Quando facevo la scuola media vennero nel mio paese, a Ceglie, dei cugini che abitavano in Inghilterra e mia madre mi disse: «Vabbè, esci con loro stasera». Non vi dico… perché a me mi avevano iscritto alla classe di francese, che è una lingua bellissima, però diciamo poco utile. Già allora; adesso non ne parliamo proprio.
Insomma, quella sera io avevo tante cose da dire loro, perché era la prima volta che ci conoscevamo: erano figli di cugini. Ma non siamo riusciti a dire niente. Per quanto io mi sforzassi di parlare, di farmi capire — poi noi meridionali parliamo con le mani, quindi ci si capisce — tante delle cose che volevo dir loro e che volevo ascoltare da loro non sono riuscito a dirle, non sono riuscito a sentirle. Mi mancava la lingua. Il giorno dopo ho detto: «Mo vi sistemo io».
Sono andato a chiamare un amico dell’altra sezione della scuola media, dove si studiava inglese, e ho detto: «Per favore, stasera esci con me». E siamo usciti e finalmente siamo riusciti a comunicare. Non so se vi è capitata mai una situazione del genere.
È bruttissimo quando tu vuoi parlare con una persona, vuoi dire qualcosa, però non puoi perché, appunto, non ne hai la capacità. Dentro hai tante cose — io avevo tante cose che volevo dire di me, volevo sapere di loro, perché appunto era la prima volta che ci conoscevamo — ma non ho potuto farlo. Ero in qualche maniera muto.
Noi, nelle ultime domeniche, facendo il vespro, ragazzi, stiamo riflettendo su una frase che diciamo nella Messa, in una particolare preghiera che a un certo punto ci fa dire così, parlando di noi che stiamo celebrando: che noi siamo fatti voce di ogni creatura che è sotto il cielo. Cioè, tutte le creature — le piante, gli animali, le rocce — sono un po’ come ero io quella sera con i miei cugini.
Vorrebbero cantare la loro gratitudine a chi le ha create, vorrebbero dire la loro lode, ma non hanno la voce. Gli unici che hanno la voce, che possono far cantare ogni cosa — non solo il pane e il vino, che sono gli elementi materiali che usiamo nella Messa, ma in qualche modo tutto il mondo materiale — ogni albero, ogni fiore, ogni roccia — possono dar voce a tutto perché tutto canti la sua lode a Dio, siamo noi esseri umani.
Siamo noi che, quando celebriamo la Messa, diventiamo la voce di ogni creatura. È come se, quando noi rendiamo grazie a Dio, tutto l’universo stesse rendendo grazie a Dio; e quando noi preghiamo Dio, diventiamo la preghiera di ogni filo d’erba, di ogni stella e di ogni animale.
Però, per fare questo, c’è bisogno che noi prima di tutto ci accorgiamo del segreto di bellezza e di dignità che è intessuto in ogni cosa. Tutto, tutto ha un seme della bontà e della bellezza di Dio, ogni creatura.
C’è un padre antico, si chiamava Isacco, abitava in Siria, e lui diceva che, come abbiamo due occhi nel nostro corpo, anche il nostro spirito ha due occhi. Ciascuno ha un suo campo di visione: con un occhio vediamo i segreti della gloria di Dio nascosti negli esseri; con l’altro contempliamo la gloria della santa natura di Dio.
Voleva dire questo antico padre: che noi sì, possiamo anche parlare con Dio direttamente, provare a scorgere con gli occhi della fede Dio, guardare alla sua natura divina, alla sua santità. E lo facciamo, pensate, quando facciamo la lectio divina, quando ascoltiamo la Parola di Dio, quando facciamo l’adorazione eucaristica: con gli occhi del cuore proviamo ad affondare il nostro sguardo direttamente nella natura di Dio.
Però poi abbiamo un’altra facoltà dentro di noi, che è quella di guardare tutte le cose e di scorgervi la presenza di Dio, la presenza di Dio in tutte le cose. Perché tutto è buono, tutto è bello, in qualche maniera tutto canta Dio.
Gesù ha faticato molto con i suoi interlocutori per far capire loro che non c’è niente nel mondo materiale che sia impuro, niente che sia cattivo. Ricordate quella volta che provava a far capire che non è quello che entra nell’uomo… per spiegare come è che ci sono cibi che possiamo mangiare e cibi che non possiamo mangiare, cibi puri e cibi impuri? E lui diceva: non è impuro quello che entra dentro di noi; è quello che esce dal nostro cuore.
Ha fatto una grande fatica per far cogliere la bellezza di tutto, la bontà di tutto. E i suoi discepoli non lo hanno capito subito. Tanto che gli Atti degli Apostoli, al capitolo 10, raccontano di un giorno in cui Pietro ebbe una visione: vide una grandissima tovaglia, enorme, che scendeva dal cielo, e su questa tovaglia c’erano animali di tutti i tipi. E sentì una voce che gli disse: «Alzati e mangia. Puoi mangiare: non c’è niente di cattivo, non c’è niente di sporco, non c’è niente di impuro nella creazione, nella natura».
Ci sono alcune pagine di Massimo il Confessore che commentano quell’episodio degli Atti degli Apostoli: attraverso quella tovaglia e gli animali che la ricoprivano, Dio ha rivelato a Pietro il mondo visibile percepito attraverso il mondo invisibile, o se preferiamo il mondo invisibile manifestato attraverso le forme visibili.
Questo è lo sguardo di un credente: vediamo le cose visibili e ci rendiamo conto che sono la manifestazione, ci raccontano di un altro mondo; ne sono l’espressione, ne sono il canto.
E credo che tutti noi abbiamo fatto questa piccola esperienza di guardare qualcosa di visibile — ragazzi, per esempio guardare il volto della ragazza di cui siete innamorati — e capire che dentro ciò che si può vedere con gli occhi del corpo c’è un altro mondo, c’è un mistero più grande.
E così, se qualcuno di noi… anche gli animali. Io mi ricordo che mio papà era un cacciatore e aveva un breton — i breton sono forse i cani che hanno gli occhi più belli di tutti. Io ogni tanto mi perdevo a guardare gli occhi del cane e mi rendevo conto che avevano un oceano dietro.
Insomma, quello che vorrei continuare a dirvi stasera è che noi, come uomini e come donne, come esseri umani, siamo capaci di fare nostra l’interiorità delle cose. Siamo capaci di ascoltare la lode che contengono e di parteciparvi anche noi, dando a quella lode muta voce e coscienza.
Non è questo forse il senso del Cantico delle Creature di san Francesco? Gli occhi di Francesco contemplano tutto il cosmo e capiscono che quel cosmo è una liturgia di lode, una liturgia cosmica.
Per chi ha quest’occhio spirituale, per chi sa sviluppare quest’occhio spirituale, tutto il mondo diventa un simbolo, un’allusione, un rimando a qualcos’altro. Possiamo provare anche noi, ragazzi, a camminare così nel mondo.
Perché ci accorgeremo che niente è chiuso, niente è definitivamente fissato. Il mondo è trasparente. Le sue frontiere si spostano continuamente.
Questo mondo, se noi lo sappiamo guardare bene, ci spinge verso altri mondi, spinge il nostro sguardo sempre un po’ più in là. Chi capisce questo è soprattutto l’occhio dell’artista, l’occhio del poeta. Dobbiamo imparare, dobbiamo recuperare uno sguardo poetico sul mondo.
Sentite che cosa dice Christian Bobin, questo scrittore straordinario, scrittore francese che noi conosciamo appunto per il libro su san Francesco, Infinitamente piccolo, quello su Gesù, L’uomo che cammina:
«La contemplazione è ciò che minaccia maggiormente il superpotere della tecnica. La tecnica apparentemente ci facilita la vita. Ma chi ha detto che la vita deve essere facile? È facile amare? È facile sperare? È facile soffrire?
La tecnica ci allontana dalle cose e fa espandere un’epidemia di irrealtà che invade silenziosamente il mondo. La contemplazione, ciò che chiamiamo poesia, ne è proprio il contrario. Non è una decorazione, non è qualcosa di estetico: è come mettere la mano sulla punta più sottile del reale.
I contemplativi, chiunque essi siano, possono essere poeti conosciuti come tali, ma può esserlo anche un imbianchino che fischietta come un merlo in una stanza vuota. O una giovane donna che pensa tutt’altro mentre stira la biancheria.
Gli istanti di contemplazione, gli istanti di poesia, sono istanti di grande tregua per il mondo, poiché in quegli istanti il reale non ha più paura di raggiungerci. Le cose, gli animali, i fantasmi — che sono molto reali — tutto ciò che è dell’ordine del vivente si avvicina a noi e viene a trovare il suo nome, viene a mendicare il suo nome.
Abitare poeticamente il mondo sarebbe forse prima di tutto guardare pacificamente, senza l’intenzione di prendere, senza cercare una consolazione, senza cercare nulla. Avere una sorta di presenza diafana nel mondo. E penso che in quel momento qualcosa del mondo si apra come una mandorla».
Ecco. Imparare a mettere la mano sulla punta più sottile del reale. Avere uno sguardo al quale le cose si aprono come una mandorla e ci donano il loro segreto di luce.
Ci donano un raggio della bellezza di quel Dio che noi stiamo cercando.