ESPERIENZE ESTIVE

E S P E R I E N Z E   E S T I V E   2 0 1 5

¡Bienvenidos hermanos!

Vi raccontiamo il nostro Guatemala, perché servire il Signore è bello anche in capo al mondo!

 

20150724_110439«Estamos aquì para compartir…», furono queste, più o meno, le prime parole con cui ci presentammo alla comunità guatemalteca di Gualàn, cittadina della diocesi di Zacapa dove aveva sede la parrocchia, dopo due giorni interminabili di viaggio: tre aerei e un treno. Il nostro spagnolo elementare non ci permetteva di intavolare grandi discussioni, ma il verbo compartir, cioè condividere, ci sembrava il più appropriato per la nostra situazione. E la comunità ci ha accolto con molta gioia, ci ha rovesciato addosso sin da subito il suo affetto, le sue benedizioni e tanti altri auguri che, per via dello spagnolo rapido ed incomprensibile, sono stati accolti sulla fiducia.

In effetti in quel saluto c’era esattamente tutta la nostra esperienza missionaria, proposta dal seminario nell’estate che segue il quarto anno, che di lì a poco sarebbe iniziata appieno. A questo proposito è stata molto preziosa la figura di don Ezio, sacerdote fidei donum della diocesi di Taranto, con il suo carattere esuberante e concreto e con la sua estrema fiducia nella Provvidenza, che di fatto si è mostrata a noi con enorme evidenza in diverse situazioni-limite. Abbiamo iniziato col farci raccontare il piano pastorale della comunità: ci è stato spiegato che nei 600 km2 di territorio parrocchiale, esclusa la cittadina, Gualàn, erano disseminate 52 aldeas, alcune lontane diverse ore di jeep nel fitto della foresta, altre decisamente più vicine e serenamente raggiungibili. Abbiamo presto capito che la vita della parrocchia si spende soprattutto nell’aspetto cultuale; inoltre si occupa di formare i diversi ministri della Comunione e della Parola, che permettono ai loro rispettivi villaggi di essere raggiunti, nel giorno di Domenica, dall’Eucaristia e dall’omelia del parroco. Infine offre il servizio di farmacia per i più poveri, abbattendo i prezzi reali delle medicine e numerose iniziative di incontro mensile…finanche il bingo per la raccolta fondi finalizzata ai lavori parrocchiali.

Nei primi giorni abbiamo condiviso alcuni incontri parrocchiali, per ciascuno abbiamo speso qualche parola di presentazione, poi abbiamo fatto visita ad un centro dipendente dalla parrocchia, che si occupa di bambini abbandonati, qui abbiamo avuto la gioia di passare del tempo con i bambini, provando ad imboccarli e a giocare un po’ con loro. Nei giorni a seguire ci siamo addentrati nella foresta per raggiungere con don Ezio i diversi villaggi, con loro abbiamo preso parte alla celebrazione eucaristica e alle volte anche alla mensa terrena (frutta a volontà: papaia, mango, cocco), altre volte ci siamo fermati solo per scambiare due parole. Sul finire della prima settimana siamo andati dall’altra parte del Guatemala, a Campùr, dove aveva sede una casa canonica dipendente dal grande centro salesiano di San Pedro Carchà. Neanche a farlo apposta il sacerdote a cui ci affiancammo si chiamava don Bosco; con lui e con un gruppo di ragazzi di oratorio salesiano italiano, guidati dal loro sacerdote, don Giampaolo, abbiamo condiviso un’intera settimana. Sono stati giorni intensi e bellissimi. Ogni mattina, dopo la preghiera, salivamo sul pick-up di don Bosco e raggiungevamo un villaggio diverso. Una volta giunti, iniziavano le confessioni, a cui l’intero villaggio prendeva ansiosamente parte, nel frattempo noi giocavamo con i bambini, che un po’ per la curiosità e un po’ per i nostri buffi modi di fare, facevano presto a fare cerchio intorno a noi e a divertirsi con i vari bans e canti. Terminate le confessioni, tutti partecipavamo alla lunga celebrazione eucaristica (qui con cadenza bimestrale per ciascun villaggio), spesso avevano luogo anche battesimi e matrimoni. Infine il pranzo della festa: un pezzo di pollo in brodo accompagnato da tortillas bollenti appena preparate. Non c’era da stupirsi se per il rientro ci si trovava con dei doni in mano, come galline agitate o qualche chilo di frutta esotica. Alla sera, dopo una rapida cena, c’era tempo per la preghiera, per una collatio sulla giornata vissuta e ogni giorno uno di noi raccontava il suo partage. Se avanzava un po’ di forza ci si poteva intrattenere per qualche gioco da tavolo. Anche se di solito verso le  21.00 gli occhi si chiudevano da sé. La bellezza di questi giorni, condivisi con questo simpatico gruppo di giovani, è stata accresciuta dal fatto che ci trovavamo in una zona indigena, dove la differenza culturale con noi occidentali è ancora più marcata, oltreché anche la lingua non è lo spagnolo ma il keckchì.

Prima di salutare i ragazzi salesiani e tornare a Gualàn, siamo andati a visitare i giganteschi reperti maya in un percorso forestale, qui abbiamo potuto incontrare animali come lo scimpanzé, il pizote e il colibrì. Ma la nostra avventura non finisce qui, appena tornati a Gualàn don Ezio ci comunica che vorrebbe farci visitare l’altra parte del Guatemala, quella orientale, e così ci ritroviamo a condividere un paio di giorni e la casa con tre ragazze italiane, anch’esse missionarie. Siamo ad Esquipulas, in un progetto nato da un anziano signore italiano che accoglie ragazze violentate, ragazze madri e bambini orfani o abbandonati: la Ciudad de la felicitad. Strutturata in diversi bungalow, con lo scopo di ricreare l’ambito familiare e coordinata dalle suore della congregazione di Marta e Maria. Accompagnare i bambini a scuola, vederli al settimo cielo perché finalmente anche per loro c’era un adulto che li tenesse per mano sino all’aula scolastica, e poi giocare con loro a pomeriggio, semplicemente ci ha riempito il cuore.

Negli ultimi giorni che precedevano il rientro, abbiamo avuto anche modo di recarci a San Salvador, proprio nei giorni della festa nazionale: la Trasfigurazione. Qui abbiamo alloggiato nel seminario maggiore e abbiamo condiviso i preparativi liturgici e la processione stessa del Divino Salvador del Mundo con i seminaristi e i sacerdoti. Dopo aver visitato la casa e la tomba del beato Oscar Romero, degno di essere maggiormente conosciuto, ci siamo ridiretti a Gualàn. Giusto il tempo degli ultimi saluti ed eccoci nella capitale: Città del Guatemala. Accolti da una famiglia di amici di don Ezio, abbiamo fatto visita alla città e all’antica capitale: Antigua. Ci trovavamo proprio bene con questa famigliola felice, ma l’aereo ci aspettava, era il momento di tornare in Italia e quindi: «Adiòs».

Simone Napoli e Giulio dal Maso

E S P E R I E N Z E   E S T I V E   2 0 1 4 

 

Da “eurhope” a “eurhome”

Campo ecumenico a Loreto: «casa» dell’unità e della fraternità fra i giovani

 

Quest’estate alcuni componenti del gruppo ecumenico hanno partecipato al “VI Campo Ecumenico Europeo per giovani” tenutosi a Loreto dal 30 luglio al 6 agosto presso il Centro Giovani di Montorso, intitolato a S.Giovanni Paolo II che ebbe a dire, in occasione del VII Centenario della S.Casa, che «la Vergine Lauretana dall’alto del suo colle possa accogliere sotto il suo manto tutti i cristiani, ravvivando la nativa vocazione ecumenica del Santuario, che ha radici nell’Oriente cristiano». Ed è stato proprio nella collina di Montorso che nel 2007 Papa Benedetto XVI, tra i 72 giovani «inviati» nel mondo per essere missionari, ne scelse due che avessero una particolare attenzione al dialogo ecumenico e li inviò in Romania. Ed ecco che da sei anni si svolge, secondo lo spirito di Loreto, questa esperienza che raccoglie giovani da tutta Europa, luterani da Danimarca e Svezia, ortodossi e greco-cattolici dalla Romania, anglicani dall’Inghilterra e cattolici dall’Italia, per vivere una settimana intensa di fraternità, di scambio e dialogo. Il tema di quest’anno è stato “Gesù crocifisso risorto fondamento della nostre fede”, che, ripercorrendo le tappe del Triduo Pasquale, ha permesso di focalizzare la centralità di ciò che unisce da sempre tutti i cristiani. Importante anche l’incontro con mons. G. Tonucci, arcivescovo prelato di Loreto e la suggestiva veglia ecumenica nella cornice della S.Casa. È stata un’esperienza arricchente soprattutto dal punto di vista della fraternità instaurata tra giovani di diverse provenienze superando le difficoltà linguistiche, avvicinandoci a culture e tradizioni lontane da noi, ma che hanno in realtà molto in comune. Esperienza che apre la mente superando l’orizzonte della nostra quotidianità, secondo quanto Benedetto XVI, in occasione della GMG di Sydney, disse ai giovani: «Il dialogo ecumenico avanza non solo mediante uno scambio di idee ma condividendo doni che ci arricchiscono mutuamente. Un’idea è finalizzata al raggiungimento della verità; un dono esprime l’amore. Ambedue sono essenziali al dialogo».

Francesco Necchia


Quella sofferenza che fa crescere

 

Sono partito pieno di trepidazione e di attese per l’esperienza di servizio estiva presso l’Opera Santa Teresa in Ravenna, da me scelta per il tipo di servizio chiesto: affiancare dei preti anziani. Ho scelto quest’esperienza affascinato dall’idea di poter accostare dei sacerdoti con una grande esperienza alle spalle. Quando ho confidato a don Luigi Renna questo aspetto della mia scelta mi ha sapientemente detto che non sarei dovuto andare li per ricevere qualcosa ma per dare. Ebbene, da un certo punto di vista questo è stato vero, perché non ho trovato quello che mi aspettavo. Del resto è così che Dio ci educa! Ma è anche vero che ho ricevuto molto in termini di esperienza. Ne sottolineo due, da cui traggo due messaggi: la prima è quella suddetta, ovvero l’aiuto dato ai preti nel mangiare o nel fare una “passeggiata” in giardino. La seconda è stata quella di essere stato a servizio di alcune persone malate di AIDS. Apparentemente ho solo imboccato delle persone non autonome, ma ho imparato dalla prima esperienza la grande tenerezza e riconoscenza di chi è nel bisogno; dalla seconda invece a trattare le persone ammalate come dei fratelli, uomini nella loro piena dignità.

Giuseppe Tunzi


Annunciatori di cristo crocifisso

 

Storia di una piccola casa della “Divina Provvidenza. “I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio;  poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini“ (1 Cor 1,23-25). La forza della debolezza della croce! È stata questa l’esperienza che con Federico Palacio ho avuto la grazia di vivere. Le giornate vissute presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino sono state principalmente giornate che ci hanno spinto alla conversione più che al solo servizio. Lo Spirito divino, infatti, non solo ci ha dato la grazia di servire il Cristo crocifisso e inchiodato a un letto o a una sedia a rotelle, ma ci ha obbligati a guardare innanzitutto la nostra debolezza più che a quella altrui e a scoprirci amati da Dio proprio a partire dal male che ci abita. È stato bello inoltre vivere questi giorni in compagnia di tanti gruppi giovanili provenienti da Torino e da tutta Italia. Questo ci ha fatto guardare la nostra esperienza in tutta la sua valenza ecclesiale! Tutta la Chiesa si fa sollecita verso le sue membra più povere e sofferenti a motivo dell’amore che essa stessa riceve da Cristo. Dunque onnipotenza della debolezza ed ecclesialità della carità, sono questi i due caratteri del servizio che Dio ha impresso nella mia vita di uomo e di credente.

Ruggiero Fiore


Toccare la carne di cristo

 

Lourdes non è solo un santuario mariano tra i più famosi ma anche un luogo e una possibilità offerta a tutti per incontrare il Risorto nell’esperienza della sofferenza e del dolore. I volti luminosi e gli sguardi carichi di speranza che abbiamo potuto incrociare ci hanno rivelato una verità silenziosa ma più eloquente di tante parole: non si è pellegrini per chiedere miracoli ed essere guariti, ma soltanto per sentirsi sostenuti nella prova accogliendo in maniera più forte la presenza di Gesù per mezzo della Vergine Maria. Accompagnare sacerdoti e laici anziani e ammalati è stata per noi un’occasione straordinaria per toccare la “Carne di Cristo nei poveri e nei sofferenti” che già da oggi stiamo imparando a servire. La ricchezza che abbiamo ricevuto è ben superiore a quel poco che siamo riusciti a donare: abbiamo imparato la fede genuina e autentica di chi nel suo “perché” si affida totalmente e senza riserve nelle mani di Dio; e abbiamo respirato un fortissimo profumo di ecclesialità, scoprendo la ricchezza del sentirsi Chiesa nella variopinta assemblea di coloro che da tutti gli angoli della Terra passano per la grotta di Massabielle. E nella nostra presenza e preghiera anche la bella Comunità del Seminario di Molfetta è passata da lì!

Gianmarco Errico


Poveri tra i poveri

 

La sveglia suona molto presto e di buon mattino sono già in cappella per la preghiera mattutina, che termina con la messa delle 6,30. Comincia presto la giornata delle suore di Madre Teresa di Calcutta, nel convento sul Celio, ex pollaio donato nel 74 dai camaldolesi, accanto alla chiesa San Gregorio in Roma. Le suore, una trentina, provengono da tutto il mondo e la lingua ufficiale, anche nella preghiera e nella liturgia, è l’inglese. La maggior parte si occupa della Casa di accoglienza per uomini anziani o malati alle spalle del convento. Sono circa 50 uomini accomunati da un denominatore comune: la povertà non solo materiale ma anche esistenziale! Spiega suor Celina, una delle suore di riferimento nella nostra settimana di servizio alla struttura: “Abbiamo tante richieste, non riusciamo a far entrare tutti. Però ci proviamo!”. Altre suore ogni mattina escono e vanno negli ospedali o alla stazione Termini per incontrare i bisogni degli ultimi. La carità nelle “periferie” della città eterna sembra non avere pause. Alle 18 nella Casa di accoglienza è ora della cena preparata da suor Glorina: una delle ultime tappe di una giornata che secondo la regola della Madre è divisa fra lavoro e meditazione. Gli ospiti non sono mai lasciati soli: “Di notte, a turno, due suore si fermano a dormire per qualsiasi evenienza”, spiega suor Elia. Tutto nella casa è pulito, ordinato. Non c’è confusione, prevale una pace fatta di piccoli gesti che le suore hanno verso ciascun ospite. Dalla tasca del sari spesso si vede spuntare la corona del Rosario, segno di una preghiera operosa e visibile. Le suore, in questa settimana di servizio, ci hanno insegnato che ogni azione verso il povero ha la sua fonte in Gesù: “Servire i più poveri dei poveri non è la nostra vocazione, la nostra vocazione è appartenere a Cristo”.

Nicola Tatulli


Albania portami via! 

Il gruppo GAMIS in “missione speciale”

 

Per parlarvi dell’esperienza vissuta in Albania, insieme con don Antonio Andriulo, abbiamo trovato due parole che la potessero sintetizzare, senza banalizzarla.

Faleminderit. Ovvero, grazie.

È la prima parola che sentiamo di dover dedicare alla nostra esperienza a Pentar e dintorni, nel nord-est dell’Albania. È infatti la gratitudine il primo sentimento che illumina il nostro ricordo di quest’estate. Non solo la nostra gratitudine per un popolo che ha solo da insegnarci per quanto riguarda l’accoglienza, la verità delle relazioni, la generosità, la gioia e il coraggio nell’esprimere la propria fede; ma anche la gratitudine che abbiamo visto dipinta sui loro volti e che hanno dimostrato a ciascuno di noi, quando andavamo in visita presso le famiglie e le varie comunità parrocchiali.

Se bashku. Significa insieme.

È forse l’insegnamento più bello che i bambini e i giovani albanesi ci hanno dato. Per loro l’età, la differente cultura, la posizione sociale, non è un problema o un ostacolo. Il bene più importante è stare insieme. La parrocchia, infatti, è davvero casa tra le case, è il luogo d’incontro per eccellenza, dato che spesso offre servizi ed opportunità che nessun altro posto può offrire. La parrocchia è la casa di tutti e tutti se ne prendono cura anche materialmente, dal tagliare l’erba del prato, al ricaricare il generatore di benzina… tutto insomma. Anche e soprattutto noi, giovani in cammino, siamo chiamati a vivere, tra di noi e poi di rimando tra la gente, una bella e semplice fraternità. Uno stare insieme che deve arricchire perché è l’unica strada verso la conoscenza di una persona, la più bella e innamorata: Gesù, il Crocifisso Risorto!

Sicuramente, da queste poche righe, ti saresti aspettato qualche notizia sull’Albania, sulla sua gente, oppure qualche racconto esperienziale. No, ci dispiace, potrai anche giudicare queste parole poco soddisfacenti, ma il vero ed unico modo per capire l’Albania e gli albanesi è andare lì.

Buon viaggio!

I ragazzi del Gamis