In questa VI Domenica di Pasqua, la liturgia ci conduce nel cenacolo, dove Gesù si trova insieme ai suoi apostoli in un momento di intimità e rivelazione. L’evangelista Giovanni dedica ampio spazio ai cosiddetti “discorsi d’addio”, rivolti ai discepoli dopo il gesto della lavanda dei piedi, discorsi che acquistano pieno significato alla luce della risurrezione. In questo passo emergono due aspetti essenziali per il cammino del credente: da una parte la promessa dello Spirito, dall’altra il legame profondo tra amore e osservanza dei comandamenti.
Anzitutto emerge la promessa del dono dello Spirito. Gesù, parlando agli apostoli, assicura: «Non vi lascerò orfani». L’orfano è colui che ha smarrito il proprio legame, non sa da dove viene. Non è solo una condizione affettiva, ma una vera e propria ferita identitaria, che lacera il nostro io. Questa dinamica ci tocca più di quanto immaginiamo: quante volte viviamo come se dovessimo costruirci da soli, come se non avessimo delle radici, dimenticando chi siamo realmente. Noi non siamo orfani! Nel Battesimo abbiamo ricevuto il dono dello Spirito che ci lega alla relazione trinitaria e così entriamo in quell’amore che ci avvolge e illumina la nostra vita. Per questo possiamo dirci cristiani nel senso vero del termine: siamo di Cristo, in Cristo e solo in Lui, morto e risorto per noi, troviamo il senso della nostra vita.
Il secondo aspetto che emerge dalle parole di Gesù è certamente il legame profondo tra amore e osservanza dei comandamenti. Non si tratta di due realtà separate, ma di un unico movimento: l’amore è l’origine da cui nasce ogni comandamento e, allo stesso tempo, il compimento verso cui esso conduce. I comandamenti, per questo, non sono più intesi come un peso, o come una norma da rispettare, ma come volto concreto dell’amore vissuto. Questa parola interpella profondamente anche noi: in un tempo in cui l’amore rischia di essere svuotato o frainteso, il cristiano è chiamato a renderlo visibile attraverso la propria esistenza, testimoniando il Vangelo di Gesù.
Francesco Calabretti, V anno