La Parola di Dio di oggi assume una connotazione tutta particolare: è la festa di Pentecoste, la festa della Chiesa che compie il suo itinerario pasquale.
È la festa della Chiesa nel suo senso propriamente terminologico, che deriva dal greco _ekklēsía_, ossia “assemblea riunita”, adunata in attesa della venuta del suo Cristo. Dopo l’Ascensione, come promesso, Gesù si fa presente mediante lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste. Questa festa è collocata a cinquanta giorni dalla Pasqua: è il giorno in cui lo Spirito Santo si dona, irrompendo nell’oggi dei discepoli attraverso il saluto del Cristo Risorto per noi e per la nostra salvezza: «Pace a voi». Il centro del racconto giovanneo, al capitolo 20,19-23, è la prima apparizione di Gesù ai suoi discepoli, i quali accolgono il soffio dello Spirito Santo che si fa dono per il perdono dei peccati.
La sera del primo giorno della settimana, Gesù irrompe e dischiude le porte del luogo in cui erano riuniti i suoi discepoli, chiusi per paura dei Giudei. I discepoli, intimoriti e impauriti, si ritrovano insieme come di consueto, ma il loro animo è turbato. In loro si cela una paura, un timore che li allontana dagli altri. Anche noi siamo quei discepoli: paurosi di essere giudicati e smascherati, paurosi di perdere il controllo sulla nostra vita e su quella degli altri, timorosi di non farcela, spaventati dal perdono. Quella sera, mentre tremano per il terrore di essere scoperti dai Giudei, arriva la salvezza, la luce, la pace. Gesù entra a porte chiuse: una metafora paradossale. Come avrà fatto ad entrare? Nessuno lo attendeva, nessuno lo aspettava. Gesù entra proprio lì, nel punto in cui avevano paura, e la prima parola è «Pace a voi!». È il saluto del Cristo Risorto che Gesù rivolge ai suoi discepoli nel Cenacolo la sera di Pasqua. È la festa dei macigni rotolati, come ricorda il venerabile don Tonino Bello. Cristo viene a rotolare i nostri macigni. Il suo saluto infonde pace e sicurezza nel cammino della vita, fatto di paure, insicurezze, nostalgie e ferite che sembrano inguaribili.Insicuri come quei discepoli riuniti nel Cenacolo, siamo anche noi oggi, in attesa della gioia di Pasqua, dell’ospite dolce dell’anima, di quella luce gentile che, nella forza dello Spirito Santo, viene oggi a illuminare le stanze più recondite del nostro cuore. Viene la luce vera che illumina il mondo.Gesù viene tra i suoi discepoli, si ferma con loro, sta in mezzo e dialoga come con amici. Diventa Egli stesso parola di pace. A questa parola si aggiunge un gesto, un segno: mostra le mani e il fianco ai suoi discepoli, che erano talmente impauriti da non riconoscerlo, talmente chiusi nella loro paura da non credere a ciò che stava avvenendo. Subito gioiscono e il loro cuore si riempie di gioia nel vederlo lì, insieme con loro. Da perduti e smascherati quali erano, ritrovano il loro Maestro, il loro Signore, in cui avevano posto la fiducia.Per la seconda volta si ripete il saluto del Risorto all’interno del brano evangelico, lasciando così un memoriale missionario. Li invita quindi ad andare e ad annunciare con la vita ciò che avevano visto: l’amore che hanno incontrato, fino al dono della vita, che mostra loro le ferite del corpo. Quando incontri l’amore, diventi abbraccio che stringe i fratelli, mano tesa verso chi ti sta accanto, diventi incontenibile.La Parola di questa domenica ci dispone a chiederci seriamente:Quale è il mio timore che mi impedisce di seguire Cristo? Cosa mi spaventa?
Mi lascio raggiungere dal suo amore? Lo lascio entrare nella mia vita come quella sera i discepoli? Quanto bisogno ho di Cristo?. Maria, Madre della Chiesa, la cui memoria celebriamo domani, ci insegni a essere come lei tempio dello Spirito Santo, capaci di custodire e annunciare la sua Parola, la quale accompagna e custodisce le nostre vite.
Lorenzo Metrangolo, III anno