Nella nostra traccia formativa che ci sta guidando quest’anno, dopo aver fatto qualche riflessione sul rapporto con il mondo, inteso come creazione, siamo poi passati a considerare il mondo come storia. Una storia che attende il nostro impegno, così come lo attende la creazione. Perché sia custodita e coltivata, abbiamo detto nelle settimane scorse, contemplata secondo l’insegnamento della Genesi. Ma anche la storia, la nostra storia, la storia del mondo e la storia delle persone, la storia della vita, ci attende, ci chiama. Ci interpella e aspetta che ci decidiamo ad impegnarci per essa. È uno degli aspetti più aspri, più difficili della storia che ognuno di noi, direttamente o indirettamente, si trova a vivere durante la sua esistenza: l’aspetto della fatica, l’aspetto della sofferenza, l’aspetto del dolore della malattia.
È vero, ragazzi, che noi siamo una comunità molto giovane. Però è anche vero che non pochi di noi già hanno fatto questa esperienza del dolore e della malattia. Penso a tanti di noi che, in queste ultime settimane, con una concentrazione singolare, hanno perso qualcuno dei nonni. Ma purtroppo tra noi ci sono anche persone che hanno perso i genitori, persone che hanno perso persone care vicine.
Allora non sono pochi quelli di noi che hanno già vissuto questo tempo così strano, così enigmatico, in cui abbiamo sperimentato che la sofferenza bussa alla porta della vita, anche alla porta di vite giovani, nelle sue mille facce. E in quei momenti, sia che si tratti di sofferenza fisica, sia che si tratti di sofferenza morale, di sofferenza psicologica, spirituale, tutti sperimentiamo che tocchiamo drammaticamente i nostri limiti umani, la nostra incapacità ad andare oltre, il non riuscire a disporre di noi stessi, della nostra vita e della vita delle persone che amiamo. Poi chi si è ammalato fisicamente sperimenta anche che cosa significhi doversi necessariamente consegnare alle mani di altre persone. Qualche volta negli anni in seminario mi è capitato di ascoltare la storia di qualcuno di voi che, molto abituato a darsi da fare, ad aiutare gli altri, ad avere premura nei confronti degli altri, poi improvvisamente si è trovato seduto su una sedia a rotelle per una frattura e ha dovuto imparare a farsi aiutare. Sono esperienze non facili, sono esperienze che a volte ci possono anche gettare nello sconforto. Ed è nello sconforto che nascono tante domande nel cuore e anche reazioni che spesso sono molto diverse, ma alla fine portano tutte nel profondo la stessa domanda, che è una domanda di senso: ma perché? Perché?
Nella malattia, nella sofferenza, viene toccata la nostra dimensione più profonda. Nulla è più come prima, tutto è diverso, tutto assume un’altra colorazione. E anche la nostra fede viene toccata. Ma se Dio è mio padre, e se Dio è un padre buono, come può permettere tutta questa sofferenza? Come può permettere che io o questa persona che amo soffra tanto? E accade che cambia anche il nostro rapporto con Dio. E se in precedenza avevamo intravisto nella nostra preghiera, nella nostra fede, nel racconto che c’era stato fatto, il volto amorevole, dolce di Dio…a un certo punto non lo riconosciamo più. E a volte diventa grande anche la rabbia nei confronti di Dio.
Davvero è come se tutta l’esistenza, e con la nostra esistenza anche tutta la nostra fede, venisse messa in discussione. Ci rendiamo conto, ragazzi, che davanti a obiezioni o a interrogativi così profondi si gioca molto del messaggio della nostra fede cristiana. Forse si gioca tutto. Perché soffriamo?
Vorrei che stasera ascoltassimo la sofferenza che sale dal mondo. Vedete, è una cosa difficile: ci difendiamo tutti, perché poi ce n’è talmente tanta che rischiamo di non sentirla più. Sentiamo che quasi diventi un’abitudine. Ho paura che in queste settimane, in questi giorni drammatici in cui la situazione nel Medio Oriente sta diventando di ora in ora più difficile, più inestricabile, quasi quasi noi, senza cattiveria, è come se il nostro cuore non riuscisse ad accogliere tanta sofferenza: non ci pensiamo più. Avete sentito sicuramente di questa notizia del bombardamento di una scuola in cui sono morte più di 120 bambine. 120 bambine morte. Ma perché? Perché?
E vorrei che ad aiutarci a stare con questa domanda, a non eluderla, ci aiutassero due voci. La prima è di Papa Benedetto XVI, che parlando della speranza nella sua enciclica Spe Salvi affronta questa questione. Deve affrontare questa questione, perché la speranza cristiana deve fare i conti con il male e la sofferenza presenti nel mondo.
E l’altra voce è quella di Don Mimmo Battaglia, il vescovo di Napoli, che si è fatto vicino a questo piccolo bambino che abbiamo conosciuto tutti in Italia nelle settimane scorse, ricoverato al Monaldi a Napoli e che adesso è già morto per questa grave cardiopatia.
Sentite che cosa dice Papa Benedetto. È il numero 37 della Spe Salvi: «Possiamo cercare di limitare la sofferenza, di lottare contro di essa, ma non possiamo eliminarla. Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, laddove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, poi scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine. Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo che ha sofferto con infinito amore». Ecco il cammino possibile indicato da queste parole del Magistero della Chiesa: accettare la sofferenza e in essa maturare trovando un senso attraverso il nostro rapporto con Cristo. Dall’alto della croce, la croce che stiamo contemplando in maniera particolare in questo periodo della Quaresima, Gesù, secondo il racconto di Giovanni, a un certo punto dice: «Tutto è compiuto». Cioè Gesù compie uno sforzo, uno sforzo del cuore, uno sforzo grande, perché persino il momento più umiliante, più difficile della sua vita, quello in cui sta morendo, prova a guardarlo in una maniera diversa, come un compimento, come la realizzazione di qualcosa. Noi dobbiamo imparare a stare vicini alle persone mentre esse, con il proprio cuore, con il proprio cammino unico, ognuno diverso, cerca il suo modo di guardare a ciò che sta accadendo alla sua vita mentre sta soffrendo. E testimoniamo noi, nella nostra vita di credenti, nelle nostre sofferenze, anche quando noi ci domandiamo: perché, perché? Testimoniamo che anche noi cerchiamo, con la nostra povera fede, di affidarci a Dio, di abbandonarci nelle sue mani, come ha fatto Gesù nelle mani del Padre. Nella certezza che verrà un giorno, ecco la speranza, in cui sperimenteremo la tenerezza e la vicinanza, la benevolenza del Padre.
Restiamo attaccati alla promessa del Padre di prendersi cura di noi come dei figli, contando su di lui e su ciò che ci ha promesso, andando oltre anche a ciò che invece sembra l’evidenza mentre stiamo soffrendo. Spesso lo comprendiamo da tante persone, dai loro racconti, da persone che hanno sofferto molto nella vita, che solo dopo molto tempo si riconosce un significato alle situazioni difficili vissute.
E allora noi siamo chiamati a stare vicini, a provare insieme a restare con chi sta soffrendo, ad esserci e a provare insieme a loro a intuire, a intravedere un possibile orizzonte.
Di questa vicinanza, questa vicinanza alla quale siamo chiamati tutti come cristiani, ed è chiamato chi diventerà prete: a stare con le persone, a stare con le famiglie mentre soffrono. Di questa vicinanza è stato un testimone luminoso Don Mimmo Battaglia, che ha raccontato così le sue visite al Monaldi: «C’è qualcosa che porto dentro e che faccio fatica a raccontare. Ogni volta che accarezzavo la sua manina, Domenico, anche nel silenzio del coma, lasciava scendere una lacrima, una sola, trattenuta come se fosse un segreto che il corpo non riesce a custodire. Era come se quella carezza arrivasse in un luogo profondo, dove nessun farmaco può davvero spegnere ciò che siamo, quel punto in cui la persona continua ad amare e a sentirsi amata. Era la sua voce quella lacrima. Era il suo modo di dire: io sono qui. E in quella lacrima c’era più presenza che in mille parole pronunciate ad alta voce. La medicina misura parametri, riflessi, reazioni, ma esiste un luogo che nessun monitor può registrare: quello in cui la persona resta relazione, legame, storia. Lì Domenico non era solo un bambino in coma, era un figlio, il figlio di Patrizia e di Antonio. Era nostro figlio. E mentre accarezzavo quella piccola mano sentivo che non stavo soltanto cercando di consolarlo. Stavo imparando qualcosa di profondo sull’essere umano».
Che Dio ci renda capaci di comprendere che il primo impegno per il mondo è imparare ad esserci nelle situazioni della vita concreta, come ci ricordava giovedì sera Don Gianni Giusto nella sua omelia. Esserci nelle situazioni della vita: al di là di tutti gli infingimenti dei nostri pensieri, delle nostre parole, dei nostri grandi discorsi…esserci.