fa vedere.
Allora vorrei provare adesso dopo questa introduzione, che spero chiara, a mettere in dialogo il mondo di Francesco e il nostro. Non per facili analogie, ma per vedere come la potenza del Vangelo, che il poverello ha accolto, incarnato e vissuto, possa esprimersi ancora oggi e aprire il nostro presente al futuro di Dio, cioè a quel mondo nuovo che Dio prepara oggi anche attraverso di noi. Allora ho scelto quattro punti.
Il primo punto per parlare dell’eredità spirituale – forse non ve lo aspettereste – è il denaro come linguaggio del mondo ieri e oggi. Francesco vive a cavallo tra il XII e il XIII secolo (1181-1226). È un tempo in cui la moneta, proprio la moneta fisica, il conio sta rivoluzionando l’Europa e non è un dettaglio biografico. È il contesto della scelta che Francesco ha fatto. Studiosi importanti hanno approfondito moltissimo questo aspetto. Vauchez sempre dice con chiarezza “figlio di un uomo ricco”, probabilmente un nuovo, un arricchito. Francesco acquisì molto presto un’esperienza concreta del denaro di cui poteva misurare l’importanza e il potere nelle relazioni sociali, quindi non solo il denaro in sé per sé come oggetto di scambio, ma come parte di un tessuto sociale di relazione.
Il padre Pietro di Bernardone non era un grande capitalista, ma un mercante di stoffe che frequentava le fiere di Champagne, questa parte della Provenza, prestava denaro a interesse. Oggi lo sappiamo dagli archivi del Comune di Assisi. Si intuisce. Ma come i cristiani non potevano prestare denaro e interesse? Era peccato. Ufficialmente non potevano, ma c’erano i modi per farlo. E forse qualcuno ipotizza che il rigetto, la ripugnanza fisica, che Francesco ha avuto per il denaro affondasse le radici anche qui, in questa attività non proprio cristiana del padre, l’usura, chiamiamola col suo nome. Investiva in immobili anche il padre di Francesco. Insomma, era un uomo della nuova borghesia emergente. Poteva essere più ricco della famiglia di Chiara degli Offredducci, nobili con il titolo, ma non più così ricchi, perché l’economia feudale curtense andava in crisi, andava al collasso, emergeva una nuova realtà. Francesco crebbe in una piccola città. Al tempo di Francesco Assisi contava 2000 abitanti, Assisi su. Oggi poco meno poco più di settecento. Quindi era più grande al tempo di Francesco, dove i mercanti diventavano sempre più influenti, grazie alla circolazione del denaro che sostituiva l’economia feudale, che era un’economia di baratto, di scambio, quindi un’economia chiusa. Il denaro invece apriva la società, le relazioni, gli scambi. Allora capite che questo cambio è un cambio radicale. Non è solo un cambio così economico.
Molti contadini, come conseguenza, cosa facevano? Abbandonavano le campagne e cercavano rifugio, cercavano posto in città, come accade oggi. Io giro il mondo e vedo le cinture di miseria delle grandi metropoli. Pensate a Nairobi, che ha quasi più persone nelle cinture, nelle varie cinture di miseria, Bidonville, luoghi terribili, che nella città vera e propria, perché chiaramente le città attraggono in cerca di lavoro, in cerca di possibilità di vita. Pensate che al tempo di Francesco lo sappiamo da vari documenti storici i tassi di interesse per i poveri arrivavano fino al 50%. Quindi i poveri che affollavano le città erano disprezzati dalla nobiltà e dalla borghesia e al tempo stesso erano sfruttati. Non so se ci dice qualcosa. La storia è sempre la stessa.
Ecco, noi siamo nel ventunesimo secolo, ottocento anni dopo, e direi: tutto a un prezzo. Il denaro non è solo un mezzo di scambio, è un linguaggio della realtà e non solo il denaro, non più il denaro fisico, quasi non lo abbiamo più nelle nostre tasche, con le carte, con i poss e col bitcoin. Tutto è monetizzabile, il tempo, l’attenzione, i dati personali, le relazioni. C’è una vera finanziarizzazione dell’esistenza – pensiamoci. È quasi quasi in un certo senso, lo dico in modo un po’ esagerato, è il nostro equivalente della rivoluzione mercantile del 1200. Pensiamo alla cosiddetta Attention economy, algoritmi che monetizzano ogni secondo della vita per un profitto maggiore, o alla Gig economy, che frammenta il lavoro in prestazioni senza legame, senza appartenenza, senza dignità stabile. Noi siamo in un tempo totalmente diverso da quello di Francesco, ma dove l’incidenza del denaro, della finanza, con tutto quello che significa ci incontra e ci può far scattare la scintilla dell’incontro con Francesco. Sempre il nostro André Vauchez con grande precisione ha scritto:
Di fronte al disordine stabilito [cioè questa nuova economia] che rompeva i vecchi confini, ma imponeva un altro ordine e all’ascesa del potere del denaro nella società del suo tempo, Francesco affermò il valore fondamentale della povertà e dell’umiltà intese non come forme di ascetismo [cioè non sono povero e umile per salvarmi l’anima nella mia cella monastica] ma come rifiuto dell’arroganza feudale e dell’avidità di un mondo nuovo urbano e borghese che stava nascendo davanti ai suoi occhi.
Dove raggiunge il Vangelo Francesco? Dove il Vangelo scova Francesco e lo tira fuori dal suo piccolo mondo borghese garantito di re delle feste? Dove, lo sapete? Attraverso chi Francesco è stato raggiunto dal Vangelo? I lebbrosi. Ecco, se dicevate le visioni a San Damiano eravate bocciati. I lebbrosi
Le biografie di Francesco. Qualcuno di voi prima mi ha detto: “Ho letto come prima biografia San Bonaventura, la più affidabile. San Bonaventura riduce l’incontro con il lebbroso a un miracolo. Francesco incontra questo lebbroso nella piana di Assisi, lo bacia, il lebbroso scompare, come San Martino che era l’agiografia tipica dell’epoca. Quindi era Cristo. No, noi sappiamo che Francesco incontra i lebbrosi, cioè i lebbrosi in carne e ossa e decomposizione. Al tempo di Francesco fuori le mura di Assisi c’erano – quindi nella piana – 12 lebbrosari. Quello di Francesco, verso il cimitero di Santa Maria, se ne può ancora vedere la chiesetta della Maddalena. Allora, 12 lebbrosari era una realtà. Francesco trascorre almeno un anno al servizio dei lebbrosi. Quindi esce dalle mura, esce dal sistema del denaro, degli scambi, di quella vita che faceva e va tra i lebbrosi. Nel testamento dirà: “Il Signore stesso mi condusse tra loro”, non a fare una ONG per loro. “Condusse tra loro”: questo è il passaggio che fa. Allora qui Francesco comincia a rifiutare il denaro non per pauperismo, ma in nome della libertà. Nella regola, soprattutto nella prima regola, Francesco proibisce ai frati di ricevere denari o pecunia perché Francesco ha scoperto che dietro l’uso e il possesso del denaro ci sono relazioni di sottomissione dell’altro. Non di relazione, non di incontro, ma di sottomissione. Il sine proprio francescano. Voi sapete – noi frati minori non facciamo voto di fede, no? Facciamo quello che possiamo, ma noi facciamo voto di vivere in obbedienza senza nulla di proprio, che è più che la povertà. Cioè la povertà è “prometto di non avere questa cosa”; il sine proprio è rinunciare a sé innanzitutto. Il sine proprio di Francesco propone un pensiero economico alternativo fondato sulla circolazione dei beni, come un dono che tu hai ricevuto e devi restituire e non accumulare, tenere per te. In uno dei suoi scritti Francesco dice: “L’elemosina è la giustizia dovuta ai poveri”. L’elemosina non è: “Mamma mia, come mi sento buono oggi. Tieni, ti do del mio superfluo”. L’elemosina è quel bene che appartiene ai poveri e che è stato rubato loro da una società ingiusta, avida, fatta per l’interesse di pochi. Con l’elemosina tu puoi restituire quello che è il dono sia per me che sto bene che per il povero, perché questo dono viene da Dio. Capite che è un modo diverso di ragionare? Questo è il sine proprio francescano.
Francesco ha fatto diversi scritti, no? Voi aprite le fonti, trovate le regole, il testamento e poi le ammonizioni, cioè dei testi che Francesco rivolgeva ai frati per esortarli e anche ammonirli. Sono stati raccolti, le ammonizioni. In questi testi molto belli, dove si vede anche il radicamento di Francesco nella tradizione monastica del primo millennio, io direi nei padri, quante volte si parla della povertà materiale in queste 27 ammonizioni? Mai. Mai. Io non so anche quanti di noi frati se ne sono accorti. Mai. Quindi Francesco parlava ai frati, faceva loro delle esortazioni di pensieri spirituali – possiamo dire. In quelli che ci sono rimasti non si parla di povertà materiale, piuttosto sembra dire Francesco: ciò che fa ricco il servo di Dio è quando mette in circolazione i beni che ha ricevuto, innanzitutto se stesso, la sua vita, quando non trattiene i doni che ha ricevuto di natura, di intelligenza, di cultura, di tutto, ma li mette in circolazione a servizio degli altri senza pretese. Ho saputo che anche qui a Molfetta c’è un Monte di pietà. I frati minori nel ‘400 trarranno le conseguenze della mentalità di Francesco, cioè vivranno la contemporaneità di Francesco fondando i Monti di pietà. Cioè, un ordine che aveva scelto la povertà come sua nota distintiva fa nascere istituzioni per liberare i poveri, che la povertà non avevano scelto, ma la subivano come un’ingiustizia radicale e i frati con i Monti di pietà rifiutano – nel Quattrocento la realtà è molto cambiata – un’economia prepotente verso i piccoli verso i poveri, soprattutto per l’usura che veniva praticata, senza vergogna. Allora i Monti di pietà rendono possibile un nuovo inizio, grazie alla potenza del Vangelo, che capovolge l’ordine delle cose, e le orienta non solo a una giustizia intramondana dentro questo mondo, ma a una promessa definitiva di vita. Perché non è giusto che tu sei ricchissimo come i pochi super miliardari di oggi? E la maggior parte degli esseri umani vive nella povertà? Perché niente di ciò che hai è tuo. Tutto è dono, tutto è ricevuto da Dio e tutto a lui siamo chiamati a restituire. Tu non sei padrone di nulla, di nulla, neanche della tua vita. Questa è la povertà radicale di Francesco e questo apre a un futuro, a una promessa diversa.
Allora questo vale anche per noi oggi: riscoprire che i beni sono dati in uso, non in possesso. Il sì pieno, senza nulla di proprio, consiste in un modo diverso di stare al mondo, non come padroni, come custodi. Questo vale anche per la buona creazione, per la casa comune. Se guardiamo alla realtà storica, tutto questo sembra un bel sogno, un’utopia, ma di questa utopia noi abbiamo bisogno e Francesco ce la indica.
Secondo punto: mura. Pensate alle mura delle città medievali, le classi sociali rigide del tempo di Francesco, le appartenenze e la rottura di queste mura, di queste classi, di queste appartenenze. Che società ha visto Francesco quando è nato ed è cresciuto? Una società decisamente stratificata.
La società medievale del tempo di Francesco si divideva in tre ordines, non gli ordini sacri, in tre ordini di persone: gli oratores, chi pregava, i monaci; i bellatores, i cavalieri, i soldati, i militari che facevano la guerra; i laboratores, gli artigiani e i contadini. Gli oratori, gli ignoranti, chi pregava non lavorava, non faceva la guerra e viceversa erano o se lavorava chi pregava, cioè i monaci, era solo contro l’ozio, ma non per guadagnarsi il pane. Erano tre – diremmo noi – classi sociali: chi prega, chi combatte e chi lavora.
Nell’Assisi del tempo di Francesco la distinzione tra maiores, i nobili, i cavalieri e i nobili e chiaramente l’alto clero, e i minores, che non erano i più poveri – erano come il padre di Francesco, gli artigiani – era l’asse della vita politica. Quindi una società ben strutturata e divisa, ma quel mondo stava cambiando. Francesco vive in un momento faglia della storia. Quel mondo si stava incrinando. La città cresceva, i mercanti ascendevano, le crociate aprivano l’Europa feudale, nata dal collasso dell’impero romano, al Mediterraneo, all’incontro con un mondo nuovo, quello dei saraceni, del mondo musulmano. I cristiani imparano Aristotele da Averroè – ricordate i ricordi di scuola? Quindi era un momento di grande apertura. Francesco partecipa pienamente come pellegrino infatti in Terra Santa. Può attraversare il Mediterraneo con una nave, cosa che fino a poco tempo prima sarebbe stata molto difficile.
Ecco, noi oggi conosciamo nuove mura e nuove esclusioni. Le nostre mura non sono più di pietra, ma ci sono anche quelle. Basta andare a Betlemme e si vede il muro. Basta andare a Tijuana – parlo dove sono stato – e si vede il muro tra Stati Uniti e Messico e anche in altre parti del mondo. Però noi non vediamo mura, ma ci sono mura altrettante reali. Le bolle algoritmiche, i confini che respingono i migranti – non ultimo il nostro Mediterraneo – le nuove esclusioni digitali. Quanti sono gli esclusi del mondo digitale? Forse non ci pensiamo. E soprattutto è cambiato il modo in cui gli esseri umani pensano se stessi. Siamo in un tale cambio antropologico che bisogna che lo conosciamo e non lo stigmatizziamo soltanto. Pensiamo oggi alla centralità dell’individuo e dei suoi bisogni, che ha una radice cristiana, la dignità irriducibile della persona, il valore della coscienza, ma c’è un effetto collaterale, l’indebolimento dei legami, le solitudini che diventano epidemiche, soprattutto tra i giovani. Quante mura! Quante esclusioni oggi!
E allora che metodo ci indica Francesco, se è uomo del mondo futuro e ci lascia un’eredità spirituale? Mi sembra che il metodo di Francesco illuminante sia partire dalla realtà. Francesco è stato ed è rimasto un mercante, quindi pratico, e un laico. Francesco è molto laico, cioè non ha uno schema clericale in testa – che vuol dire? – che separa il sacro dal profano si preoccupa di difendere ciò che è sacro no. Francesco è rimasto un laico ha uno sguardo sulla realtà, un contatto con la vita diretto, molto forte. Nel testamento, nel suo testamento, Francesco dice: “Dopo che il signore mi donò dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare”. Francesco non ha criticato la Chiesa del suo tempo, ma questa non è una grande accusa? Nessuno gli mostrava quale fosse la sua strada, una chiesa anche muta, incapace di indicargli di dare risposta a quel fuoco che c’era dentro di lui, “ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del Santo Vangelo”.
Francesco non ascolta il Vangelo da solo. Lo ascolta con i fratelli; anzi, è grazie ai fratelli che può trovare la sua vocazione finalmente. Allora si è lasciato toccare dalla realtà prima che fare teorie. Ha incontrato i lebbrosi prima di fare una teologia della misericordia. L’ha sperimentata. Ha ricevuto i fratelli come un dono prima di scrivere una regola.
Fratelli e minori. La scelta di chiamarsi “minori” fu una rottura sociale. Miccoli, studioso di Francesco del secolo scorso, dice che in una società ancora feudale coloro che obbedivano erano i poveri. Francesco si immedesima con i poveri e quindi realizza una espropriazione non solo materiale, ma esistenziale. Francesco esce dalle mura di Assisi. Rifiuta il denaro come oggetto di scambio, rifiuta la guerra come soluzione dei conflitti, o meglio come affermazione del proprio potere sociale, della propria posizione sociale – questa era la guerra al tempo di Francesco, specie per lui, perché sarebbe potuto diventare cavaliere da mercante che era – Francesco esce dalla civitas medievale con le sue mura, le sue esclusioni, le sue stratificazioni e da qui nasce la possibilità nuova di una fraternitas. Al tempo di Francesco c’erano le fraternitas ad Assisi. Erano corporazioni – diremmo noi – di artigiani, lo sappiamo dagli archivi del Comune di Assisi, ma la fraternitas di Francesco è diversa, è aperta. Chi è il primo compagno di Francesco? Bernardo, l’uomo più ricco di Assisi. Non è un povero. E poi Pietro Cattani, anche lui era un uomo alto locato, anche lui ricco. E poi Francesco accoglierà poveri, ricchi, preti. La fraternitas rompe le esclusioni e i confini sociali così rigidi in quella società e fa vedere la novità del Vangelo. “Voi siete tutti fratelli”. Allora addirittura Francesco in questa fraternità userà la terminologia materna per indicare i rapporti tra i frati. In una società così maschile – diremmo patriarcale qual era quella feudale – anche qui abbiamo una miccia, un’esplosione, dentro quella società, che il Vangelo ha provocato.
Allora questo vissuto di Francesco, che richiamo velocemente, continua a generare mentalità e prassi nuove oggi quando incontra la nostra realtà e ci libera dalla rassegnazione al potere di pochi, rimettendoci in cammino. Ci libera dalla rassegnazione che il denaro abbia un potere ormai incontrastato. Ci libera dalla convinzione che certi perimetri sociali, che escludono, siano invalicabili. Non è vero, bisogna cominciare, bisogna andare al di là, bisogna rompere quel muro, spesso invisibile, che ci separa dai tanti tipi di poveri di oggi. Allora il carisma di Francesco ha fatto questa novità al suo tempo. Può continuare a farla ora.
Vado veloce – terzo punto: la Chiesa. Francesco è rimasto nella Chiesa con libertà profetica. Il tempo di Francesco è un tempo di evangelismo e pauperismo, ritorno al Vangelo. Sapete – il Vangelo potevano leggerlo solo i chierici. Era in latino. Al tempo di Francesco circolavano edizioni – diremmo noi – manoscritti del Vangelo anche in lingua volgare. C’è un ritorno al Vangelo molto forte in chiave pauperistica: riprodurre la vita di Gesù e degli apostoli, poveri. Pensiamo i catari, i valdesi, gli umiliati, i poveri lombardi. Sono tanti. C’è tutto uno studio su questo molto interessante.
Francesco faceva parte di questo filone e c’era anche un movimento femminile molto forte in questo evangelismo e pauperismo. La Chiesa viveva una crisi profonda, anche se era il momento più alto del suo potere temporale e spirituale, ma viveva una crisi profonda. Il concilio lateranense IV (1215), a cui Francesco partecipa, nei suoi canoni fa vedere questa crisi. Un solo esempio: se un concilio deve obbligare i cristiani a confessarsi almeno una volta l’anno a Pasqua – vale ancora oggi, no?; cosa vuol dire? Che non si confessavano manco a Pasqua. Se un concilio deve obbligare per precetto i cristiani ad andare a messa la domenica, cosa vuol dire? Che non ci andavano.
Allora la Chiesa viveva un momento altissimo e nello stesso tempo di crisi profonda. Molti abbandonarono questa chiesa, diremmo noi istituzionale. Francesco non lo ha fatto e vi si è legato con obbedienza. Guardate che non c’è spiegazione a questo. Valdo è molto vicino a Francesco: povertà, annuncio del Vangelo, vita. Francesco è rimasto nella Chiesa.
Quindi Francesco ha trovato nella Chiesa lo spazio per incontrare Gesù nella parola, nell’Eucaristia. Questo lo ha legato in obbedienza e poi c’è un’altra chiave: Francesco non fuggiva il mondo. Questi movimenti, molti caduti nell’eresia, erano puristi. “La Chiesa è corrotta, noi dobbiamo fuggire la corruzione”. Francesco non fugge il mondo, vi si immerge dentro, anche in tutte le sue contraddizioni, però il suo sguardo è in avanti- Vede il futuro, quello di Dio, e riconosce anche in questa Chiesa, piena di limiti, quel futuro che gli viene incontro. Oggi come Chiesa viviamo una crisi diversa – direi di credibilità, di rilevanza, di linguaggio. Un mese fa ero in Nuova Zelanda: il 53% dei 5 milioni di abitanti della Nuova Zelanda è unchurch o not, non ha religione. Lo dicono. A Washington, non Washington DC, cioè la capitale, ma quell’altra sulla costa occidentale, il 70% delle persone è unchurch, non ha religione, non ha appartenenza religiosa. Allora viviamo una realtà che al tempo di Francesco era impensabile. Che cosa ci può dire Francesco? Ho letto uno dei libri – penso sia l’ultimo libretto di Pierangelo Sequeri. Vi consiglio di leggerlo, Addio a Dio. Addio, bye bye, a Dio, cioè analizza questo allontanamento, questo distacco quasi silenzioso, indolore, aalla dimensione religiosa.
Mi piace parlare di una evaporazione della fede, perché anche quando sono stato nella pastorale l’ho proprio toccata con mano. La dimensione religiosa cambia forma, si frammenta, diventa un fai da te, cerca un’immediatezza emozionale, confonde spiritualità con benessere psicologico oppure la cerca così.
Allora, che cosa ci può dire Francesco? Io credo che ci dice che la sete resta anche nell’uomo che non si riconosce più in una religione istituzionalizzata. Pensiamo ai giovani con la loro quasi mistica del creato dell’ecologia. Pensiamo anche ai giovani oggi con tutte queste proteste che abbiamo visto. C’è lì una dimensione religiosa, una ricerca? Io penso di sì, c’è una sete. Di che cosa? Forse non lo sanno neanche loro, ma c’è. Come contattarla? come intercettarla?
Allora, Francesco ha trovato al suo tempo il modo per stare a contatto con una Chiesa che era nello stesso tempo potente e in crisi, non scandalizzarsene. Ecco perché Francesco continua a parlare anche ai cercatori del nostro tempo. Non so se avete letto mai Tomáš Halík, questo teologo ceco. Lui parla dei cercatori del nostro tempo. È molto bello. Sapete – la Repubblica Ceca ha solo il 9% di cattolici, la maggior parte sono atei. Ma questo teologo è un prete di Praga, ha avuto a contatto con tanti – lui li chiama gli Zaccheo del nostro tempo.
Allora smettiamo di star dietro – diceva Papa Francesco – all’unica pecorella da pettinare e spesso noi religiosi, non solo frati, ma in genere religiosi, rischiamo di non essere cercatori. Abbiamo delle risposte impacchettate. Ci sono i cercatori. Come aprire spazi per loro? Francesco ha attraversato frontiere, muri. Ha incontrato cercatori del suo tempo. Forse ci apre strade per farlo anche noi.
La pace – è l’ultimo punto, tranquilli. Al tempo di Francesco, la guerra era una struttura della società. Era una mentalità. Francesco stesso va in guerra, piccola guerra a Perugia. Saranno stati 50 assisiani contro 100 perugini. Infatti gli assisiani le hanno beccate. Fa il carcere, poi riparte per la guerra, per la crociata, perché voleva la gloria del cavaliere. E questo viene messo in crisi. Ricordate la visione di Spoleto, quando Francesco vede questa sala piena d’armi. “Chi vuoi servire? Il padrone o il servo?” Chi era il padrone? Era il Papa che mandava con il segno della croce i cristiani a combattere la crociata. Francesco non sceglie questa risposta, questo modo di stare, di abitare il suo tempo. Torna indietro dalla guerra e quello è il punto in cui Francesco esce dalla città, perché è uscito da un altro punto nodale della struttura, della mentalità, della cultura del suo tempo. Molti anni dopo Francesco tornerà in un campo di guerra (1219), va in Siria e poi a Damietta, alle foci del Nilo, dove l’esercito crociato, capeggiato da un cardinale, si scontrava con i saraceni.
Francesco è esperto della guerra, tanto che vede la situazione dei crociati e gli dice: “Non andate a combatter, perderete”. Era capace di vedere che l’esercito cristiano non era all’altezza di uno scontro con quello saraceno. Ma Francesco nella regola, dopo questo incontro, dirà ai frati: “Quando vanno per il mondo non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni umana creatura per amore di Dio”. Francesco, nell’incontro con il sultano, dal quale è andato per annunciargli il Vangelo, ha imparato un altro modo di stare al mondo, non quello di annientare e negare il nemico, l’altro diverso da me, ma di accoglierlo, di incontrarsi e di rimanere “soggetti ad ogni umana creatura”. Francesco scrive questo nel 1221 nella Regola non bollata. Nel 1218 Papa Onorio III aveva pubblicato una bolla dove proibiva ai cristiani di sottomettersi alle leggi dei saraceni. Chi erano questi cristiani? I veneziani. Che facevano i veneziani? Facevano gli affari e si sottomettevano alle leggi dei saraceni per i soldi. Il Papa lo proibisce. Francesco due-tre anni dopo scrive: “si sottomettano a ogni creatura”, quindi anche i saraceni. È uno stile diverso, ma non per far soldi, ma per stare in relazione, per entrare.
Allora Giacomo Da Vitrì, un vescovo, che vede i frati, vede Francesco e scrive una testimonianza preziosissima, annotò con stupore che perfino i saraceni – scrive – pieni di ammirazione per la loro umiltà li accolgono. Ecco, Francesco ha trovato questa forza disarmante per attraversare un confine nemico, per entrare in relazione e rompere la logica esclusiva della guerra.
Ecco, allora, ho voluto richiamare questi quattro sentieri; il denaro e la libertà dai suoi inganni; le mura della nostra società e la rottura di queste mura; la Chiesa e la fedeltà profetica ad essa; la pace come possibilità reale. Il filo rosso è uno il Vangelo, potenza di Dio che fa nuove tutte le cose. Ha permesso a Francesco di stare in questi nodi del suo tempo in un modo nuovo e uomo del mondo futuro ci indica che è possibile farlo anche oggi.
Veramente per un attimo – ha scritto padre Carlo Paolazzi, un grande studioso di Francesco – la luce del progetto di Dio, rivelato in Cristo, si è sposato in Francesco con il nostro sogno di un mondo umano, pacifico. Ma questo attimo dura da otto secoli. Ecco perché Francesco è uomo del mondo futuro, perché quella scintilla, quell’attimo che ha aperto continua, ci raggiunge e ci permette di stare in un modo diverso nel nostro tempo. Voglio concludere con le parole che Papa Leone ci ha consegnato per questo anno francescano, nel messaggio che ci ha rivolto il 10 gennaio, all’apertura di questo giubileo francescano:
San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato, intercedi per noi. Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, donaci il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige confini.
E grazie per la vostra paziente attesa.
[1] A. Vauchez, Francesco d’Assisi tra storia e memoria, 2010