La liturgia della Parola di questa domenica, con una variegata scala cromatica, ci fa fare ingresso nel mistero dell’Ascensione di Gesù. I testi di At 1,1-11 e Mt 28,16-20 si illuminano reciprocamente, ponendo a tema Ascensione e mandato missionario. In entrambi, il Risorto non si congeda semplicemente dai suoi discepoli, ma inaugura una nuova modalità della sua presenza. Gesù sale al Padre, tuttavia proprio per questo può essere presente ovunque e in ogni tempo: non più limitato da uno spazio, ma vivo nella comunità credente attraverso lo Spirito.
Nel brano di Atti, gli apostoli restano con lo sguardo rivolto al cielo. È l’immagine della Chiesa tentata dalla nostalgia, dal desiderio di trattenere il Signore in una forma visibile e rassicurante. Due uomini in bianche vesti li richiamano alla realtà: «Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). La fede cristiana non è evasione dal mondo, ma responsabilità nella storia. L’Ascensione non sottrae Cristo alla terra, affida invece la terra ai discepoli. Da questo momento essi diventano testimoni. La forza promessa non nasce dalle loro capacità, bensì dal dono dello Spirito Santo, che trasforma la paura in annuncio e la fragilità in missione.
Nel Vangelo, il Risorto incontra i discepoli sul monte di Galilea, luogo simbolico della rivelazione. Alcuni dubitano. Gesù dice: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18). Non si tratta di un potere conquistato con forza (il verbo è al passivo/A me è stato dato), ma dell’autorità (exousía) che viene consegnata dal Padre al Figlio dopo la sua passione e morte. Il Crocifisso è ora il Signore glorificato. È un’autorità che si fa servizio e, per tale ragione, diviene “potere” di salvezza.
È consolante veder nascere la missione universale dentro una comunità fragile e incompleta. Gesù non attende una fede perfetta per inviare i suoi; si avvicina proprio a uomini segnati dal limite. Il comando «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19) manifesta un orizzonte senza confini: il Vangelo è destinato a ogni uomo. Battezzare «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» significa introdurre l’umanità nella comunione stessa di Dio e renderla partecipe della vita trinitaria, ossia di un Amore che dà vita, brucia e non consuma.
La promessa finale è il vertice spirituale del Vangelo: «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20). Colui che ascende non abbandona. La Chiesa vive tra terra e cielo, tra il già della rivelazione cristologica e il non ancora del compimento escatologico, con i piedi nella storia e il cuore nella promessa. Ogni credente è chiamato a non restare immobile a guardare il cielo, bensì a rendere visibile Cristo nella carità, nella speranza e nella testimonianza quotidiana.
Giuseppe Maurodinoia, IV anno