“Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60, 1). Sì, la luce vera è venuta: è la luce della stella del mattino che non conosce tramonto, Cristo Gesù. La luce che illumina ogni uomo si è manifestata nella nascita di un bambino. È in un neonato che Dio ha scelto di rivelarci le sue viscere d’amore, in una piccola creatura affidata alle mani premurose di Giuseppe e di Maria. Entrambi sono impegnati, come leggiamo nel brano evangelico di questa domenica, nella realizzazione del progetto paradossale di un Dio che si fa profugo e si mette alla ricerca del debole.
A Giuseppe appare in sogno un angelo che gli rivolge lo stesso invito del profeta Isaia, che chissà quante altre volte aveva già ascoltato in sinagoga: “Àlzati”. La luce è ormai lì, davanti a lui, e chiede di essere custodita, perché un uomo assetato di potere vuole spegnerla. Allora egli non esita ad alzarsi per fuggire nel territorio indicato dall’angelo. Fugge insieme con Maria e il bambino in Egitto. La terra dove i suoi padri hanno subito violenza e oppressione ora diviene grembo di salvezza. Questa è la prima buona notizia che la pagina evangelica odierna ci annuncia: “Dio scrive dritto sulle righe storte tracciate dagli uomini” (proverbio portoghese). Il progetto misericordioso di Dio non si ferma dinanzi ai piani, talvolta limitati e avidi, degli uomini, ma li attraversa superandoli. Dio non oppone il suo potere alle intenzioni di Erode, ma costruisce anche attraverso di esse, perché il suo cuore freme dal desiderio di salvare tutti gli uomini. Le tortuosità soffocanti della nostra vita mediante le mani di Dio possono divenire rettilinei di libertà. Egli trasforma, redime, salva, fa passare dalla morte alla vita, perché nulla vada perduto. Veramente tutto concorre al bene per il nostro Dio che è amore.
Ora mi piacerebbe che gioissimo per la seconda buona notizia che il Vangelo di oggi ci offre. Quando la voce di Erode ormai tace, la parola divina torna a farsi strada nel sogno, perché è tempo di ripartire, di cercare una nuova dimora. La famiglia è orientata dall’angelo verso la Galilea, verso una città senza prestigio e senza storia: Nàzaret. Si tratta di una città sconosciuta e irrilevante per l’Antico Testamento e per gli uomini del tempo. Ma il progetto di Dio è come un fiume carsico, scorre sotto e dentro le trame della storia per vivificarle; tocca con la sua acqua salvifica frammenti aridi e brulli, perché germoglino e diano frutto; scioglie rocce deformi e granitiche per mezzo della sua misericordia. Dio, con il suo amore, raggiunge luoghi sotterranei, spazi inesplorati, cuori esclusi e dona loro la possibilità di una svolta e, attraverso di essi, continua a proporre esperienze di salvezza. “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?” (Gv 1, 46). Sì, perché Dio ama far risplendere le tenebre. In quel villaggio piccolo e povero della Galilea Dio sceglie di far crescere il suo figlio incarnato, di far sorgere una nuova aurora per l’umanità, di far fiorire un amore che ha la forza di far danzare le membra più inaridite. Dio si mette alla ricerca di chi è ai margini, dello scartato, del debole, perché costoro sperimentino la sua infinita misericordia che dona dignità.
C’è ancora una terza, luminosa e bella notizia che il brano evangelico odierno vuole donarci. Dio ha posto seriamente la sua tenda in mezzo a noi, assumendo persino la condizione di profugo e di rifiutato, perché nessuna solitudine potesse definirsi definitiva. Egli non aiuta l’uomo come un re che stende la mano e offre l’elemosina con freddezza, ma soffre con lui, sperimenta la sua difficoltà, si pone accanto e lo sostiene. Questa è una novità inaudita!
In tal modo il nostro Dio Trinità svela il suo volto amoroso e tenero, perché ognuno possa farne esperienza. Egli non esita ad entrare nella storia per illuminarla dal di dentro, facendosi rifiutato e perseguitato, perché nessun uomo possa sentirsi lontano da Lui, ma piuttosto guardato e amato. Siamo realmente davanti ad un Dio che permette alle nostre vite di volteggiare a ritmo del suo amore e di immergersi nell’oceano della sua misericordia, dal momento che il suo cuore palpita di passione per la sua creatura e desidera ardentemente salvarla.
Filippo Macchia, IV anno